Contese da vicini di casa

Era il 13 aprile del 1518 quando Massimo Grati mi scrisse questa lettera da Camaiore, cittadina confinante con Pietrasanta. Le due città tanto d’accordo non son mai andate ma è cosa risaputa che fra vicini spesso non corre buon sangue a causa di qualche disaccordo: te mi metti le conche dei fiori sul mio, io ti pianto i paletti dentro i tuoi filari di viti e te m’annaffi il gatto che viene a orinare sulle tue camelie. Insomma, i soliti litigi da confinanti.

Ebbene questo signor Grati voleva che il Benti, amico di entrambi e pure mio collaboratore, m’accompagnasse fino a casa sua a Camaiore per chiarire certe questioni di confine fra le due cittadine. Che fossi un omo stimato era cosa nota anche fuori da Firenze e Roma, ma tirarmi in ballo per dispute fra confinanti mi parve un po’ azzardato. E come facevo io a sapere chi aveva ragione e chi torto? Mica lavoravo al catasto.

In ogni modo voglio riportarvi la lettera che ricevetti: mi par degna di nota soprattutto nella parte iniziale nella quale il signor Grati dice un sacco di cose che mi piaccion parecchio, di quelle che fanno bene al mio ego. In pratica dice di non volermi ingolosire per farmi andare a Camaiore usando le lodi ma a conti fatti lo fa con la maestria di chi è abituato a tessere lodi continuamente a destra e a manca.

Charissimo Michelan(gno)lo, s’io volessi o pensassi con lenocinio et dolcezza di laude muovervi, ben saperia dir con buone ragioni et exempli delle opere vostre, ché Apelles non fu miglior pictore, né Praxitele ve haveria tolto lo scarpello, né Lisippo ve averia superato nei metalli né alcuno altro innel plasmar di terra, artificio iudicato archetipo et genitore exemplare di tutte le belle opere di metallo, di saxo et de pictura.

Aggiugneria la continentia e ‘1 riposo, la modestia et la mansuetudine, discurrendo per mille altre parti degne di gran commendatione, nate tucte et nutrite de benigno influxo, solertia, ingegno et bontà incomparabile.

Ma per la servitù che insieme havemmo con la felice recordatione de papa Iulio, nudamente et senza alcum colore di rectorica scrivendo, vi pregho che, havendo a andare mastro Donato, con voi o senza, a veder le confine di marina tra Pietrasanta et Camaiore, siate contento fare o persuadere a lui che faccia relationi del vero.

Et per vostra informatione dico che, essendo per antico intrecciati li territorii dei decti luoghi, el marchese di Mantua, arbitro, li dirizzò et divise tirando una linea dritta da un termino che era presso a Motrone per fino alla fontana di Rotaio, dove sono certe. Et perché il tracto era longo, per dui altri commissarii, de saputa et consenso delle parti, furono posti in mezzo alli III altri termini. Depoi furono svelti quel termino de Motrone et dui altri di quelli di mezzo.

È manifesto, come ben sapete, che, volendoli reponere ai luoghi suoi, conviem tirare una linea dalla fontana a quel termino che resta in piedi, di quelli di mezzo, et de lì a dirictura alle acque salse, et, dove batte la linea, repiantarli. Nondimeno, perché, disputandone altre volte sopra di questo, alcuni Camaioresi temerarii, che non haveano auctorità di farlo, consentivano certe braccia, avenga non seguisse, el signor Commissario vorria pur adesso che quel consenso havesse luogo.

A me par duro partir dalle dui sententie et termini extanti, eo maxime che vedo la cosa non solamente esser grave ma periculosa, a questi poveri Camaioresi, che li hanno tagliato dui miglia di paese, muoverli adesso et tirarli addosso la linea de’ confini, tanto che pigliasse di Chiolaia et togliesse del sodo che è in capo all’acqua del Nichieto el qual sodo serve per passo alle bestie di qua che vanno a bevere all’acqua fresca del Secchino.

Nondimanco, per finirla una volta et tor materia de questioni, la mitigaria volentieri; et, per satisfare in parte alla signoria del Commissario, me pareria bastasse ch’el termino che era sulla ripa del fosso di Ciaffarone, verso Pietrasanta, se piantasse in su quest’altra ripa, che saranno pur li X et anche 12 braccia di largo; et poi si menasse la linea dalla dicta fontana et termino fino al mare, che l’acquisto se allarga sempre a guisa de girone, et dove la linea battesse dirimpeto a Motrone, piantar il termino mosso et contar quante braccia fusse lontano dal procincto del castello.

Et crediatemi che ogni altra via è periculosa, imperò che, pigliando la linea di Chiolaia, pigliaria tanto del sodo del Nichieto, che facilmente, andando le bestie a beverare, passariano le confine et sariano menate a Pietrasanta.

Et quando il sodo prefato vi paresse spacioso, sappiate che, crescendo il verno le acque, ne cuopren tanto che lle bestie a ffatica ci passaranno così; et se lla Signoria del Commissario dicesse voler reservare a Camaiore quanto la linea troncasse del dicto sodo et de Chiolaia, dico che chi non ha servato dui sententie et termini saldi mancho serverà cotal biscocha et transgressione. Per tanto iudico esser meglio, per la pace di questi populi, che la confine si termini dal mare al dicto fonte, come di sopra è dicto, con termini et fosse a dirittura, che partisseno absolutamente i territorii senza lassarvi scrupulo alcuno.

Et circa questo caramente vi prego vogliate affaticarve per la verità et per il dovere in servitio di Dio, et anche per amor mio. Et siate contento venirvene con mastro Donato a starvene un dì domesticamente meco, et bene valete. Ex abbatia Camaioris, XIII Aprilis 1518.Bonus frater Maximus Gratus prothonotarius et abbas.Al mio come caro fratello mastro Michelan(gno)lo. In Pietrasanta.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che per il momento vi saluta con questo scatto del trasporto del marmo su locomobile datato 1908, fatto sulla strada delle Gobbie. Appartiene agli archivi Henraux.

Srada delle Gobbie. Trasporto del marmo con la locomobile, ca. 1908 henraux.jpg

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Il viavai degli scalpellini

Come ho avuto modo di raccontarvi in più occasioni, il tempo che trascorsi nelle cave di Seravezza fu duro, complicato nonché infruttuoso. Gli scalpellini andavano e venivano a loro piacimento senza che potessi fare alcunché in merito. Li facevo arrivare direttamente da Settignano tranne alcuni molto abili reperiti in loco. Dopo la prima paga però se ne tornavano a casa, lasciandomi senza una parte preziosa della forza lavoro.

In una lettera indirizzata al mi fratello Buonarroto, espressi tutta la mia preoccupazione in merito a questa spinosa faccenda. Gli scalpellini tornando a casa poi parlavano male di me e io avevo sempre più difficoltà a reperirne di nuovi.

Seravezza, 31 luglio 1518

Buonarroto, degli scharpellini che vennon qua, solo c’è restato Meo e cCechone; gli altri se ne sono venuti.

Ebono qua da mme quatro duchati e promessi loro danari chontinuamente da vivere, acciò che e’ potessino sodisfarmi. Ànno lavorato pochi dì e chon dispecto, i’ modo che quel tristerello di Rubechio m’à presso che guasto una cholonna che ò cavata.

Ma più mi duole che e’ vengono costà e danno chactiva fama a mme e alle chave de’ marmi per ischarichare loro, in modo che, volendo poi degl’uomini, no ne posso avere. Vorrei almeno, poi che e’ m’ànno ghabato, che e’ si stessino cheti.

Però io t’aviso, acciò che tu gli facci star cheti chon qualche paura, o di Iachopo Salviati o chome pare a cte, perché questi g[h]ioctoncegli fanno gran danno a quest’opera e anche a me.

Michelagniolo in Seraveza. A Buonarroto di Lodovicho Simoni in Firenze. Data in Via G[h]ibellina, a riscontro alla casa de’ Guardi.

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Cavatori, cave e marmo

Sapete, sono stato il primo scultore nel corso della storia che i blocchi per le sue opere se li andava a cercare direttamente in cava. Iniziai a recarmi sul posto prima di metter mano alla Pietà Vaticana, con l’intento di trovare un bel concio di marmo presso le cave di Carrara del Polvaccio, poi proseguii per il resto della vita.

Mi capitò anche di trovare blocchi che facevano al caso mio a Firenze e a Roma, senza dover faticare tanto abbarbicato sulle Apuane, d’inverno al gelo e d’estate sotto l’inclemenza del sole come nel caso della Pietà Rondanini e del Bacco.

Il lavoro di cava era duro, durissimo e ha continuato a esserlo fino agli anni Sessanta. Poi arrivarono i camion, le ruspe e altre cose simili per alleviare la fatica agli uomini. il lavoro di cava oggi è più sopportabile di un tempo ma il pericolo rimane.

Vi propongo un video girato qualche anno fa da Francesco Tarabella che vi spiega per immagini cosa voglia dire lavorare nelle cave di marmo. Guardatevelo tutto per capire da dove arrivi il marmo lavorato dagli artisti ma soprattutto per avere un’idea di cosa ci sia dietro ogni singolo pezzetto di marmo che vedete in giro…già per arrivare sul posto di lavoro era un’impresa che necessitava una buona dose di energie, forza e pure di coraggio.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Un video per raccontarvi il marmo ieri e oggi

Guardate qua cosa ho trovato in rete per voi: un bel video prodotto da Rai Storia che racconta la storia del marmo: dall’estrazione alla lavorazione di ieri e di oggi. Se non avete idea di cosa sia la vita di cava, di come venga lavorata una scultura e cosa voglia dire l’estrazione selvaggia e senza regole di oggi, questo video ve la spiegherà meglio di qualsiasi parola scritta o pronunciata.

Vangi, Mitoraj, De Hann e altri artisti vi racconteranno la loro esperienza, il loro lavoro fra Pietrasanta, Seravezza e Carrara. Buona visione

Il vostro Michelangelo Buonarroti

Un blocco per la Sagrestia Nuova

Il foglio che vedete a seguire appartiene alle collezioni del British Museum. Si tratta della raffigurazione di una misura di marmo che diedi a cavare nelle cave di Carrara. Il blocco mi sarebbe servito poi per scolpire uno dei protagonisti della Sagrestia Nuova della Basilica di San Lorenzo, a Firenze.

Sul disegno del blocco riportai le misure che avrebbe dovuto avere e, sul lato più corto, tracciai i simboli con i quali identificavo ogni misura di marmo da me acquistata.

“Largo tre quarti, lungo braccia dua e mezo. Larga un braccio e un sesto”

La scritta che vedete sul lato destro invece non è di mano mia: la fece il mio pronipote Cosimo Buonarroti nel 1852 per certificare l’autenticità del foglio con tanto di sigillo apposto. “Si certifica da me infrascritto che questa misura di marmi è di mano del Gran Michelangiolo mio antenato. Li I Luglio 1852 C. Buonarroti”

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e le misure di marmo contenenti le sue sculture.

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A block for the New Sacristy

The drawing here above belongs to the collections of the British Museum. It  represents the measurements for a block of marble that I managed to get in the Carrara quarries. The block would then serve to carve one of the protagonists of the New Sacristy of the Basilica of San Lorenzo in Florence.

I wrote the measurements directly on a drawing of the block and on the shorter side, traced the symbols with which I always identified the blocks that I bought.

“Three-quarters deep, 2 and a half arms long & an arm and a siuxth deep”

The writing you see on the right side I did not write: my great-grandson Cosimo Buonarroti added it in 1852 to certify the authenticity of the sheet with a seal. “I certify myself that these marble measurements are from the hands of my ancestor the Grand Michelangiolo. July 1, 1852 C. Buonarroti”

Truly yours, Michelangelo Buonarroti and my marble measurments

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Ritorno alle cave di Fantiscritti

Stamani c’era un bel soletto e, siccome non avevo voglia di rimanere tutto il giorno chiuso dentro Santa Croce a rimuginare sulle mie carte, sono tornato alle cave di Fantiscritti in quel di Carrara.

Pensate un po’, arrivai per la prima volta a Fantiscritti poco più che ventenne, alla ricerca di un buon blocco per la Pietà Vaticana commissionatami dal cardinale Jean de Bilhères, ambasciatore del re di Francia Carlo VIII presso papa Alessandro VI. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata davvero molta: l’aspetto delle cave è assai cambiato, son cambiati i metodi di estrazione e pure quelli di trasporto.

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Se volete avere idea di come fosse la vita di cava e dei cavatori fino agli anni Sessanta, vi consiglio di visitare l’interessante Cava Museo Fantiscritti. Questo museo a cielo aperto è stato creato da Walter Danesi che per anni si è dedicato a raccogliere materiale di epoche più o meno remote attinente al mondo delle cave e dei cavatori. Walter adesso è anziano e a proseguire la sua importante opera di memoria e divulgazione proseguono i posteri con impegno, gentilezza e professionalità.

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Ogni singolo oggetto ha una storia incredibile alle spalle, una storia fatta di eroi del quotidiano, forza, tenacia e di quel coraggio che ha solo chi non alternative fra il morir di stenti e il cercare di non morir di fatica.

Si fa fatica a non emozionarsi davanti a certi oggetti che raccontano senza parlare la vita di chi per anni li ha adoperati. Mazzuoli usurati, canapi, blocchi tagliati dalla montagna senza alcuno strumento tecnologico, la buccina che suonava prima delle mine, la sirena che annunciava la morte di un cavatore durante il lavoro…

All’interno della Cava Museo Fantiscritti è stata ricreata una casa che poteva essere benissimo quella di qualsiasi cavatore. Al suo interno ci sono gli arredi del tempo e tutti quegli oggetti indispensabili per lavorare, cucinare e dormire.

Custoditi in una teca di vetro i gioielli più preziosi: un paio di scarponi chiodati. Consumati fino all’inverosimile, aggiustati alla meno peggio con del filo di ferro e bucati in ogni dove. Walter, omonimo del nonno che ha creato pezzo dopo pezzo il museo, m’ha raccontato che per comprare un paio di scarponi nuovi serviva la paga di quindici giorni di lavoro, né più né meno. Il povero cavatore, povero di soldi ma ricco di spirito, preferì andare a lavorare fino all’ultimo con quegli scarponi rattoppati: i soldi gli servivano per far studiare i figli, non c’era nemmeno una lira in più da spendere. Ecco, oggi entrambi i figlioli son laureati e non è cosa da poco.

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Se avete occasione di venire in Toscana non perdete l’occasione di visitare questo importante museo: vi emozionerete. Cliccate qua per collegarvi direttamente al sito Cave Museo Fantiscritti di Carrara.

Per chi desidera prenotare un soggiorno nella città per poi avventurarsi alla scoperta delle cave, lo può fare prenotando qui il pernottamento.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che stamani era in trasferta. Ah, un’ultima cosa: su Youtube trovate un bel video girato presso la Cava Museo Fantiscritti: cliccate qui

 

 

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Le cinque colonne di Seravezza

Era l’11 marzo del 1513 quando Giovanni de’ Medici, figliolo di Lorenzo il Magnifico, salì sul trono di Pietro assumendo il nome di Leone X. Il pontefice fece da mediatore per la contesa delle terre di Pietrasanta e Seravezza. Sia Firenze che Lucca ne reclamavano animatamente il possesso ma alla fine, il pontefice, convinse Lucca a donare i territori in questione a Firenze.

A Seravezza da tempo erano state avviate cave abbastanza produttive dalle quali si estraeva del pregiato marmo. Il papa dunque, per la realizzazione della facciata del San Lorenzo, mi obbligò a cercare i marmi proprio là. Non sarebbe stata una tragedia se gli scalpellini fossero stati avvezzi a lavorare con grandi blocchi e con gli artisti, se non avessi dovuto progettare la strada che dalla montagna arrivava al mare per far caricare i marmi, se non ci fosse scappato pure il morto e se a Carrara, per protesta, non m’avessero bloccato la partenza dei marmi che già avevo scelto per la tomba di Giulio II.

La realizzazione della strada subiva continuamente dei rallentamenti aumentando i tempi di attesa. L’Arno era pure in secca e non permetteva il trasporto dei blocchi fino a Firenze …insomma, mi toccò tribolare parecchio in quel periodo. Poco a poco arrivò anche il freddo e ancora oggi, se penso a quell’inverno così rigido, mi s’accappona la pelle.

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Fu un periodo durissimo quello passato sull’Altissimo e sulle altre montagne seravezzine. Alla fine, fra ostacoli enormi e mille difficoltà, ricavai cinque colonne di marmo. La prima risultò avere una grande venatura nera e quindi non poteva essere adoperata. La seconda estratta, durante la lizzatura, strappò i canapi e scivolò nel fiume portandosi con sé anche la vita di un cavatore nella primavera del 1518. La terza e la quarta, estratte nel 1519, andarono in frantumi mentre la quinta riuscì ad arrivare integra sul cantiere della Basilica di San Lorenzo nel 1521 ma oramai il papa aveva deciso di sciogliere definitivamente il contratto.

Si narra che la quinta colonna, ovvero l’unica arrivata a Firenze, sia ancora sepolta dinnanzi alla Basilica di San Lorenzo…chissà se sia così.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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The five pillars of Seravezza

It was on March 11, 1513 when Giovanni de ‘Medici, son of Lorenzo the Magnificent, ascended the throne as Pope taking the name of Leo X. The pontiff became the mediator for the fought land of Pietrasanta and Seravezza. Both Florence and Lucca demanded possession but in the end, the pontiff, persuaded Lucca to donate the territories in question to Florence.

Seravezza had many working quarries where very precious marble was being extracted. For the construction of the façade of the Church of San Lorenzo, the pope forced me to look for the marble at these quarries. It would not have been a big deal if the masons were forced again to work with large blocks or if I didn’t have to design the road that went from the mountain to the sea to load the blocks of marble or if that person woudn’t have died in Carrara or that the locals wouldn’t have blocked the road as the marble was leabing Carrara that I had already chosen for the tomb of Julius II.

The road work constantly slowed down our work. The Arno was too low and did not allow us to bring the blocks of marble to Florence … you can only immagine I had to make up many excuses as time went by. Slowly but surely the weather began getting colder and as I still think of that winter cold, I still get the chills.

It was stressful time being on those high mountains of Serravezza. In the end, between enormous obstacles and many difficulties, I finally got my five marble columns. The first turned out to have a large black vain and therefore I couldn’t use it. The second block of marble tore the ropes and slid into the river while being lowered from the mountain while also taking the life of a quarryman in the spring of 1518. The third and fourth blocks, extracted in 1519 shattered completely and the fifth block made it in one piece to the construction site of the Basilica of San Lorenzo in 1521.  Unfortunately at this time the Pope had decided to end the project.

It is said that the fifth column, which was the only that got to Florence, is still buried in front of the Basilica of San Lorenzo … I wonder if this is true

Always yours, Michelangelo Buonarroti

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Impegni da portare a termine

Di lettere ne scrissi davvero tante, fiumi e fiumi di carta disegnata con una grafia sottile e ricercata. Mica come il mi nipote Lionardo con quella sua calligrafia da gallina così difficile da leggere soprattutto per chi non aveva un’eccellente intuito. La carta costava parecchio ma era anche l’unico modo per comunicare notizie, desideri e quant’altro a lunga distanza. Ecco a voi una lettera interminabile che scrissi al Buoninsegni per riferirgli alcuni dettagli relativi alle mie commissioni e alla ricerca spasmodica dei giusti marmi.

In quel frangente ero alla ricerca di blocchi sulle cave dell’Altissimo per la facciata del San Lorenzo a Firenze mentre a Carrara mi stavano estraendo marmi per la tomba di Giulio II. Se volete avere un’idea dei miei affanni quotidiani, leggete qua. L’arte non è solo bellezza ma è anche fatica, impegno e molto altro ancora.

Firenze, 31 Gennaio 1520

Send’io a Charrara per mia faccende, cioè per marmi per chondurre a rRoma per la sepultura di papa Iulio, nel mille cinque cento sedici, mandò per me papa Leone per chonto della facciata di San Lorenzo che volea fare in Firenze, ond’io a dì cinque di dicembre mi parti’ da Charrara e andai a Roma, e là feci uno disegnio per decta facciata, sopra ‘1 quale decto papa Leone mi decte chommessione che io facessi a Charrara cavare e’ marmi per decta opera.

Dipoi, send’io tornato da rRoma a Charrara l’ultimo dì di dicembre sopra dicto, mandommi là papa Leone, per chavare e’ marmi di decta opera, duchati mille per le mani di Iachopo Salviati, e portògli uno suo servidore decto Bentivoglio; e ricevecti decti danari circha a octo dì del mese vegniente, cioè di gienaio, e così ne feci quitanza.

Dipoi, l’agosto vegniente, sendo richiesto dal Papa sopra dicto del modello di decta opera, venni da Charrara a Firenze a farlo; e chosì lo feci di legniame, in forma propia, chon le figure di cera, e manda’gniene a rRoma. Subito che lo vide mi fece andare là, e chosì andai, e tolsi sopra di me in choctimo la decta facciata, chome apariscie per la scricta che ò chon Sua Santità; e bisogniandomi, per servire Sua Santità, chondurre a Firenze e’ marmi che io avevo a chondurre a rRoma per la sepultura di papa Iulio, com’io ò chondocti, e, dipoi lavorati, richondurgli a Roma, mi promesse chavarmi di tucte queste spese, cioè gabelle e noli, che è una spesa di circha a octo cento ducati, benché la scricta non lo dicha.

E a dì sei di febraio mille cinque cento diciassecte tornai da rRoma a Firenze, e avend’io tolto in choctimo la facciata di San Lorenzo sopra dicta, tucta a mia spese, e avendomi a far pagare in Firenze decto papa Leone quatro mila ducati per conto di decta opera, come apariscie per la scricta, a dì circha venti cinque ebi da Iachopo Salviati duchati octo cento per decto conto, e feci quitanza e andai a Charrara.

E non mi sendo là osservato chontracti e allogagione facte prima di marmi per decta opera, e volendomi e’ Charraresi assediare, andai a far chavare decti marmi a Seravezza, montagnie di Pietrasanta in su quello de’ Fiorentini, e quivi avend’io già facte bozzare sei cholonne d’undici bracia e mezo l’una e molti altri marmi, e factovi l’aviamento che oggi si vede facto – ché mai più vi fu cavato inanzi -, a dì venti di marzo mille cinque cento diciocto venni a Firenze, per danari per chominciare a chondurre decti marmi, e a dì venti sei di marzo mille cinque cento diciannove mi fece pagare el chardinale de’ Medici, per decta opera per papa Leone, da’ Gaddi di Firenze, ducati cinque cento; e chosì ne feci quitanza. Dipoi, in questo tempo medesimo, el Cardinale per chommessione del Papa mi fermò che io non seguissi più l’opera sopra dicta, perché dicevono volermi torre questa noia del chondure e’ marmi, e che me gli volevono dare in Firenze loro e far nuova chonventione.

E chosì è stata la cosa per insino a oggi.Ora, in questo tempo avendo mandato gli Operai di Santa Maria del Fiore una certa quantità di scharpellini a Pietrasanta, o vero a sSeravezza, a ochupare l’aviamento e ctormi e’ marmi che io ò facti cavare per la facciata di San Lorenzo per fare el pavimento di Santa Maria del Fiore, e volendo anchora papa Leone seguire la facciata di San Lorenzo e avendo el chardinale de’ Medici facta l’allogagione de’ marmi di decta facciata a altri che a me, e avendo dato a questi tali, che ànno preso decta condocta, l’aviamento mio di Seraveza sanza far conto mecho, mi sono doluto assai, perché né ‘1 Cardinale né gli Operai non potevono entrare nelle cose mia se prima non m’ero spichato d’achordo dal Papa; e nel lasciare l’opera dicta di San Lorenzo d’achordo chol Papa, mostrando le spese facte e ‘ danari ricievuti, decto aviamento e marini e masseritie sarebono di necessità toche o a Sua Santità o a mme, e ll’una parte e ll’altra, dopo questo, ne poteva fare quello voleva.Ora, sopra questa cosa el Chardinale m’à decto che io mostri e’ danari ricievuti e le spese facte, e che mi vole liberare per potere, e per l’Opera e per sé, torre que’ marmi che vole nel sopra dicto aviamento di Seraveza.

Però io ò mostro avere ricievuti dumila trecento ducati, ne’ modi e tempi che in questa si chontiene, e ò mostri a[n]chora avere spesi mille octo ciento ducati che, di questi, ce n’è spesi circha dugiento cinquanta im parte de’ noli d’Arno de’ marmi della sepultura di papa Iulio che io ò chondocti a llavorare qui per servire papa Leone, per richondurgli a rRoma chome è decto; tucti gli altri danari, per insino alla decta somma di mille octo cento, chome è decto, ò mostro avere spesi per decta opera di San Lorenzo, non mectendo a chonto a decto papa Leone el richondurre e’ marmi lavorati della sepultura dicta di papa Iulio a Roma, che sarà una spesa di più che cinque cento ducati. Non gli mecto anchora a chonto el modello di legniame della facciata decta, che io gli mandai a rRoma; non gli mecto a[n]chora a chonto el tempo di tre anni che io ò perduti in questo; non gli mecto a chonto che io sono rovinato per decta opera di San Lorenzo; non gli mecto a chonto el vitupero grandissimo dell’avermi chondocto qua per far decta opera e poi tormela, – e non so perché anchora; non gli mecto a chonto la casa mia di Roma che io ò lasciata, che v’è ito male, fra marmi e masseritie e llavoro facto, per più di cinque cento duchati.

Non mectendo a chonto le sopra dicte cose, a me non resta i’ mano, de’ dumilia trecento ducati, altro che cinque cento ducati.Ora, noi siàno d’achordo papa Leone si pigli l’aviamento facto, cho’ marmi detti cavati, e io e’ danari che mi restano i’ mano, e che io resti libero; e chonsigliòmmi che io facci fare un breve e che ‘1 Papa lo segnierà.Ora, voi intendete tucta la chosa chome sta. Io vi prego mi facciate una minuta di decto breve, e che voi achonciate e’ danari ricievuti per decta opera di San Lorenzo i’ modo che e’ non mi possino essere mai domandati; e anchora achonciate chome in chambio di decti danari, che io ò ricievuti, papa Leone si piglia el sopra decto aviamento, marmi e masseritie.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con tutti i suoi affanni e impegni

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Scalpellini poco abili sull’Altissimo

Quanto ci tribolai per cavar i marmi nelle cave di Seravezza. Buttai via tempo, sprecai fatica e mi venne un fegato grosso come un pallone. Gli scalpellini lasciavano molto a desiderare e non erano abituati per nulla a lavorare con gli artisti. Che tempi duri quelli, se ci ripenso mi sento di nuovo come in quei giorni la. Vi propongo una lettera che scrissi al Buoninsegni proprio in quel periodo burrascoso, dispendioso e poco produttivo.

Firenze 30 Novembre 1518

 

Messere Domenicho,

io m’achorgo per la vostra che Bernardo Nicholini v’à scricto che io mi sdegniai um pocho secho per un vostro chapitolo, che diceva chome el signore di Charrara mi charichava assai e chome el Chardinale si doleva di me.

E questo è, che io mi sdegniai, perché in boctega d’un merc[i]aio me lo lesse im publicho, a uxo di processo, acciò che e’ si sapessi, per quello, che io andavo a mmorire. E perché io gli dissi ‘Perché non schriv’egli a mme?’, io vego che voi schrivete a mme.

Però scrivete pure a llui o a mme, chome vi vien bene, e dopo la iustitia, quando sarà, vi prego non manifestiate il perché, per onore della patria.Io intendo, per l’ultima vostra, chome io farei bene a ‘llogare e’ marmi di San Lorenzo.

Io gli ò allogati già tre volte, e ctuct’a tre sono restato gabato; e questo è, perché gli scharpellini di qua non si intendono de’ marmi, e visto che e’ non riescie loro, si vanno chon Dio.

E chosì ci ò buctato via parechi centinaia di duchati; e per questo m’è bisogniato starvi qualche volta a mme, a mmectergli in opera e a mostrar loro e’ versi de’ marmi e quelle cose che fanno danno, e quali sono e’ chactivi, e ‘l modo anchora del chavare, perché io in simil cose vi son docto. Anchora fu necessario che ultimamente io vi stessi…

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

504675019Il monte Altissimo della catena delle Alpi Apuane, sviscerato dai più moderni macchinari. Fui obbligato ad andar proprio lì per cavare i marmi per la facciata del San Lorenzo ma i risultati furono a dir poco drammatici.

Vecchi e nuovi cavatori

Certo che il lavoro  in cava è cambiato proprio tanto nell’arco di cinquecento anni, o meglio, in meno di cento anni. Fino a metà del Novecento, soprattutto nelle cave più piccole, ancora si lavorava con le stesse metodologie dei miei tempi, senza alcuna variazione apportata dalla modernità.

E’ sempre stato un mestiere assai rischioso ma, d’altro canto, spesso era l’unico lavoro che si poteva fare nei paesi ubicati vicini alle cave. Un lavoro brutto, pericoloso e pure mal pagato. Dato che non bastava a sfamare la famiglia, in molti dopo aver terminato la giornata di l, si occupavano di coltivare i propri appezzamenti di terreno e ad allevare qualche capo di bestiame. Già, tempi duri e vita ancor più dura.

I blocchi venivano staccati con la polvere nera, uno degli esplosivi più pericolosi perché difficili da gestire.

C’erano i tecchiaioli che dovevano calarsi appesi con delle funi davanti alle pareti per togliere parti pericolanti o per verificare da vicino la qualità del marmo da estrarre e c’erano quelli addetti a sistemare le cariche di esplosivo per fare la varata.

L’esplosivo nel corso degli anni è stato sostituito in parte o totalmente prima dal filo elicoidale e successivamente dai fili diamantati.

C’erano anche i quadratori, ovvero gli addetti a squadrare i blocchi con subbia, martello e forza di braccia e spalle.

Una volta pronti i blocchi dovevano essere portati a valle e allora si iniziava la fase della lizzatura, operazione assai pericolosa perché i canapi, se male assicurati o di cattiva qualità, potevano spezzarsi. Le conseguenze erano sempre drammatiche e spesso il blocco senza più controllo finiva per schiacciare qualche cavatore.

Ora i tempi sono cambiati. Le montagne vengono mangiate a vista d’occhio e si lavora con mezzi meccanici di ultima generazione. Certo rimane un lavoro duro e assai pericoloso ma non è più quello che ha caratterizzato la vita e la morte di centinaia di persone sia nella zona di Carrara che in quella di Seravezza per secoli.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti in questa piovosa giornata di fine febbraio che vi scrive tenendo in mano un bicchiere di rosso, ma di quello bono, no come il vino che si beveva nel Cinquecento.

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