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La Leda che il duca mai ebbe e la sua tragica fine

Mi misi al lavoro per disegnare una superba Leda col Cigno all’inizio del 1530, in quel di Firenze. Il Duca di Ferrara, Alfonso d’Este, parecchi anni prima m’aveva chiesto di realizzare qualcosa per lui e così era giunto il momento di mantener fede a quella richiesta che avevo accettato.

L’occasione fu il suo viaggio a Roma nel 1512 da Giulio II. Dopo aver ottenuto l’assoluzione piena si fermò un paio di giorni in più in città e col papa s’arrampicò su per i ponteggi per guardarmi mentre ero al lavoro alla volta della Sistina.

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Ecco, proprio in quel frangente mi chiese di realizzare un dipinto per lui. Del soggetto poi avremmo avuto modo di discuterne negli anni a seguire, quando la Repubblica Fiorentina mi mandò a Ferrara per studiare le sue fortificazioni.

Perché il duca volle come soggetto la Leda e il Cigno?

La scelta del soggetto dell’opera fu tutt’altro che casuale da parte di Alfonso d’Este. Sia lui stesso che i fratello Ippolito erano stati raccontati come i novelli Castore e Polluce dell’Orlando Furioso da Ludovico Ariosto.

Castore e Polluce non erano altro che i figlioli gemelli concepiti da Leda e Zeus che per l’occasione aveva assunto l’aspetto di un cigno.

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Nelle incisioni più fedeli del mio dipinto che anni dopo venne letteralmente distrutto di proposito ( se seguitate a leggere vi racconterò come e perché) realizzate da Cornelio Bus e Nicolas Beatrizet, si vede bene la presenza dei due dioscuri Castore e Polluce. Gli stessi vengono citati anche dal Vasari.

Il duca di Ferrara avrebbe pagato qualsiasi cifra pur di avere un mio lavoro tant’è che non volle stabilire lui nessun prezzo. Mi disse che sarei stato io a dare un valore in denaro all’opera e lui lo avrebbe pagato senza fare troppe storie.

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Il duca però ancora non sapeva che avrebbe pagato salatissima la pochezza del suo messo. Quando terminai l’opera, Alfonso d’Este mandò il suo agente a Firenze per ritirarla e pagarla. Ebbene, quel tale soprannominato Pisanello, definì il mio capolavoro “poca cosa”.

Figuriamoci se avrei affidato un lavoro che mi stava a cuore a un individuo simile. Preferii regalare la Leda con cigno al Mini piuttosto che venderla.

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Benvenuto della Volpaia che a Roma era solito frequentare un po’ la mia cerchia di amicizie e gli stessi ambienti che brazzicavo io, scrisse in una lettera datata 26 novembre 1531 che quell’opera stava mettendo in subbuglio tutta Firenze. Era così bella che avrebbero voluto comprarla in tanti.

Lo stesso papa Clemente VII de’ Medici era talmente curioso di sapere cosa avevo dipinto che voleva saperne di più.

E anchora mi domandò partiqualmente della Leda di pictura, che di costà n’ha inteso assai”

Benvenuto della Volpaia
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La fine della Leda col Cigno

Come vi ho anticipato prima, il mio dipinto con la Leda e il Cigno non fece affatto una bella fine. L’avevo regalato ad Antonio Mini che era entrato in bottega come assistente nel 1523, a Firenze. Sbrigava parecchie faccende per conto mio e mi accompagnò anche durante la mia fuga a Venezia.

Dopo la mia partenza alla volta di Roma, il Mini provò a cercare fortuna in Francia portandosi con se l’opera. La vendette a Francesco I di Francia e poco dopo ahimè morì. Era il 1533.

Il dipinto fu copiato da un gran numero di artisti ma ahimè anni dopo fu dato in pasto alle fiamme perché considerato troppo scandaloso. Il bigottismo non è mai cosa salubre, nemmeno per le opere d’arte.

Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento al prossimo post e sui social.

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