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Carta bianca per la Volta della Sistina

Giulio II, sempre lui. Il terribile papa guerrafondaio e pure megalomane ma con un raffinato gusto per il bello: il bello che edifica e che non è mai fine a sé stesso. Con lui erano litigi continui: ancora non ho capito chi fosse il più caparbio dei due. Giulio II però sapeva bene quanto valessi come artista e cercava sempre di riabbonirmi in ogni modo.

Vi ricordate quando me ne scappai da Roma perché non voleva ricevermi? Tutti quei marmi arrivati di proposito da Carrara per la sua tomba e poi non ne voleva fare più niente: mancavano i soldi. C’era la nuova basilica di San Pietro da costruire e una guerra in corso. Che arrabbiature mi fece prendere.

Il papa però ogni tanto aveva qualche slancio di saggezza o forse chissà, sapeva bene che un artista per creare qualcosa di veramente bello ha bisogno di sentirsi libero da troppi vincoli.

Il progetto iniziale della decorazione della volta della Sistina infatti prevedeva solo la rappresentazione dei dodici apostoli nei peducci mentre la parte centrale avrebbe dovuto essere decorata solamente con motivi geometrici. Per darvi un’idea di che aspetto potesse avere la volta, immaginatevi laddove oggi ci sono i veggenti sui troni, gli affreschi di dodici grandi apostoli… ma vi pare potessi decorare la volta così poveramente?

Di questo primo progetto sono arrivati a voi alcuni documenti come i due fogli, uno conservato al British Museum e l’altro a Detroit.

Quello che vedete sopra è il foglio del British in cui tracciai lo studio di un apostolo all’interno di decori affrescati. Era povera cosa quella e nemmeno dovetti tanto insistere col pontefice per avere carta bianca: papa Giulio II mi lasciò fare con la certezza che avrei soddisfatto le sue smisurate manie di grandezza.

…Dipoi, tornando a Roma, non volse anchora che io seguissi la sepultura, e volse che io dipigniessi la volta di Sisto, di che fumo d’achordo di tremila ducati a ctucte mie spese, chon poche figure senplicemente.

Poi che io ebi fatto certi disegni, mi parve che riuscissi chosa povera, onde lui mi rifece un’altra allogagione insino alle storie di socto, e che io facessi nella volta quello che io volevo, che montava circha altrettanto.

E chosì fumo d’achordo, onde poi, finita la volta, quando veniva l’utile, la cosa non andò inanzi, in modo che io stimo restare avere parechi centinaia di ducati…

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi racconti

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