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Quella volta in cui Giovanni di Lorenzo de’ Medici tornò a casa come papa Leone X

Giovanni di Lorenzo de’ Medici, una volta salito al soglio di Pietro assumendo il nome di Leone X, fece ritorno alla sua città natale per omaggiare Firenze tutta. Avere un papa in famiglia significava per tutta la famiglia Medici acquistare ancor più potere e prestigio.

Il nuovo papa aveva programmato di incontrarsi con il re Francesco I a Bologna per rinsaldare i legami e l’alleanza con la corona francese. Proprio durante quel viaggio fece tappa a Firenze. Per l’occasione la città sembrava quasi fosse un’altra tanto venne imbellettata e resa fastosa con decorazioni sontuose. Fece ingresso in città il 30 novembre del 1515 assieme a una schiera di cardinali che pareva non finisse più, con tutta la corte e qualche principe. Per le strade cittadine sfilarono i giovani esponenti delle famiglie più in vista della città, vestiti con sai di raso paonazzo tenendo bastoni dorati in mano.

Era tutto un suonare di campane e fuochi. Vennero costruiti archi trionfali grandiosi e come narrano le cronache, quella che era un po’ la chiesa di famiglia, la basilica di San Lorenzo, acquisì una facciata effimera che sarebbe durata giusto il tempo di visita del papa Medici. Venne concessa l’indulgenza plenaria a chi ebbe la sorte di assistere alle celebrazioni liturgiche del pontefice in Santa Maria del Fiore e vennero buttati danari sulla folla. Ci fu l’apoteosi dello sfarzo e poco importò se Cristo con il riferimento alla cruna dell’ago e del cammello avesse in mente un’altra chiesa.

Durante quelle tre giornate folli di festeggiamenti non ero a Firenze ma il mi fratello Bonarroto, si preoccupò di scrivermi come venne accolto in città il papa mandandomi una lettera a Roma. Ve la riporto integralmente a seguire.

30 Novembre 1515

Carissimo e cet., per darti aviso di qualche chosa di qua, e spezialmente de la venuta di Nostro Signore, c[i]oè del Papa. E

benché io sia cierto che queste chose a te facino pocho dal saperle al non le sapere, pure qualche volta, per avanzo di tenpo, fo quatro versi. E anche chredo a questa ora abi intesso queste chose. Pure, chome è detto, schriverò e prima, come a dì 30, el dì di santo Andrea, entrò in Firenze il nostro Santo Padre, che cierto chredo chosì; e fu la sua entrata con grandissima divozione e chon ghrandissimo romore di grida di ‘Palle’, che pareva andassi sotto sopra il mondo.

E chosì entrò co gran magnificenzia e gra’ chorte e molti citadini de la tera, e bene a ordine e fra l’altre chose vi fu una sorta di giovanni, de’ primi de la tera, tuti vestitti a una liverea con saioni d[i] raso paghonazo tuti a u’ modo, con bastoni dorati in mano, che erano innanzi a la sua sedia, che era chosa bela a vedere; e prima la sua ghuardia, e poi e’ sua parafrenieri che lo portavano sotto un richo baldachino di brochato portato da’ Colegi, e intorno a sua sedia era la Signoria.

E chosì infra quello popolo fu portato insino in Santa Maria del Fiore, chon grandisima divozione, e quivi a l’altare magiore fecie cierte cerimonie. E dipoi, in quello medesimo modo si portò a la Sala del Papa; ma, prima u[s]cise, dette indu[l]genzia prenaria a chi era in chiesa, che ti so dire che e’ v’era del popolo assai. Per tanto, chondoto a detta sala, fu sera e tutta la chorte e gli altri ebono licenzia. E [di]poi, il dì seghuente, che fu sabato, l’andò a visitare la Signoria, e tutti gli baciamo e’ piedi; e dipoi el Ghonfaloniere fato le parole, pigliamo licenzia e tornamoci a palazo.

E di suoni di chanpane e fuochi fati, per tre giorni mai si restò. E de’ magni archi trionfali, che furno ben dieci in più luoghi, erono chosa bela, e chosì la ghuglia fata a piè del ponte a Santa Trinita, e chosì la facia di Santa Maria del Fiore stava bene. Per tanto qui s’è fato gra’ feste, e pure e’ poveri ànno avuto qualche limosina, perché da la porta a la Sala del Papa senpre gitorno assai danari.

E chosì dipoi laciò a fare dimolte limosine, e chosì e’ legniaiuoli e dipintori ànno vendegniato bene, salvo che il povero Baia che, esendo in piaza, perché avevono fato uno archo fra lui e ‘l Sanghalo, e stando lì a parlare chon uno amicho e tirando l’artiglieria, u[s]cì una bietta di fero d’uno di queli charri, detegli sotto el ginochio, spezò la ghamba afato ed ebesi a sechare, tanto che infra 4 giorni si morì. Questo è stato quanto male s’è fato in questa festa.

Dipoi, a d[ì] 3 d[i] dicenbre si partì e andò inverso Bolognia, e a dì 8 g[i]unse e addì 11 entrò el Re in Bolognia e, entrato, dipoi andò a visitare il Santo Padre e inginochiato gli baciò e’ piedi e rendégli la obedienza con grandissima divozione. E a dì 13 chantò la mesa in San Petronio, che fu il dì di Sancta Lucia, e il primo che gli dette l’aqua a le mani fu un gran signore franzese chiamato monsignore di Lanson, e il secondo monsignore d[i] Bordone, e il terzo il gran mastro del Re, e il quarto el proprio Re.

E chosì la medesima sera cenò il detto Re chol Papa, e detegli l’aqua a le mani, mostrando in quelo la obedienza. E queste sono state tenute chose grande, benché non ti schrivo ogni chosa, perché sare’ cosa lungha. E dipoi, a dì 15 si partì el Re e andosene inverso Milano, e a dì 18 di detto mese si partì el Papa e vene a Firenze, e addì 22 entrò in Firenze, che fu sabato. E dipoi, il dì di Pasqua cantò la mesa in Santa Maria del Fiore, che fu chosa bella e andovi la Signoria; e chome s’ebe a chominc[i]are detta mesa, s’ebe a dare l’aqua a le mani al Papa, che tochò a uno de’ Signori, che fu Gianozo Salviati; e perché in tal matina per sorta mi tochò a essere proposto, ebi a ‘ndare la sechonda volta a dare l’aqua a le mani al Papa, e la terza volta tochò al ducha di Chamerino, e la quarta volta tochò al Ghonfaloniere d[i] Iustizia, c[i]oè a Piero Ridolfi.

E chosì fornita detta mesa, fecie il Papa uno dono a la detta Signoria, c[i]oè al palazo, d’una richa spada coperta d’oro e argento, suvi uno beretone di veluto bigio richamato di perle, per segno d[i] iustizia, chon molte e bele cirimonie. E dipoi, acho[m]pagniati da molti prelati, c[i]oè cubiculari, ci tornamo a palazo.

Domino Michelagniolo di Lodovico Simoni scultore in Roma.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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