Cappella Bardi: Giotto la affrescò aggiungendo tanti ritocchi a secco
Dopo quattro anni di studi e restauri, le Storie di San Francesco nella Basilica di Santa Croce a Firenze tornano pienamente leggibili. Il cantiere rivela nuovi dettagli sulla pittura di Giotto, sui suoi collaboratori e sulla rivoluzionaria costruzione dello spazio.
Nella Cappella Bardi della Basilica di Santa Croce a Firenze, dopo quattro anni di ricerche, indagini scientifiche e interventi di conservazione, le Storie di San Francesco di Giotto tornano a mostrarsi con una migliore leggibilità.

Il lungo progetto, promosso dall’Opera di Santa Croce e progettato e realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure, restituisce al pubblico uno dei cicli più importanti della maturità di Giotto, un’opera fondamentale per comprendere la trasformazione della pittura italiana nel Trecento.
La conclusione del restauro assume inoltre un significato particolare nell’anno dell’ottavo centenario del Transito di San Francesco d’Assisi, ricorrenza che rende ancora più intenso il dialogo tra il luogo francescano e le immagini che ne raccontano la vita.
Francesco raccontato da Giotto
Le sei grandi scene della cappella sono ispirate alla Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio e accompagnano il visitatore attraverso alcuni degli episodi più significativi della vita di Francesco.
Il racconto comincia con la Rinuncia ai beni paterni, prosegue con l’Approvazione della Regola, l’Apparizione al Capitolo di Arles e la Prova del fuoco davanti al Sultano, per arrivare alla Morte di San Francesco e all’Apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido.
Il restauro permette di osservare più da vicino il cantiere di Giotto, restituendo informazioni preziose sul modo in cui il maestro organizzava il lavoro e sulla presenza di altri pittori coinvolti nella realizzazione del ciclo.
Le differenze tecniche e stilistiche diventano più evidenti e mostrano una realtà tutt’altro che semplice: accanto a Giotto lavoravano diversi artisti, coordinati all’interno di un cantiere nel quale il linguaggio del maestro veniva sviluppato, adattato e tradotto in soluzioni destinate a lasciare una traccia profonda nella pittura del Trecento.
La Cappella Bardi si rivela così come un autentico laboratorio della pittura giottesca, nel quale è possibile seguire non soltanto l’invenzione dell’artista, ma anche la complessità del lavoro collettivo necessario per portarla sulla parete.

Un Giotto libero tra affresco e pittura a secco
Il maestro parte da una base ad affresco, ma ricorre ampiamente anche a interventi a secco, utilizzando questa possibilità per ampliare la gamma dei pigmenti, modulare gli effetti cromatici e spaziali e affrontare le diverse esigenze del cantiere.
È una libertà tecnica che contribuisce alla particolare qualità delle immagini della Cappella Bardi e che oggi può essere studiata con una precisione maggiore grazie alle indagini condotte durante il restauro.
Il risultato è una pittura nella quale la materia non è mai separata dall’invenzione: colore, architettura, figure, gesti e sguardi partecipano alla costruzione di una narrazione capace ancora oggi di coinvolgere chi osserva.
Quattro anni per salvare un capolavoro
Dietro la nuova leggibilità delle pitture c’è stato un lungo lavoro di conservazione, nel quale ricerca scientifica, documentazione e intervento sono proceduti insieme.
Una parte fondamentale del cantiere ha riguardato problemi che non erano immediatamente visibili, ma che rappresentavano un rischio per la conservazione del ciclo. Sono state consolidate le porzioni più fragili, comprese le fratture delle pareti e le aree nelle quali l’intonaco o la pellicola pittorica rischiavano di distaccarsi.
Sono stati inoltre affrontati i fenomeni legati alla presenza di sali solubili, rimossi depositi e materiali alterati e sostituite numerose stuccature sintetiche appartenenti al precedente restauro con materiali maggiormente compatibili con gli intonaci originali.
Sulle superfici delle scene erano presenti grandi lacune, ma anche una quantità impressionante di piccole perdite: circa cinquemila mancanze distribuite sull’intero ciclo, oltre a numerose abrasioni.
Integrare queste parti significava quindi trovare un equilibrio delicatissimo tra la necessità di restituire continuità alla narrazione e quella di non cancellare le tracce lasciate dalla storia dell’opera.
Il restauro non ha cercato di trasformare le pitture in qualcosa di nuovo, ma di renderle nuovamente leggibili lasciando riconoscibili le vicende che le hanno attraversate.
La storia del restauro resta visibile
Le pitture furono coperte da una scialbatura a calce nei primi decenni del Settecento e tornarono alla luce soltanto nel 1851. Seguirono quindi gli interventi di Gaetano Bianchi e, nel Novecento, il grande lavoro condotto da Leonetto Tintori, sotto la guida del soprintendente Ugo Procacci, tra il 1957 e il 1959.
Ogni intervento ha lasciato una traccia e oggi il nuovo restauro non cancella questa stratificazione, ma la rende parte della storia visibile della cappella.
La rivoluzione dello spazio
Tra gli aspetti che il restauro permette di apprezzare con maggiore chiarezza c’è soprattutto la straordinaria invenzione spaziale di Giotto.
Le scene sono organizzate attraverso una monumentale architettura illusionistica che sembra sovrapporsi alla struttura reale della cappella. È come se Giotto costruisse un nuovo ambiente all’interno dell’ambiente esistente.
Le architetture dipinte diventano una sorta di grande ciborio che ordina il racconto e stabilisce un rapporto continuo tra spazio reale e spazio rappresentato. Le figure abitano questi ambienti e lo spettatore, guardandoli dal centro della cappella, viene coinvolto direttamente nella costruzione prospettica delle scene.
Gli affreschi della Bardi, infatti, devono essere osservati tenendo conto del punto di vista dal basso, e Giotto concepisce le scene superiori proprio in funzione della posizione dello spettatore.
La Rinuncia ai beni paterni, con il suo edificio visto in scorcio, ne è un esempio particolarmente evidente.
Rispetto alle esperienze precedenti di Assisi e Padova, il rapporto tra figura e ambiente cambia profondamente: l’architettura non è più soltanto uno sfondo, ma diventa uno strumento fondamentale per costruire la scena.
La pittura di Giotto racconta anche le emozioni
Giotto racconta anche ciò che accade dentro i personaggi. La rabbia del padre nella Rinuncia, le urla e la concitazione dei ragazzi, la paura dei saraceni nella Prova del fuoco, l’ira del sultano, il dolore dei frati davanti alla morte di Francesco, l’incredulità di chi osserva le stimmate e la meraviglia davanti all’animula del santo portata in cielo.
I volti e i gesti diventano quindi strumenti narrativi. La pittura acquista una dimensione psicologica che rende gli episodi immediatamente comprensibili anche senza bisogno di parole.
Una nuova scoperta sulla volta
Tra gli interventi più interessanti del cantiere c’è anche quello dedicato alla volta della cappella, rimasta più ai margini dei precedenti restauri. La pulitura, condotta anche con l’ausilio della tecnologia laser, ha permesso di recuperare la qualità figurativa delle allegorie delle Virtù Francescane.
In particolare, le immagini dell’Obbedienza e della Castità hanno restituito dettagli che fino a oggi risultavano difficili da leggere o erano stati interpretati in modo non corretto. Anche in questo caso il restauro non significa semplicemente “pulire” una pittura, ma acquisire nuove informazioni sulla sua storia e sulla sua costruzione.
Le incisioni di Giotto diventano una mappa
C’è poi un’altra novità che guarda direttamente alla progettazione delle immagini. Per la prima volta le incisioni e le linee utilizzate per costruire le architetture dipinte sono state oggetto di una mappatura digitale complessiva.
Questo permette di seguire più da vicino il processo progettuale di Giotto e di comprendere quanto fosse sofisticata la costruzione dello spazio pittorico.
Dietro quello che oggi appare come un’immagine compiuta esisteva infatti un progetto estremamente preciso, fatto di linee, proporzioni, punti di vista e rapporti tra architetture e figure.
La Cappella Bardi diventa così anche un documento straordinario sul modo di progettare una pittura monumentale nel Trecento.
Un restauro che guarda al futuro
Le indagini scientifiche, la documentazione e la grande quantità di dati raccolti rappresentano una nuova base per gli studi futuri su Giotto e sulla pittura italiana del Trecento.
Le informazioni sui materiali e sul loro stato di conservazione permetteranno inoltre di monitorare nel tempo eventuali fenomeni di degrado e di programmare interventi sempre più mirati.
Il grande risultato è dunque duplice: le Storie di San Francesco tornano a essere viste meglio e, nello stesso tempo, Giotto può essere studiato meglio.
Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.
Bardi Chapel: Giotto’s fresco painting and extensive a secco retouching
After four years of study and restoration, the Stories of Saint Francis in the Basilica of Santa Croce in Florence are once again fully legible. The project has revealed new details about Giotto’s painting technique, his assistants, and his revolutionary construction of pictorial space.
In the Bardi Chapel of the Basilica of Santa Croce in Florence, following four years of research, scientific analysis, and conservation work, Giotto’s Stories of Saint Francis are once again visible with enhanced clarity.
This extensive project—promoted by the Opera di Santa Croce and designed and executed by the Opificio delle Pietre Dure—restores to the public one of the most important cycles from Giotto’s mature period, a work fundamental to understanding the transformation of Italian painting in the 14th century.
The completion of the restoration holds special significance during the year marking the eighth centenary of the Transitus (passing) of Saint Francis of Assisi—an anniversary that deepens the dialogue between this Franciscan site and the images that recount the saint’s life.
Francis as depicted by Giotto
The chapel’s six large scenes are inspired by the Legenda maior (Major Legend) by Bonaventure of Bagnoregio and guide the visitor through some of the most significant episodes in the life of Francis.
The narrative begins with the Renunciation of Worldly Goods, continues with the Approval of the Rule, the Apparition at the Chapter of Arles, and the Trial by Fire before the Sultan, before concluding with the Death of Saint Francis and the Apparition to Friar Augustine and Bishop Guido.
The restoration allows for a closer look at Giotto’s workshop practices, yielding valuable information on how the master organized the work and revealing the presence of other painters involved in the creation of the cycle. Technical and stylistic differences become more apparent, revealing a reality that is far from simple: various artists worked alongside Giotto, coordinated within a workshop setting where the master’s artistic language was developed, adapted, and translated into solutions destined to leave a profound mark on 14th-century painting.
The Bardi Chapel thus reveals itself as a true laboratory of Giottesque painting, where one can trace not only the artist’s creative vision but also the complexity of the collaborative effort required to bring that vision to the wall.
A liberated approach: combining fresco and secco techniques
The master began with a fresco base but also made extensive use of secco (dry) painting techniques, leveraging this flexibility to expand the range of pigments, modulate color and spatial effects, and address the various demands of the project.
This technical freedom contributes to the distinctive quality of the images in the Bardi Chapel—qualities that can now be studied with greater precision thanks to investigations conducted during the restoration.
The result is a style of painting in which material substance is never divorced from artistic invention: color, architecture, figures, gestures, and gazes all combine to construct a narrative that remains deeply engaging to viewers today.
Four years to save a masterpiece
Restoring the paintings to their current state of clarity involved a lengthy conservation process in which scientific research, documentation, and hands-on treatment went hand in hand.
A crucial part of the project addressed issues that were not immediately visible but posed a risk to the preservation of the cycle. Fragile sections were consolidated, including wall fractures and areas where the plaster or paint layer was at risk of detaching.
Work also addressed issues caused by soluble salts; deposits and deteriorated materials were removed, and numerous synthetic fills from a previous restoration were replaced with materials more compatible with the original plaster. The surfaces of the scenes featured large areas of loss, as well as an impressive number of smaller losses—approximately five thousand across the entire cycle—alongside numerous abrasions.
Filling these gaps therefore required striking a delicate balance between the need to restore narrative continuity and the need to preserve the traces left by the work’s history.
The restoration did not aim to transform the paintings into something new, but rather to make them legible again while keeping the history they have endured recognizable.
The history of the restoration remains visible.
The paintings were covered with a coat of whitewash in the early 18th century and were only brought to light again in 1851. This was followed by interventions carried out by Gaetano Bianchi and, in the 20th century, the major project led by Leonetto Tintori—under the supervision of Ugo Procacci—between 1957 and 1959.
Each intervention left its mark, and today the new restoration does not obscure this layering but makes it part of the chapel’s visible history.
A spatial revolution
Among the aspects that the restoration allows us to appreciate more clearly is, above all, Giotto’s extraordinary spatial invention.
The scenes are organized through monumental, illusionistic architecture that appears to overlay the chapel’s actual structure. It is as if Giotto were constructing a new environment within the existing one.
The painted architectural elements become a sort of grand ciborium that structures the narrative and establishes a continuous relationship between real and depicted space. Figures inhabit these settings, and the viewer—looking from the center of the chapel—is directly drawn into the scenes’ perspectival construction.
Indeed, the Bardi frescoes must be viewed with the low vantage point in mind; Giotto conceived the upper scenes specifically in relation to the viewer’s position.
The Renunciation of Worldly Goods—with its building depicted in foreshortening—is a particularly striking example of this.
Compared to his earlier work in Assisi and Padua, the relationship between figure and setting shifts profoundly: architecture is no longer merely a backdrop but becomes a fundamental tool for constructing the scene.
Giotto’s painting also conveys emotion
Giotto also depicts the inner lives of his characters: the father’s rage in The Renunciation; the shouting and agitation of the youths; the fear of the Saracens in The Trial by Fire; the Sultan’s fury; the friars’ grief at the death of Francis; the disbelief of those gazing at the stigmata; and the awe at the sight of the saint’s soul being borne to heaven.
Faces and gestures thus become narrative tools. The painting acquires a psychological dimension that makes the episodes immediately understandable, even without words.
A new discovery on the vault
Among the most interesting aspects of the restoration project is the work carried out on the chapel’s vault, an area that had received less attention during previous restorations. The cleaning process, carried out with the aid of laser technology, has restored the visual clarity of the allegories representing the Franciscan Virtues.
In particular, the images of Obedience and Chastity have revealed details that were previously difficult to discern or had been misinterpreted. Here, too, restoration means more than simply “cleaning” a painting; it involves gaining new insights into its history and construction.
Giotto’s incised lines become a map
There is another new development that sheds light on how the images were designed. For the first time, the incised lines and guidelines used to construct the painted architectural elements have undergone comprehensive digital mapping.
This allows us to trace Giotto’s design process more closely and appreciate the sophistication with which he constructed pictorial space.
Behind what appears today as a finished image lay a highly precise plan—a composition of lines, proportions, viewpoints, and the relationships between architectural elements and figures.
The Bardi Chapel thus stands as an extraordinary record of how monumental painting was conceived and executed in the fourteenth century.
A restoration looking to the future
The scientific analyses, documentation, and vast amount of data collected provide a new foundation for future research on Giotto and fourteenth-century Italian painting.
Information regarding the materials and their condition will also make it possible to monitor any signs of deterioration over time and plan increasingly targeted interventions.
The result is twofold: the Stories of Saint Francis can once again be viewed with greater clarity, while simultaneously offering new opportunities for the study of Giotto.
For now, your ever-faithful Michelangelo Buonarroti bids you farewell, looking forward to seeing you in future posts and on social media.

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