Contese da vicini di casa

Era il 13 aprile del 1518 quando Massimo Grati mi scrisse questa lettera da Camaiore, cittadina confinante con Pietrasanta. Le due città tanto d’accordo non son mai andate ma è cosa risaputa che fra vicini spesso non corre buon sangue a causa di qualche disaccordo: te mi metti le conche dei fiori sul mio, io ti pianto i paletti dentro i tuoi filari di viti e te m’annaffi il gatto che viene a orinare sulle tue camelie. Insomma, i soliti litigi da confinanti.

Ebbene questo signor Grati voleva che il Benti, amico di entrambi e pure mio collaboratore, m’accompagnasse fino a casa sua a Camaiore per chiarire certe questioni di confine fra le due cittadine. Che fossi un omo stimato era cosa nota anche fuori da Firenze e Roma, ma tirarmi in ballo per dispute fra confinanti mi parve un po’ azzardato. E come facevo io a sapere chi aveva ragione e chi torto? Mica lavoravo al catasto.

In ogni modo voglio riportarvi la lettera che ricevetti: mi par degna di nota soprattutto nella parte iniziale nella quale il signor Grati dice un sacco di cose che mi piaccion parecchio, di quelle che fanno bene al mio ego. In pratica dice di non volermi ingolosire per farmi andare a Camaiore usando le lodi ma a conti fatti lo fa con la maestria di chi è abituato a tessere lodi continuamente a destra e a manca.

Charissimo Michelan(gno)lo, s’io volessi o pensassi con lenocinio et dolcezza di laude muovervi, ben saperia dir con buone ragioni et exempli delle opere vostre, ché Apelles non fu miglior pictore, né Praxitele ve haveria tolto lo scarpello, né Lisippo ve averia superato nei metalli né alcuno altro innel plasmar di terra, artificio iudicato archetipo et genitore exemplare di tutte le belle opere di metallo, di saxo et de pictura.

Aggiugneria la continentia e ‘1 riposo, la modestia et la mansuetudine, discurrendo per mille altre parti degne di gran commendatione, nate tucte et nutrite de benigno influxo, solertia, ingegno et bontà incomparabile.

Ma per la servitù che insieme havemmo con la felice recordatione de papa Iulio, nudamente et senza alcum colore di rectorica scrivendo, vi pregho che, havendo a andare mastro Donato, con voi o senza, a veder le confine di marina tra Pietrasanta et Camaiore, siate contento fare o persuadere a lui che faccia relationi del vero.

Et per vostra informatione dico che, essendo per antico intrecciati li territorii dei decti luoghi, el marchese di Mantua, arbitro, li dirizzò et divise tirando una linea dritta da un termino che era presso a Motrone per fino alla fontana di Rotaio, dove sono certe. Et perché il tracto era longo, per dui altri commissarii, de saputa et consenso delle parti, furono posti in mezzo alli III altri termini. Depoi furono svelti quel termino de Motrone et dui altri di quelli di mezzo.

È manifesto, come ben sapete, che, volendoli reponere ai luoghi suoi, conviem tirare una linea dalla fontana a quel termino che resta in piedi, di quelli di mezzo, et de lì a dirictura alle acque salse, et, dove batte la linea, repiantarli. Nondimeno, perché, disputandone altre volte sopra di questo, alcuni Camaioresi temerarii, che non haveano auctorità di farlo, consentivano certe braccia, avenga non seguisse, el signor Commissario vorria pur adesso che quel consenso havesse luogo.

A me par duro partir dalle dui sententie et termini extanti, eo maxime che vedo la cosa non solamente esser grave ma periculosa, a questi poveri Camaioresi, che li hanno tagliato dui miglia di paese, muoverli adesso et tirarli addosso la linea de’ confini, tanto che pigliasse di Chiolaia et togliesse del sodo che è in capo all’acqua del Nichieto el qual sodo serve per passo alle bestie di qua che vanno a bevere all’acqua fresca del Secchino.

Nondimanco, per finirla una volta et tor materia de questioni, la mitigaria volentieri; et, per satisfare in parte alla signoria del Commissario, me pareria bastasse ch’el termino che era sulla ripa del fosso di Ciaffarone, verso Pietrasanta, se piantasse in su quest’altra ripa, che saranno pur li X et anche 12 braccia di largo; et poi si menasse la linea dalla dicta fontana et termino fino al mare, che l’acquisto se allarga sempre a guisa de girone, et dove la linea battesse dirimpeto a Motrone, piantar il termino mosso et contar quante braccia fusse lontano dal procincto del castello.

Et crediatemi che ogni altra via è periculosa, imperò che, pigliando la linea di Chiolaia, pigliaria tanto del sodo del Nichieto, che facilmente, andando le bestie a beverare, passariano le confine et sariano menate a Pietrasanta.

Et quando il sodo prefato vi paresse spacioso, sappiate che, crescendo il verno le acque, ne cuopren tanto che lle bestie a ffatica ci passaranno così; et se lla Signoria del Commissario dicesse voler reservare a Camaiore quanto la linea troncasse del dicto sodo et de Chiolaia, dico che chi non ha servato dui sententie et termini saldi mancho serverà cotal biscocha et transgressione. Per tanto iudico esser meglio, per la pace di questi populi, che la confine si termini dal mare al dicto fonte, come di sopra è dicto, con termini et fosse a dirittura, che partisseno absolutamente i territorii senza lassarvi scrupulo alcuno.

Et circa questo caramente vi prego vogliate affaticarve per la verità et per il dovere in servitio di Dio, et anche per amor mio. Et siate contento venirvene con mastro Donato a starvene un dì domesticamente meco, et bene valete. Ex abbatia Camaioris, XIII Aprilis 1518.Bonus frater Maximus Gratus prothonotarius et abbas.Al mio come caro fratello mastro Michelan(gno)lo. In Pietrasanta.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che per il momento vi saluta con questo scatto del trasporto del marmo su locomobile datato 1908, fatto sulla strada delle Gobbie. Appartiene agli archivi Henraux.

Srada delle Gobbie. Trasporto del marmo con la locomobile, ca. 1908 henraux.jpg

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Cavatori, cave e marmo

Sapete, sono stato il primo scultore nel corso della storia che i blocchi per le sue opere se li andava a cercare direttamente in cava. Iniziai a recarmi sul posto prima di metter mano alla Pietà Vaticana, con l’intento di trovare un bel concio di marmo presso le cave di Carrara del Polvaccio, poi proseguii per il resto della vita.

Mi capitò anche di trovare blocchi che facevano al caso mio a Firenze e a Roma, senza dover faticare tanto abbarbicato sulle Apuane, d’inverno al gelo e d’estate sotto l’inclemenza del sole come nel caso della Pietà Rondanini e del Bacco.

Il lavoro di cava era duro, durissimo e ha continuato a esserlo fino agli anni Sessanta. Poi arrivarono i camion, le ruspe e altre cose simili per alleviare la fatica agli uomini. il lavoro di cava oggi è più sopportabile di un tempo ma il pericolo rimane.

Vi propongo un video girato qualche anno fa da Francesco Tarabella che vi spiega per immagini cosa voglia dire lavorare nelle cave di marmo. Guardatevelo tutto per capire da dove arrivi il marmo lavorato dagli artisti ma soprattutto per avere un’idea di cosa ci sia dietro ogni singolo pezzetto di marmo che vedete in giro…già per arrivare sul posto di lavoro era un’impresa che necessitava una buona dose di energie, forza e pure di coraggio.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Vecchi e nuovi cavatori

Certo che il lavoro  in cava è cambiato proprio tanto nell’arco di cinquecento anni, o meglio, in meno di cento anni. Fino a metà del Novecento, soprattutto nelle cave più piccole, ancora si lavorava con le stesse metodologie dei miei tempi, senza alcuna variazione apportata dalla modernità.

E’ sempre stato un mestiere assai rischioso ma, d’altro canto, spesso era l’unico lavoro che si poteva fare nei paesi ubicati vicini alle cave. Un lavoro brutto, pericoloso e pure mal pagato. Dato che non bastava a sfamare la famiglia, in molti dopo aver terminato la giornata di l, si occupavano di coltivare i propri appezzamenti di terreno e ad allevare qualche capo di bestiame. Già, tempi duri e vita ancor più dura.

I blocchi venivano staccati con la polvere nera, uno degli esplosivi più pericolosi perché difficili da gestire.

C’erano i tecchiaioli che dovevano calarsi appesi con delle funi davanti alle pareti per togliere parti pericolanti o per verificare da vicino la qualità del marmo da estrarre e c’erano quelli addetti a sistemare le cariche di esplosivo per fare la varata.

L’esplosivo nel corso degli anni è stato sostituito in parte o totalmente prima dal filo elicoidale e successivamente dai fili diamantati.

C’erano anche i quadratori, ovvero gli addetti a squadrare i blocchi con subbia, martello e forza di braccia e spalle.

Una volta pronti i blocchi dovevano essere portati a valle e allora si iniziava la fase della lizzatura, operazione assai pericolosa perché i canapi, se male assicurati o di cattiva qualità, potevano spezzarsi. Le conseguenze erano sempre drammatiche e spesso il blocco senza più controllo finiva per schiacciare qualche cavatore.

Ora i tempi sono cambiati. Le montagne vengono mangiate a vista d’occhio e si lavora con mezzi meccanici di ultima generazione. Certo rimane un lavoro duro e assai pericoloso ma non è più quello che ha caratterizzato la vita e la morte di centinaia di persone sia nella zona di Carrara che in quella di Seravezza per secoli.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti in questa piovosa giornata di fine febbraio che vi scrive tenendo in mano un bicchiere di rosso, ma di quello bono, no come il vino che si beveva nel Cinquecento.

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A New York senza Carrara

E’ mai possibile che non possa sta tranquillo nemmeno da morto? Almeno quand’ero in vita potevo rispondere per le rime a quanti tentavano di manipolarmi o di farmi stare da una parte o dall’altra a seconda del proprio torna comodo. Invece ora sono stecchito e non ho altro modo per protestare se non questo blog: zitto però non ci sto lo stesso!

Come vi avevo già scritto qualche tempo fa https://michelangelobuonarrotietornato.com/2014/12/17/io-e-la-versilia-a-new-york/  , a New York mi stanno omaggiando con un’esposizione organizzata dal Consolato Generale d’Italia assieme all’Istituto italiano di cultura della città e dai quattro comuni della Versilia storica: Seravezza, Stazzema, Pietrasanta e Forte dei Marmi. Si tratta di un’occasione d’oro per i quattro comuni per pubblicizzare la loro attività estrattiva e tutte le attività collegate alla lavorazione del marmo.

Ma Carrara?

Possibile che nessuno si sia fatto sentire dal comune, dall’amministrazione o da qualche organo preposto per la promozione del territorio?

In fondo io dalle cave della Versilia ho preso ben poco, anzi, nulla. Mi ci sono arrabbiato fino a logorarmi il fegato e ho perso un mucchio di tempo. Di fatica ce n’ho messa abbarbicato sull’Altissimo ma nessuna delle mie opere la realizzai con quei marmi lì.

Il perché mi trovassi lì fra quelle montagne invece che a Carrara dovete chiederlo a Papa Leone X. Fu lui a obbligarmi a cavar marmi proprio lì per la facciata del San Lorenzo.

Prima dovetti progettare la strada che dai monti scendeva fino al mare, perché mancava e poi mi dovetti portare pure dietro gli scalpellini di Settignano fin lassù. Il fatto è che quelli di Azzano e delle zone limitrofe erano bravi ma non erano abituati a lavorare grandi blocchi come servivano a me. Al mio servizio ce n’era solo uno del posto.

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Dalle montagne di pertinenza della Versilia riuscimmo a estrarre una colonna che faceva proprio al caso mio ma andò in frantumi. Durante la lizza un canapo si schiantò e il blocco andò in frantumi. Purtroppo nell’incidente morì anche un cavatore e fu allora che decisi di lasciar perdere l’impresa, Papa o non Papa volevo tornare a Carrara subito!

Ecco parte della lettera che scrissi al mi’ fratello Buonarroto a Firenze il 18 aprile del 1518, da Pietrasanta:

…monterò subito a chavallo e anderò a trovare el chardinale de’ Medici e el Papa, e dirò loro el facto mio, e qui lascierò la impresa e ritorneromi a Charrara che ne sono pregato chome si prega Cristo.

Questi scharpellini che io menai di chostà non si intendono niente al mondo né delle chave né de’ marmi. Chostonmi già più di cento trenta duchati e no’ m’ànno anchora chavata una schaglia di marmo che buona sia; e vanno ciurmando per tucto che ànno trovato gran chose, e cerchono di lavorare per l’Opera e per altri cho danari che gli ànno ricievuti da me.

Non so che favore s’abino, ma ogni chosa saperà el Papa. Io, poi che mi fermai qui, ò buctato via circha trecento ducati e non vego anchor nulla che sia per me. Io ò tolto a rrisuscitar morti a voler domestichar questi monti e a mecter l’arte in questo paese; che quando l’Arte della Lana mi dessi, oltre a’ marmi, cento duchati el mese, che io facessi quello che io fo, non farebbe male, non che non mi fare el partito.

Però rachomandami a Iachopo Salviati e schrivi pel mio garzone chome la chosa è ita, acciò che io pigli partito subito, perché mi consumo a star qui sospeso.Michelagniolo im Pietrasanta.

Le barche che io noleggiai a Pisa non sono mai arrivate. Credo essere stato ucciellato e chosì mi vanno tucte le chose. Ò maladecto mille volte el dì e l’ora che io mi parti’ da Charrara.

Quest’è chagione della mia rovina; ma io vi ritornerò presto. Oggi è pechato a far bene. Rachomandami a Giovanni da Richasoli….”

E dopo uno come fa a rimané calmo senza farsi montare la bile? Non si pole mica! Carrara, fatti avanti e soprattutto fatti valere!

Se n’approfittano perché son morto ma quando verrete di qua, mi auguro fra molto tempo perché siamo già in tanti, du’ scapaccioni ve li do’ lo stesso. Potrò togliermi anch’io una soddisfazione, no?

Ah piccolo appunto… il sindaco Neri prima ha fatto il diavolo a quattro per far chiudere la cava Cappella con una serie di motivazioni quasi surreali. Ora prende parte a questo evento che mette in luce l’attività estrattiva della zona adoperando il mio nome. Chissà cosa ne pensano quegli operai che alla Cava Cappella lavoravano e si son ritrovati senza lavoro. Tanto loro mica li conoscono a New York!

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Il colosso per Carrara che mi mancò di scolpire

 Nell’aprile del 1505 me ne andai sulle cave di Carrara assieme ad un paio di fidati servitori per cercare i marmi da scolpire per il complesso monumentale di Giulio II.

Otto mesi arrampicato sulle Alpi Apuane aspettando che i cavatori estraessero dal cuore di quelle montagne ciò che faceva al mio caso. Tanti mesi di inoperosità mi pesarono assai e iniziai a lavorare di fantasia.

Mi venne l’idea di scolpire direttamente sui marmi ancora ancorati a quelle montagne, un colosso paragonabile per grandezza a quello di Rodi che potesse essere visto a grande distanza. Se solo avessi avuto più tempo forse lo avrei realizzato. Le sfide impossibili erano il mio pane quotidiano.

Ma dovetti tornare a Roma al cospetto di Giulio II per mostrargli le carrate di marmo che avevo scelto per la tua tomba. Il Vasari fa menzione di queste mie fantasie nelle “Vite” con queste parole:

“ hebbe molti capricci di fare in quelle cave, per lasciar memoria di sé…, statue grandi invitato da que’ massi. Gli venne voglia di fare un Colosso, che da lungi apparisse a’ naviganti. Et certo l’harebbe fatto se ‘l tempo bastato gli fusse, o l’impresa per la quale era venuto, l’havesse concesso. Del che un giorno lo sentii molto dolere. Or cavati e scelti que’ marmi, che li parvero a bastanza, condotti che gli ebbe alla marina, et lasciato un suo, che gli facesse caricare, egli a Roma se ne tornò. Et perciò che s’era alcuni giorni fermo in Firenze, trovò, quando giunse, che una parte n’era arrivata a Ripa.”

Il vostro Michelangelo Buonarroti che oggi dedica la giornata ai cavatori di Carrara e a tutti problemi che hanno avuto in questo ultimo periodo.

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Cave di Carrara

Se volete passare una giornata diversa dal solito andate a visitare le Cave di Carrara. Attualmente stanno passando un periodo non troppo prospero a causa di leggi su leggi e decreti di ogni tipo che sembrano non far altro che complicare una situazione di per sé già difficile.

Io sono stato lì non so’ quante volte per estrarre i marmi per le mie opere e mi son sempre trovato bene. Ottimi cavatori che sapevano il fatto suo e non m’hanno quasi mai fatto tribolare. Son sempre riuscito a tornarmene a Roma o a Firenze assieme ai blocchi di marmo delle dimensioni sperate.

Visitare questi luoghi significa tenere viva una memoria che non deve essere perduta. A Carrara e ai suoi cavatori devo i marmi della Pietà così come quelli del complesso monumentale funebre dedicato a Giulio II e molti altri ancora. Non fraintendete la parola “devo” perché i marmi li ho pagati, sia chiaro!

Senza cavatori e senza cave ci sarebbe meno bellezza in giro e chi si attiva per chiudere cave e cavette si ricordi bene che c’è gente che ogni giorno grazie a quel lavoro lì può mette il pane sul tavolino ai figlioli.

Anche a me dispiace che il paesaggio venga in qualche modo alterato e talvolta deturpato ma ci sono cose ben più importanti a cui pensare, non lo credete forse anche voi che adesso mi state leggendo?

Fatecelo un salto alle Cave di Carrara e in particolare alla cava di Fantiscritti che è stata organizzata alla stregua di un museo a cielo aperto.

Per qualsiasi informazione visitate il sito internet http://www.cavamuseo.com/ o la pagina facebook https://www.facebook.com/cavedimarmocarrara .

Potreste trovarmi là, a contemplare un bianco che più bianco non si può. Il made in Italy tanto celebrato nel mondo è anche questo!

Il vostro Michelangelo Buonarroti

 

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