Sol d’uno sguardo fui prigione e preda
Sol d’uno sguardo fui prigione e preda, così scrissi in uno dei miei componimenti poetici. Scriversi versi in fondo equivale a mettersi a nudo, a mostrare parti di sé che nemmeno si vorrebbero mettere sotto gli occhi degli altri.
Tanto si è discusso e dibattuto sulle mie poesie, sulla loro interpretazione e ancor di più sulla questione della pubblicazione. Solo pochi miei contemporanei ebbero la sorte di poter leggere quei versi tanto appassionati quanto tormentati.
Fu il mio pronipote Michelangelo Buonarroti il Giovane a pubblicarle nel 1623 dopo aver effettuato non una semplice revisione ma, in alcuni casi, una riscrittura per modificarne radicalmente il significato laddove era ben chiaro ci fossero riferimenti all’amore provato nei confronti di un uomo.
Vi propongo questa lirica alla quale sono molto affezionato, una di quelle appassionate.
Mestier non era all’alma tuo beltate
legar me vinto con alcuna corda;
ché, se ben mi ricorda,
sol d’uno sguardo fui prigione e preda:
c’alle gran doglie usate
forz’è c’un debil cor subito ceda.
Ma chi fie ma’ che ‘l creda,
preso da’ tuo begli occhi in brevi giorni,
un legno secco e arso verde torni?
Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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