Il viavai degli scalpellini

Come ho avuto modo di raccontarvi in più occasioni, il tempo che trascorsi nelle cave di Seravezza fu duro, complicato nonché infruttuoso. Gli scalpellini andavano e venivano a loro piacimento senza che potessi fare alcunché in merito. Li facevo arrivare direttamente da Settignano tranne alcuni molto abili reperiti in loco. Dopo la prima paga però se ne tornavano a casa, lasciandomi senza una parte preziosa della forza lavoro.

In una lettera indirizzata al mi fratello Buonarroto, espressi tutta la mia preoccupazione in merito a questa spinosa faccenda. Gli scalpellini tornando a casa poi parlavano male di me e io avevo sempre più difficoltà a reperirne di nuovi.

Seravezza, 31 luglio 1518

Buonarroto, degli scharpellini che vennon qua, solo c’è restato Meo e cCechone; gli altri se ne sono venuti.

Ebono qua da mme quatro duchati e promessi loro danari chontinuamente da vivere, acciò che e’ potessino sodisfarmi. Ànno lavorato pochi dì e chon dispecto, i’ modo che quel tristerello di Rubechio m’à presso che guasto una cholonna che ò cavata.

Ma più mi duole che e’ vengono costà e danno chactiva fama a mme e alle chave de’ marmi per ischarichare loro, in modo che, volendo poi degl’uomini, no ne posso avere. Vorrei almeno, poi che e’ m’ànno ghabato, che e’ si stessino cheti.

Però io t’aviso, acciò che tu gli facci star cheti chon qualche paura, o di Iachopo Salviati o chome pare a cte, perché questi g[h]ioctoncegli fanno gran danno a quest’opera e anche a me.

Michelagniolo in Seraveza. A Buonarroto di Lodovicho Simoni in Firenze. Data in Via G[h]ibellina, a riscontro alla casa de’ Guardi.

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Cavatori, cave e marmo

Sapete, sono stato il primo scultore nel corso della storia che i blocchi per le sue opere se li andava a cercare direttamente in cava. Iniziai a recarmi sul posto prima di metter mano alla Pietà Vaticana, con l’intento di trovare un bel concio di marmo presso le cave di Carrara del Polvaccio, poi proseguii per il resto della vita.

Mi capitò anche di trovare blocchi che facevano al caso mio a Firenze e a Roma, senza dover faticare tanto abbarbicato sulle Apuane, d’inverno al gelo e d’estate sotto l’inclemenza del sole come nel caso della Pietà Rondanini e del Bacco.

Il lavoro di cava era duro, durissimo e ha continuato a esserlo fino agli anni Sessanta. Poi arrivarono i camion, le ruspe e altre cose simili per alleviare la fatica agli uomini. il lavoro di cava oggi è più sopportabile di un tempo ma il pericolo rimane.

Vi propongo un video girato qualche anno fa da Francesco Tarabella che vi spiega per immagini cosa voglia dire lavorare nelle cave di marmo. Guardatevelo tutto per capire da dove arrivi il marmo lavorato dagli artisti ma soprattutto per avere un’idea di cosa ci sia dietro ogni singolo pezzetto di marmo che vedete in giro…già per arrivare sul posto di lavoro era un’impresa che necessitava una buona dose di energie, forza e pure di coraggio.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Le cinque colonne di Seravezza

Era l’11 marzo del 1513 quando Giovanni de’ Medici, figliolo di Lorenzo il Magnifico, salì sul trono di Pietro assumendo il nome di Leone X. Il pontefice fece da mediatore per la contesa delle terre di Pietrasanta e Seravezza. Sia Firenze che Lucca ne reclamavano animatamente il possesso ma alla fine, il pontefice, convinse Lucca a donare i territori in questione a Firenze.

A Seravezza da tempo erano state avviate cave abbastanza produttive dalle quali si estraeva del pregiato marmo. Il papa dunque, per la realizzazione della facciata del San Lorenzo, mi obbligò a cercare i marmi proprio là. Non sarebbe stata una tragedia se gli scalpellini fossero stati avvezzi a lavorare con grandi blocchi e con gli artisti, se non avessi dovuto progettare la strada che dalla montagna arrivava al mare per far caricare i marmi, se non ci fosse scappato pure il morto e se a Carrara, per protesta, non m’avessero bloccato la partenza dei marmi che già avevo scelto per la tomba di Giulio II.

La realizzazione della strada subiva continuamente dei rallentamenti aumentando i tempi di attesa. L’Arno era pure in secca e non permetteva il trasporto dei blocchi fino a Firenze …insomma, mi toccò tribolare parecchio in quel periodo. Poco a poco arrivò anche il freddo e ancora oggi, se penso a quell’inverno così rigido, mi s’accappona la pelle.

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Fu un periodo durissimo quello passato sull’Altissimo e sulle altre montagne seravezzine. Alla fine, fra ostacoli enormi e mille difficoltà, ricavai cinque colonne di marmo. La prima risultò avere una grande venatura nera e quindi non poteva essere adoperata. La seconda estratta, durante la lizzatura, strappò i canapi e scivolò nel fiume portandosi con sé anche la vita di un cavatore nella primavera del 1518. La terza e la quarta, estratte nel 1519, andarono in frantumi mentre la quinta riuscì ad arrivare integra sul cantiere della Basilica di San Lorenzo nel 1521 ma oramai il papa aveva deciso di sciogliere definitivamente il contratto.

Si narra che la quinta colonna, ovvero l’unica arrivata a Firenze, sia ancora sepolta dinnanzi alla Basilica di San Lorenzo…chissà se sia così.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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The five pillars of Seravezza

It was on March 11, 1513 when Giovanni de ‘Medici, son of Lorenzo the Magnificent, ascended the throne as Pope taking the name of Leo X. The pontiff became the mediator for the fought land of Pietrasanta and Seravezza. Both Florence and Lucca demanded possession but in the end, the pontiff, persuaded Lucca to donate the territories in question to Florence.

Seravezza had many working quarries where very precious marble was being extracted. For the construction of the façade of the Church of San Lorenzo, the pope forced me to look for the marble at these quarries. It would not have been a big deal if the masons were forced again to work with large blocks or if I didn’t have to design the road that went from the mountain to the sea to load the blocks of marble or if that person woudn’t have died in Carrara or that the locals wouldn’t have blocked the road as the marble was leabing Carrara that I had already chosen for the tomb of Julius II.

The road work constantly slowed down our work. The Arno was too low and did not allow us to bring the blocks of marble to Florence … you can only immagine I had to make up many excuses as time went by. Slowly but surely the weather began getting colder and as I still think of that winter cold, I still get the chills.

It was stressful time being on those high mountains of Serravezza. In the end, between enormous obstacles and many difficulties, I finally got my five marble columns. The first turned out to have a large black vain and therefore I couldn’t use it. The second block of marble tore the ropes and slid into the river while being lowered from the mountain while also taking the life of a quarryman in the spring of 1518. The third and fourth blocks, extracted in 1519 shattered completely and the fifth block made it in one piece to the construction site of the Basilica of San Lorenzo in 1521.  Unfortunately at this time the Pope had decided to end the project.

It is said that the fifth column, which was the only that got to Florence, is still buried in front of the Basilica of San Lorenzo … I wonder if this is true

Always yours, Michelangelo Buonarroti

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Quel Natale del 1518

Un Natale tribolato fu quello del 1518. Lo passai a Firenze fra mille angosce: c’erano i marmi da cavare in quel di Seravezza per la facciata della Basilica di San Lorenzo, il Cristo Portacroce per Metello Vari non ancora terminato fermo a Pisa perché l’Arno era asciutto come non mai e altri marmi in parte fermi ancora a Carrara…insomma, quello non fu uno dei miei periodi migliori.

Pochi giorni prima di quel Natale, scrissi una lettera a Lionardo il Sellaio che stava a Roma dove non feci segreto del mio stato d’animo e delle questioni che mi stavano schiacciando. Ve la ripropongo a seguire.

Firenze, 21 Dicembre 1518

Lionardo, io sono sollecitato da voi per l’ultima vostra, e òllo molto charo perché vego che voi lo fate per mio bene; ma io vi fo bene intendere che tal sollecitamenti, per un altro verso, mi sono tucti choltellate, perché io muoio di passione per non potere fare quello che io vorrei, per la mia mala sorte.

Stasera fa octo dì tornò Pietro che sta mecho da Portovenere, chon Donato che sta mecho là a Charrara per chonto del charichare e’ marmi, e lasciorno a Pisa una schafa charicha, e non è mai chomparita perché non è mai piovuto e Arno è secho a facto; e altre quatro schafe sono im Pisa, soldate per questi marmi, che, chome e’ piove, verranno tucte chariche, e chomincierò a llavorare forte. Io sto per questo chonto peggio chontento che uomo che sia nel mondo.

Io sono anchora sollecitato da messer Metello Vari della sua figura, che è anche là im Pisa e verrà in queste prime schafe. Io non gli ò mai risposto, né anche voglio più schrivere a voi finché io non ò chominciato a llavorare; perché io muoio di dolore, e parmi essere diventato uno ciurmadore chontro a mia voglia.

Ò a ordine qua una bella stanza, dov’io potrò rizare venti figure per volta; non la posso coprire perché in Firenze non ci è legniame e no ne può venire se e’ non piove. E non chredo oramai e’ piova ma’ più, se non quando m’arà a far qualche danno.Del Chardinale, non vi dicho gli diciate altro, perché so che gli à chactiva impressione de’ facti mia; ma lla sperientia lo farà presto chiaro. Rachomandatemi a Sebastiano, e io a voi mi rachomando. Vostro Michelagniolo in Firenze. Al mio charo amicho Lionardo sellaio ne’ Borg[h]erini in Roma.

Il vostro Michelangelo Buonarroti e le sue eterne tribolazioni

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Impegni da portare a termine

Di lettere ne scrissi davvero tante, fiumi e fiumi di carta disegnata con una grafia sottile e ricercata. Mica come il mi nipote Lionardo con quella sua calligrafia da gallina così difficile da leggere soprattutto per chi non aveva un’eccellente intuito. La carta costava parecchio ma era anche l’unico modo per comunicare notizie, desideri e quant’altro a lunga distanza. Ecco a voi una lettera interminabile che scrissi al Buoninsegni per riferirgli alcuni dettagli relativi alle mie commissioni e alla ricerca spasmodica dei giusti marmi.

In quel frangente ero alla ricerca di blocchi sulle cave dell’Altissimo per la facciata del San Lorenzo a Firenze mentre a Carrara mi stavano estraendo marmi per la tomba di Giulio II. Se volete avere un’idea dei miei affanni quotidiani, leggete qua. L’arte non è solo bellezza ma è anche fatica, impegno e molto altro ancora.

Firenze, 31 Gennaio 1520

Send’io a Charrara per mia faccende, cioè per marmi per chondurre a rRoma per la sepultura di papa Iulio, nel mille cinque cento sedici, mandò per me papa Leone per chonto della facciata di San Lorenzo che volea fare in Firenze, ond’io a dì cinque di dicembre mi parti’ da Charrara e andai a Roma, e là feci uno disegnio per decta facciata, sopra ‘1 quale decto papa Leone mi decte chommessione che io facessi a Charrara cavare e’ marmi per decta opera.

Dipoi, send’io tornato da rRoma a Charrara l’ultimo dì di dicembre sopra dicto, mandommi là papa Leone, per chavare e’ marmi di decta opera, duchati mille per le mani di Iachopo Salviati, e portògli uno suo servidore decto Bentivoglio; e ricevecti decti danari circha a octo dì del mese vegniente, cioè di gienaio, e così ne feci quitanza.

Dipoi, l’agosto vegniente, sendo richiesto dal Papa sopra dicto del modello di decta opera, venni da Charrara a Firenze a farlo; e chosì lo feci di legniame, in forma propia, chon le figure di cera, e manda’gniene a rRoma. Subito che lo vide mi fece andare là, e chosì andai, e tolsi sopra di me in choctimo la decta facciata, chome apariscie per la scricta che ò chon Sua Santità; e bisogniandomi, per servire Sua Santità, chondurre a Firenze e’ marmi che io avevo a chondurre a rRoma per la sepultura di papa Iulio, com’io ò chondocti, e, dipoi lavorati, richondurgli a Roma, mi promesse chavarmi di tucte queste spese, cioè gabelle e noli, che è una spesa di circha a octo cento ducati, benché la scricta non lo dicha.

E a dì sei di febraio mille cinque cento diciassecte tornai da rRoma a Firenze, e avend’io tolto in choctimo la facciata di San Lorenzo sopra dicta, tucta a mia spese, e avendomi a far pagare in Firenze decto papa Leone quatro mila ducati per conto di decta opera, come apariscie per la scricta, a dì circha venti cinque ebi da Iachopo Salviati duchati octo cento per decto conto, e feci quitanza e andai a Charrara.

E non mi sendo là osservato chontracti e allogagione facte prima di marmi per decta opera, e volendomi e’ Charraresi assediare, andai a far chavare decti marmi a Seravezza, montagnie di Pietrasanta in su quello de’ Fiorentini, e quivi avend’io già facte bozzare sei cholonne d’undici bracia e mezo l’una e molti altri marmi, e factovi l’aviamento che oggi si vede facto – ché mai più vi fu cavato inanzi -, a dì venti di marzo mille cinque cento diciocto venni a Firenze, per danari per chominciare a chondurre decti marmi, e a dì venti sei di marzo mille cinque cento diciannove mi fece pagare el chardinale de’ Medici, per decta opera per papa Leone, da’ Gaddi di Firenze, ducati cinque cento; e chosì ne feci quitanza. Dipoi, in questo tempo medesimo, el Cardinale per chommessione del Papa mi fermò che io non seguissi più l’opera sopra dicta, perché dicevono volermi torre questa noia del chondure e’ marmi, e che me gli volevono dare in Firenze loro e far nuova chonventione.

E chosì è stata la cosa per insino a oggi.Ora, in questo tempo avendo mandato gli Operai di Santa Maria del Fiore una certa quantità di scharpellini a Pietrasanta, o vero a sSeravezza, a ochupare l’aviamento e ctormi e’ marmi che io ò facti cavare per la facciata di San Lorenzo per fare el pavimento di Santa Maria del Fiore, e volendo anchora papa Leone seguire la facciata di San Lorenzo e avendo el chardinale de’ Medici facta l’allogagione de’ marmi di decta facciata a altri che a me, e avendo dato a questi tali, che ànno preso decta condocta, l’aviamento mio di Seraveza sanza far conto mecho, mi sono doluto assai, perché né ‘1 Cardinale né gli Operai non potevono entrare nelle cose mia se prima non m’ero spichato d’achordo dal Papa; e nel lasciare l’opera dicta di San Lorenzo d’achordo chol Papa, mostrando le spese facte e ‘ danari ricievuti, decto aviamento e marini e masseritie sarebono di necessità toche o a Sua Santità o a mme, e ll’una parte e ll’altra, dopo questo, ne poteva fare quello voleva.Ora, sopra questa cosa el Chardinale m’à decto che io mostri e’ danari ricievuti e le spese facte, e che mi vole liberare per potere, e per l’Opera e per sé, torre que’ marmi che vole nel sopra dicto aviamento di Seraveza.

Però io ò mostro avere ricievuti dumila trecento ducati, ne’ modi e tempi che in questa si chontiene, e ò mostri a[n]chora avere spesi mille octo ciento ducati che, di questi, ce n’è spesi circha dugiento cinquanta im parte de’ noli d’Arno de’ marmi della sepultura di papa Iulio che io ò chondocti a llavorare qui per servire papa Leone, per richondurgli a rRoma chome è decto; tucti gli altri danari, per insino alla decta somma di mille octo cento, chome è decto, ò mostro avere spesi per decta opera di San Lorenzo, non mectendo a chonto a decto papa Leone el richondurre e’ marmi lavorati della sepultura dicta di papa Iulio a Roma, che sarà una spesa di più che cinque cento ducati. Non gli mecto anchora a chonto el modello di legniame della facciata decta, che io gli mandai a rRoma; non gli mecto a[n]chora a chonto el tempo di tre anni che io ò perduti in questo; non gli mecto a chonto che io sono rovinato per decta opera di San Lorenzo; non gli mecto a chonto el vitupero grandissimo dell’avermi chondocto qua per far decta opera e poi tormela, – e non so perché anchora; non gli mecto a chonto la casa mia di Roma che io ò lasciata, che v’è ito male, fra marmi e masseritie e llavoro facto, per più di cinque cento duchati.

Non mectendo a chonto le sopra dicte cose, a me non resta i’ mano, de’ dumilia trecento ducati, altro che cinque cento ducati.Ora, noi siàno d’achordo papa Leone si pigli l’aviamento facto, cho’ marmi detti cavati, e io e’ danari che mi restano i’ mano, e che io resti libero; e chonsigliòmmi che io facci fare un breve e che ‘1 Papa lo segnierà.Ora, voi intendete tucta la chosa chome sta. Io vi prego mi facciate una minuta di decto breve, e che voi achonciate e’ danari ricievuti per decta opera di San Lorenzo i’ modo che e’ non mi possino essere mai domandati; e anchora achonciate chome in chambio di decti danari, che io ò ricievuti, papa Leone si piglia el sopra decto aviamento, marmi e masseritie.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con tutti i suoi affanni e impegni

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La scala del campanile di Pietrasanta e il rosone della Capella

In quel di Pietrasanta ci son dovuto star parecchio ai tempi di Papa Leone X. Lui m’aveva obbligato a cercare i marmi per la facciata di San Lorenzo nelle vicine cave di Seravezza e quindi, indipendentemente dalla mia volontà, dovetti soggiornare a lungo in quei luoghi.

Adesso mi adorano quasi fossi un dio da quelle parti ma quante tribolazioni dovetti sobbarcarmi da vivo! Fatto sta che al giorno d’oggi son tante là le leggende che circolano sul mio conto. Più che altro le dicerie si tramandano di generazione in generazione e riguardano opere presunte mie anche se, fino al momento, non son mai venuti alla luce documenti o carteggi cinquecenteschi attendibili in merito.

Fra le opere più discusse c’è sicuramente il rosone della chiesa di San Martino alla Cappella. E’ una chiesa particolarmente bella, edificata prima dell’anno Mille ma con modifiche che si sono susseguite nei secoli. Il porticato fu fatto nel 1538 e poi distrutto impietosamente dalla furia della Seconda Guerra Mondiale. Si vocifera che anche i capitelli esterni fossero roba mia, tanto per cambiare.

In molti son talmente sicuri che sia mio quel rosone che lo chiamano l’occhio di Michelangelo. Chissà forse il disegno potrebbe essere stato anche mio ma son talmente vecchio che non mi ricordo più. A dirla tutta mi ci vedo poco intento a scolpire quel rosone, peraltro pregevole, con tutta la rabbia che c’avevo in quel momento in corpo. Ero assai impegnato fra cave, cavatori, scalpellini e col Papa che di tempo a disposizione per realizzare qualcosa di concreto ne avevo ben poco.

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Un’altra opera che vorrebbero attribuire a me è la scala coclearia auto-portante che si trova all’interno del campanile di mattoni di Pietrasanta. Le scale edificate in quel modo sono state oggetto di studi approfonditi proprio agli inizi del Cinquecento e si sono cimentati con opere simili dal Bramante a Leonardo da Vinci ma anche Antonio da Sangallo il Giovane, con la sua doppia rampa all’interno del Pozzo di San Patrizio.

La maggior parte degli storici e degli studiosi che si sono avvicendati nell’analizzare nel dettaglio questo progetto propendono per l’attribuzione a Donato Benti mentre coloro che hanno condotto la ricerca presso l’Università di Firenze sostengono sia opera mia. Ciò non toglie che io possa avere in qualche modo contribuito al disegno iniziale.

Secondo gli studi compiuti da Gabriele Morolli, docente di architettura presso l’Università di Firenze, addirittura la scala interna del campanile riprodurrebbe in maniera esatta ma in negativo la forma e le dimensioni della Colonna Traiana. Pura coincidenza?

«Una colonna di vuoto celata nel cuore del campanile, che riproduce esattamente, sotto il profilo sia delle dimensioni, sia delle proporzioni (stessa altezza, stesso diametro, stesso modulo generatore del vuoto interno), il “pieno” marmoreo della colonna romana. Quale architetto trattava allora l’architettura come una vera e propria scultura, chi aveva avuto contatti con tali conoscenze e modelli costruttivi se non Michelangelo, presente a Pietrasanta proprio negli anni in cui il campanile fu costruito?». Questo è quanto sostiene Morolli. Lo studio ha avuto una durata di quattro anni ma forse troppo poco ha tenuto in considerazioni dati inconfutabili quali i pagamenti effettuati al Benti proprio per la realizzazione di quel campanile.

In questi casi la prudenza non è mai troppa. Come già vi dissi tempo fa, mi son visto affibbiare certi lavori nel corso dei secoli così distanti dalla mia maniera di intender l’arte che ancora oggi mi vien da ridere se ci ripenso.

Idea mia o del Benti? Su una cosa sono concordi: chiunque abbia realizzato quel progetto era un abile architetto. Chi era il Benti? Oltre ad essere un abile scultore era anche un po’ il mio uomo di fiducia. in un contratto stipulato nel 1518 lo nominai infatti procuratore mio e sovrintendente per le cave di Seravezza e per il trasporto dei marmi estratti fino a destinazione. Alla fine poi finimmo per non parlarci nemmeno più per quel fattaccio dei canapi spezzati durante la lizza sulle cave dell’Altissimo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti per il momento vi saluta mentre fuori un cielo nero come la pece promette tempesta.

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Un Pietro da Cortona da salvare a Seravezza

Pietro da Cortona ha lasciato ai posteri un gran numero di opere. Fra le più belle vale la pena menzionare il Trionfo della Divina Provvidenza a Palazzo Barberini (Roma) e le sue volte affrescate nella Galleria Palatina a Firenze come quella della Sala di Giove e quella della Sala di Venere. Altri suoi dipinti importanti si trovano un po’ in tutto il mondo: dal Prado di Madrid al National Gallery di Londra, dal Kimbell Art Museum di Forth Worth al Louvre di Parigi passando per l’Ermitage di San Pietroburgo. Le sue opere in Italia non si contano e sono dislocate nei più prestigiosi musei: Galleria Borghese, Palazzo Barberini, Palazzo dei Conservatori ma anche presso i Palazzi Vaticani e precisamente negli appartamenti del Borgia.

Insomma, Pietro da Cortona non è proprio l’ultimo arrivato e sapeva il fatto suo. Ora ditemi, com’è possibile che una sua opera possa venire dimenticata e lasciata in uno stato di totale abbandono. Io il perché non l’ho ancora capito e ancora me lo domando giorno e notte.

Pare incredibile eh? Eppure le sue Tre Marie al Sepolcro si stanno consumando a vista d’occhio all’interno della Chiesa consacrata alla Santissima Annunziata di Seravezza (LU).

Ogni volta che piove ci son pozzanghere d’acqua sul pavimento e le travature in legno se le stanno divorando i tarli neanche tanto lentamente. La prima volta che vidi le Tre Marie di Pietro da Cortona lì dentro mi sentii male. Oramai i colori sono talmente scuri da rendere l’opera a tratti quasi illeggibile. Il tasso di umidità è elevatissimo e la cura che viene messa nella conservazione di quell’opera lì è nulla.

Seppur su qualche opuscolo stampato a scopo turistico della zona l’opera viene nominata, chi vuol vederla con i propri occhi si troverà dinnanzi a una porta chiusa. Eh sì, perché la Chiesa in questione è permanentemente chiusa e viene aperta solo in rare occasioni. Certo si può richiedere la chiave alla Misericordia attigua o al custode ma chi arriva da chissà dove mica le sa queste cose qui e se ne torna a casa con la coda fra le gambe senza aver potuto vedere il quadro.

Mi pare che nemmeno sia necessario sottolineare che un’opera del genere di un grande autore non si più trattare in questo modo. E poi per quanto? Chiusa in quel posto lì la sua fine è prossima. Dopo aver tenuto duro per secoli è destinata a far unna brutta fine in mezzo a umido e tarli voraci.

A mio avviso le soluzioni possibili sono solamente due: o la musealizzazione all’interno di un luogo più consono per un’opera simile oppure il recupero di tutta la Chiesa. In entrambi i casi le Tre Marie hanno bisogno di un bel restauro perché come sono adesso rischiano di perdersi per sempre senza lasciare traccia di sé.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti in cerca di un miracolo che salvi dal degrado le Tre Marie al Sepolcro di Pietro da Cortona.

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Vecchi e nuovi cavatori

Certo che il lavoro  in cava è cambiato proprio tanto nell’arco di cinquecento anni, o meglio, in meno di cento anni. Fino a metà del Novecento, soprattutto nelle cave più piccole, ancora si lavorava con le stesse metodologie dei miei tempi, senza alcuna variazione apportata dalla modernità.

E’ sempre stato un mestiere assai rischioso ma, d’altro canto, spesso era l’unico lavoro che si poteva fare nei paesi ubicati vicini alle cave. Un lavoro brutto, pericoloso e pure mal pagato. Dato che non bastava a sfamare la famiglia, in molti dopo aver terminato la giornata di l, si occupavano di coltivare i propri appezzamenti di terreno e ad allevare qualche capo di bestiame. Già, tempi duri e vita ancor più dura.

I blocchi venivano staccati con la polvere nera, uno degli esplosivi più pericolosi perché difficili da gestire.

C’erano i tecchiaioli che dovevano calarsi appesi con delle funi davanti alle pareti per togliere parti pericolanti o per verificare da vicino la qualità del marmo da estrarre e c’erano quelli addetti a sistemare le cariche di esplosivo per fare la varata.

L’esplosivo nel corso degli anni è stato sostituito in parte o totalmente prima dal filo elicoidale e successivamente dai fili diamantati.

C’erano anche i quadratori, ovvero gli addetti a squadrare i blocchi con subbia, martello e forza di braccia e spalle.

Una volta pronti i blocchi dovevano essere portati a valle e allora si iniziava la fase della lizzatura, operazione assai pericolosa perché i canapi, se male assicurati o di cattiva qualità, potevano spezzarsi. Le conseguenze erano sempre drammatiche e spesso il blocco senza più controllo finiva per schiacciare qualche cavatore.

Ora i tempi sono cambiati. Le montagne vengono mangiate a vista d’occhio e si lavora con mezzi meccanici di ultima generazione. Certo rimane un lavoro duro e assai pericoloso ma non è più quello che ha caratterizzato la vita e la morte di centinaia di persone sia nella zona di Carrara che in quella di Seravezza per secoli.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti in questa piovosa giornata di fine febbraio che vi scrive tenendo in mano un bicchiere di rosso, ma di quello bono, no come il vino che si beveva nel Cinquecento.

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Lettera a un futuro papa della casata Medici

Ecco a voi una lettera che scrissi a Giulio de’ Medici, allora ancora cardinale ma che da lì a pochi anni sarebbe salito sul trono di San Pietro con nome di Papa Clemente VII.

Una lettera di normale amministrazione fra beghe, speranze e marmi da cavare a Carrara e a Pietrasanta, o meglio, a Seravezza per la facciata del San Lorenzo a Firenze, tutt’oggi incompleta.

Firenze, 18 Novembre 1518 

Mon(signor)e reverendissimo,

per l’opera di San Lorenzo, a Pietrasanta si chava forte, e trovando e’ Charraresi più umili che e’ non sogliono, anchora ò ordinato chavare là gran quantità di marmi, i’ modo che alle prime aque spero averne in Firenze buona parte, e non credo manchar niente di quello che ò promesso io.

Dio me ne dia gratia, perché non fo stima d’altro al mondo che di piacervi.

Chredo arò bisogno, infra un mese, di mille duchati; prego Vostra S(igniori)a reverendissima non mi lasci manchare ‘ danari.

Anchora aviso Vostra S(igniori)a reverendissima chom’io ò cercho e non ò mai trovato una chasa chapace da farvi tucta questa opera, cioè le figure di marmo e di bronzo, e mMacteo Bartoli a questi dì m’à trovato un sito mirabile e utile per farvi una stanza per simile opera, e quest’è la piaza che è inanzi alla chiesa d’Ogni Santi; e e’ frati, sechondo mi dice Macteo, son per vendermi le ragioni v’ànno su, e ‘l popolo tucto se ne chontenta, sechondo decto Macteo, che è de’ Sindachi.

Non ci è altri che ci abbi da far niente, se non gl’Ufitiali della Torre, che sono padroni del muro d’Arno, al quale sono apoggiate tucte le chase di Borg’Ogni Santi, e questi mi daranno licentia, chon la stanza che io farò, mi v’appoggi anchora io.

Resta solo che e’ frati arebon charo una lectera della Vostra S(igniori)a reverendissima, che mostrassi che questa chosa gli è in piacere, e sarebe facto ogni chosa.

Però, quando paia a quella farne schrivere dua versi o a’ frati o a Macteo, lo facci. Servo della Vostra S(ignori)a reverendissima Michelagniolo.

mon(signor)e reverendissimo de’ Medici in Roma.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Anni disperatissimi in quel di Seravezza

Stamani mi son messo a consultare vecchie carte c’avevo sotto mano o meglio, erano finite sotto una panca e me l’ero proprio scordate. Si tratta di lettere che scrissi in quel di Seravezza quando Papa Leone Medici voleva a tutti i costi che andassi  a cercar marmi per la facciata del San Lorenzo sul Monte Altissimo. Che tempi quelli! M’arrabbiavo un giorno sì e l’altro pure. Se negli anni a seguire ebbi una salute sempre più cagionevole fu pure colpa di quel Papa lì, ve l’assicuro.

Ecco qua una lettera che scrissi in quei momenti non proprio felici al mi’ fratello Buonarroto a Firenze. M’arrivavano scalpellini poco validi e mi facevano ammattire. Prendevano i danari e poi scomparivano e il lavoro che facevano non era certo dei migliori. Per beffa poi parlavano male di me impedendomi di fatto di trovare altri validi collaboratori. Mi fecero dannare assai.

Seravezza, 31 luglio del 1518

Buonarroto,

degli scharpellini che vennon qua, solo c’è restato Meo e cCechone; gli altri se ne sono venuti.

Ebono qua da mme quatro duchati e promessi loro danari chontinuamente da vivere, acciò che e’ potessino sodisfarmi. Ànno lavorato pochi dì e chon dispecto, i’ modo che quel tristerello di Rubechio m’à presso che guasto una cholonna che ò cavata. Ma più mi duole che e’ vengono costà e danno chactiva fama a mme e alle chave de’ marmi per ischarichare loro, in modo che, volendo poi degl’uomini, no ne posso avere. Vorrei almeno, poi che e’ m’ànno ghabato, che e’ si stessino cheti.

Però io t’aviso, acciò che tu gli facci star cheti chon qualche paura, o di Iachopo Salviati o chome pare a cte, perché questi ghioctoncegli fanno gran danno a quest’opera e anche a me. Michelagniolo in Seraveza. A Buonarroto di Lodovicho Simoni in Firenze.

Data in Via Ghibellina, a riscontro alla casa de’ Guardi.

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