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Nessuno è profeta in patria: artisti, soldi e mecenati nella Firenze del Cinquecento

Nella Firenze del Cinquecento ma anche in altre città di rilievo come Roma, Ferrara, Urbino e Milano, i principi e i duchi facevano a gara per assicurarsi quel prestigio che solo l’arte poteva conferirgli.

Facoltosi signori erano disposti a sborsare parecchi danari per assicurarsi l’immortalità attraverso le opere che tanto desideravano possedere ma non tutto però era rose e fiori per gli artisti del tempo.

Mentre infatti alcuni non esitavano a elargire fortune ai loro artisti preferiti pur di averli al loro servizio, altri giocavano al ribasso pur sapendo che ciò che stavano acquistando avrebbe aumentato la loro fama agli occhi del mondo.

La Battaglia di Scannagallo del Vasari nel Salone dei Cinquecento
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Il mio caro amico Giorgio Vasari per esempio fu molto fortunato e alla corte di Cosimo I e guadagnò una vera fortuna ma il Buontalenti non ebbe la stessa sorte e finì in miseria.

Emblematico è il caso del Cellini che lavorò al magnifico Perseo senza un contratto scritto, facendo affidamento sula magnanimità del Granduca Cosimo I. Così quando chiese a opera ultimata 10mila scudi, se ne sentì proporre meno della metà: 3.500 scudi.

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Il Vasari consigliava agli artisti fiorentini di andarsene dalla città per fare fortuna o al limite di trovare rifugio presso una corte, al cospetto di un facoltoso mecenate che li stimasse e gli riconoscesse una giusta paga per i servigi offerti.

“E’ ben vero, che quando l’uomo vi ha imparato, tanto che basti, volendo far altro che vivere come gli animali giorno per giorno, e desiderando farsi ricco, bisogna partirsi di quivi e vendere fuora la bontà delle opere sue, e la riputazione di essa città perché fa degli artefici suoi quelli che il tempo delle sue cose; che fatto, se la disfa e se la consuma poco a poco”

Giorgio Vasari nella vita del Perugino

Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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Nobody is a prophet at home: artists, money and patrons in the Florence of the sixteenth century

In the Florence of the sixteenth century but also in other important cities such as Rome, Ferrara, Urbino and Milan, the princes and dukes competed to ensure that prestige that only art could confer on them.

However, not all was roses and flowers for the artists of the time: not all the wealthy gentlemen were willing to shell out a lot of money to ensure immortality through the works they so desired to possess. While some did not hesitate to bestow fortunes on their favorite artists in order to have them at their service, others played to the downside knowing that what they were buying would increase their fame in the eyes of the world.

My dear friend Giorgio Vasari, for example, was very lucky and at the court of Cosimo I earned a real fortune while Buontalenti did not have the same fate and ended up in poverty.

Emblematic is the case of Cellini who worked on the magnificent Perseus without a written contract, relying on the magnanimity of the Grand Duke Cosimo I. So when he asked for 10 thousand scudi when the work was completed, he was asked to propose less than half: 3,500 scudi.

Vasari in fact advised Florentine artists to leave the city to make their fortune or at least to find refuge in a court, in the presence of a wealthy patron who esteemed them and recognized a fair pay for the services offered.

“It is true that when man has learned what is enough, in order not to live like animals day by day and wanting to become rich, it is necessary to leave Florence and sell his works outside the city because Florence makes its artists what time he does things: he gets rid of them and consumes them little by little “

Giorgio Vasari in the life of Perugino

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