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Vecchi e nuovi cavatori

Certo che il lavoro  in cava è cambiato proprio tanto nell’arco di cinquecento anni, o meglio, in meno di cento anni. Fino a metà del Novecento, soprattutto nelle cave più piccole, ancora si lavorava con le stesse metodologie dei miei tempi, senza alcuna variazione apportata dalla modernità.

E’ sempre stato un mestiere assai rischioso ma, d’altro canto, spesso era l’unico lavoro che si poteva fare nei paesi ubicati vicini alle cave. Un lavoro brutto, pericoloso e pure mal pagato. Dato che non bastava a sfamare la famiglia, in molti dopo aver terminato la giornata di l, si occupavano di coltivare i propri appezzamenti di terreno e ad allevare qualche capo di bestiame. Già, tempi duri e vita ancor più dura.

I blocchi venivano staccati con la polvere nera, uno degli esplosivi più pericolosi perché difficili da gestire.

C’erano i tecchiaioli che dovevano calarsi appesi con delle funi davanti alle pareti per togliere parti pericolanti o per verificare da vicino la qualità del marmo da estrarre e c’erano quelli addetti a sistemare le cariche di esplosivo per fare la varata.

L’esplosivo nel corso degli anni è stato sostituito in parte o totalmente prima dal filo elicoidale e successivamente dai fili diamantati.

C’erano anche i quadratori, ovvero gli addetti a squadrare i blocchi con subbia, martello e forza di braccia e spalle.

Una volta pronti i blocchi dovevano essere portati a valle e allora si iniziava la fase della lizzatura, operazione assai pericolosa perché i canapi, se male assicurati o di cattiva qualità, potevano spezzarsi. Le conseguenze erano sempre drammatiche e spesso il blocco senza più controllo finiva per schiacciare qualche cavatore.

Ora i tempi sono cambiati. Le montagne vengono mangiate a vista d’occhio e si lavora con mezzi meccanici di ultima generazione. Certo rimane un lavoro duro e assai pericoloso ma non è più quello che ha caratterizzato la vita e la morte di centinaia di persone sia nella zona di Carrara che in quella di Seravezza per secoli.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti in questa piovosa giornata di fine febbraio che vi scrive tenendo in mano un bicchiere di rosso, ma di quello bono, no come il vino che si beveva nel Cinquecento.

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