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Mai volli imparare il latino

Il latino un lo sapevo. Nonostante il mi’ babbo m’avesse mandato per forza da bimbetto a scuola di grammatica, quella lingua strana e forbita mai l’appresi nemmeno da grande. Mi pareva una roba da ricchi, da potenti… una lingua per pochi eletti che potevano parlare fra di loro senza che il popolo, senza dubbio meno erudito, potesse intendere mezza parola.

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Insomma, mai volli impegnarmi nello studio del latino. Con il passare degli anni iniziai a pretendere che anche i contratti venissero formulati in volgare: cosa che mai era accaduta prima.

La cosa parve parecchio strana al notaio carrarino Galvano Parlanciotto che a margine del contratto rogato il 1 novembre del 1516 in volgare volle aggiungere di proprio pugno “Hae scripto in vulghare questo contracto perchè lo excelente homo m.o Michelangelo non po soferire che qui da noi d’Italia s’habia a scrivere non chome se parla per tractare le cose pubbliche”. Mi parve che quasi volle scusarsi per i fatto di non aver scritto quel contratto in latino.

Tutti quelli che sapevano leggere ( e mica erano tanti nemmeno quelli ai miei tempi) avevano diritto di sapere che c’era scritto sopra quei fogli senza la necessità di trovar qualcuno che glie li traducesse parola per parola.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi racconti

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