Io lo campai dalla morte

Nel settembre del 1975, durante la realizzazione di alcuni lavori nelle Cappelle Medicee, vennero scoperte delle tracce di disegni sulle pareti di una stanza lunga e stretta, ubicata proprio al di sotto della Sagrestia Nuova. L’allora direttore Paolo dal Poggetto, avviò un’indagine per scoprire cosa si nascondesse sotto lo spesso strato di intonaco e i risultati furono entusiasmanti. Le pareti erano state disegnate a carboncino da me secoli prima con vari soggetti. L’ambiente non è accessibile al pubblico e probabilmente non lo sarà mai per diverse questioni sia relative alla logistica che alla conservazione dei disegni.

Per spiegarvi il perché di quei disegni devo necessariamente andare a ritroso nel tempo. Ebbene, nel 1530 a Firenze la situazione non era certo delle migliori. Le truppe inviate dal Papa padroneggiavano e ne combinavano di tutti i colori pur di abbattere la repubblica e riconsegnare la città dritta dritta nelle mani della ricca e potente famiglia Medici. I parteggianti per i Medici volevano uccidermi perché oramai era chiaro a tutti che stessi a spada tratta dalla parte dei repubblicani.

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Giovanni Battista Figiovanni, il priore di San Lorenzo da sempre sostenitore della famiglia Medici, all’oscuro dei suoi protettori mi offerse aiuto nascondendomi nella chiesa di famiglia dei tiranni. Chi avrebbe mai sospettato che fossi proprio lì a due passi da casa Medici, nel cuore di Firenze? “Io lo campai dalla morte et salva’li la roba” scrisse il priore nelle sue Ricordanze.

La luce lì dentro era poca ma con le candele di sego riuscivo a rischiarare l’aria e a vederci meglio. Con le mani in mano non sono mai stato capace di starci e, anche in quella drammatica circostanza, non smisi di disegnare e studiare. Sulle pareti tracciai a carboncino diverse figure fra le quali anche il volto del Laooconte che conoscevo molto bene, alcuni studi relativi alle sculture che oggi si trovano al piano superiore e tanti altre figure fra le quali il capo di un cavallo. Ogni tanto veniva a farmi visita Antonio Mini, uno dei pochi amici che sapesse dov’ero, per portarmi qualcosa da mangiare.

 

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Le cose ritornarono alla normalità quando Papa Clemente VII Medici si rese conto di avere ancora bisogno della mia arte. Così riporta il Vasari quell’episodio nelle sue Vite: “Papa Clemente fe’ fare diligenza di trovarlo, con ordine che non se li dicesse niente, anzi, che se gli tornassi le solite provisioni, purchè egli attendessi all’opera di San Lorenzo”. Prima di uscire dal nascondiglio mi occupai di far stendere sopra i disegni uno strato di biacca per evitare che il priore di San Lorenzo finisse nei guai per avermi offerto un posto sicuro dove stare.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti

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 I made him survive death

In September of 1975, during some restoration work in the Medici Chapels, the workers discovered traces of drawings on the walls of a long, narrow room, which is located directly below the New Sacristy. At the time director Paolo dal Poggetto, started an investigation to find out what was hidden under the thick layer of plaster, and the results were exciting.  I drew various figures on the walls with charcoal centuries before this discovery. This room is not accessible to the public and probably never will be for various issues due to the preservation of the drawings.

In order to explain those drawings, I need to go back in time. Well, the political situation in Florence was not the best in 1530 in Florence. The military troops sent by the Pope took complete control of the city and tried in every way to bring down the Republic and re-establish all political control to the rich and powerful Medici family. The Medici army wanted me dead because it was prettyu clear by now that I supported the Republic.

Giovanni Battista Figiovanni, the prior of San Lorenzo always supported the Medici family. But having seen me in need, he helped me by giving me access to hide in the Medici Church.  Who would have guessed that that I was right there around the corner from the house of Medici, in the heart of Florence hidding from them?  The Prior wrote in his diary that “I saved him from death”.

There was very little light down there but I made due with tallow candles. I have never been the type of person to stay still and even in this case I could not stop drawing and study. I drew farious figures on the walls with charcoal including the face of the Laocoön which I knew very well. I also drew schetches that relate relating to the sculptures that today are located above the room, as well as other figures including the head of a horse.  Every so often Antonio Mini, one of my very good friends who knew I was there to bring me something to eat.

Things returned to normal for me when Pope Clement VII, a Medici, realized he still needed my art. This is what Vasari wrote in his book The Lives of the Artists: “Pope Clement made sure to find him, with strict orders to make him return to work in their chapel in San Lorenzo to complete the statues and keep the same pay as previously agreed”.  Before I came out of hiding made sure to cover all my charcoal drawings with layer of white paint not to have the prior of San Lorenzo end up in trouble for giving me a safe place to hide.

Yours truly, Michelangelo Buonarroti & my stories

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Quello che trovo scritto sui libri

Prima o poi forse mi deciderò a scrivere un libro sui libri sbagliati o qualcosa del genere. Come sapete sono alla continua ricerca di libri che parlino di me e delle mie opere. Ne ho letti di meravigliosi, belli, mediocri e osceni. Mi è capitato di leggere libri romanzati, altri bizzarri e fantasiosi molto poco attinenti alla realtà ma anche volumi capaci di appassionare il lettore raccontando al contempo la mia storia in maniera ineccepibile.

In questo pomeriggio soleggiato che inizia ad avere tutti i colori e i profumi della primavera, mi son seduto sul soglio dell’entrata di Santa Croce per mettermi a leggere in santa pace un volume assai prestigioso. Cosa ci trovo dentro? Ebbene, l’autore per dare validità a una sua tesi è partito da una considerazione del tutto sbagliata. Secondo questo tale di cui non dirò il nome, io sarei stato un sostenitore dei Medici. Ma quando mai? Se è vero che vissi alla corte di Lorenzo dei Medici è altrettanto vero che dopo la sua morte dovetti lasciare la sua dimora. I suoi figli non avevano certo la prontezza mentale del padre ed erano dei sanguinari despoti con i quali ben poco avevo da spartire.

Son sempre stato repubblicano ed era la Repubblica che volevo, non la dittatura. E quando mi dovetti nascondere dai parteggianti per i Medici che mi volevano uccidere proprio perché difendevo a spada tratta la Repubblica? Quando progettai le fortificazioni per la città di Firenze e per il campanile di San Miniato? Bah…certe affermazioni del tutto arbitrarie che mi capita di trovare nei libri mi lasciano assai perplesso. Capirei avessi trovato un discorso del genere in un libretto di poco conto, ma su questo che ho fra le mani adesso proprio no. E’ una nota stonata in un libro che propone anche cose interessanti. Un vero peccato.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che vi racconta il peccato ma che non vuole svelarvi il peccatore. Il volume presenta considerazioni a volte valide, altre parecchio azzardate ma se potessi tornare in dietro dubito lo comprerei di nuovo.

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Una facciata d’occasione per la Basilica di San Lorenzo

Sapete che per una volta la Basilica di San Lorenzo ha avuto una facciata temporanea? Ebbene si…tra il novembre e il dicembre del 1515 Leone X, papa oramai da un paio d’anni, decise di tornare in visita ufficiale a Firenze, omaggiando così a città che lo aveva visto nascere e diventare adulto.

Con la salita al soglio pontificio di Leone X, i Medici iniziarono ad ottenere i primi prestigiosi titoli nobiliari. Fino ad allora erano stati solamente una famiglia borghese ma, con uno di casa in veste di erede di Pietro, le cose presumibilmente sarebbero cambiate in meglio.

Giuliano, fratello del pontefice, venne nominato duca per i servigi resi al Re di Francia e, da quel momento in poi, verrà ricordato come duca di Nemours. Il nipote Lorenzo si assicurò il titolo nobiliare di duca d’Urbino per aver vinto la guerra contro Montefeltro. Entrambii rampolli però morirono molto giovani: entrambi avevano una trentina d’anni quando passarono a miglior vita.

La famiglia Medici da decenni sponsorizzava la basica fiorentina di San Lorenzo perché era stata pensata proprio come mausoleo della casata. Al tempo della visita di Leone X la basilica ancora era incompleta e mancava ancora parecchio lavoro da fare. Il geniale Brunelleschi aveva lasciato l’opera a metà.

Jacopo Sansovino e Andrea del Sarto, per l’occasione della visita papale, lavorarono alacremente per ricoprire l’intera basilica con una struttura effimera quanto suggestiva, affinché risultasse assai più bella agli occhi del Papa.

Leone X, vedendo la basilica così tutta infiorettata, decise di aprire un concorso pubblico per la realizzazione della sua facciata. Le cose però a volte se ne vanno un po’ per conto proprio e quella facciata, nonostante fatiche, ricerche di marmi e arrabbiature varie soprattutto mie, non venne mai portata a termine.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi racconti

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L’Ercole di neve

Lo ricordo ancora come se fosse oggi quel 20 Gennaio del 1494, giornata dedicata a San Sebastiano martire. Lorenzo de’ Medici era morto da un paio d’anni e pareva non volesse smettere più di nevicare. Tanta neve così a Firenze non mi capitò più di vederne anche se non mancarono inverni assai rigidi.

Piero de’ Medici, il diretto successore del Magnifico, mi richiamò a palazzo. Era capriccioso come pochi e voleva a tutti i costi un Ercole di neve. Un’opera effimera che si sarebbe squagliata appena il sole avrebbe intiepidito l’aria.

Mi misi al lavoro e quell’Ercole divenne l’attrazione principale della città in quei giorni gelati. Inevitabilmente di quel colosso niente rimase se non qualche scritto in cronache dell’epoca.

Volendo, come giovane, far fare nel mezzo della sua corte una statua di neve, si ricordò di Michelangelo e, fattolo cercare, gli fece far la sua statua e volse che in casa restasse come al tempo del padre” scrisse Luca Landucci.

Non avendo un Ercole mio scolpito da proporvi come immagine finale, vi propongo l’opera del Canova assieme a Lica..tanto lo so che qualcuno non leggerà e si limiterà a commentare con un secco “ma questa non è tua!” pure con il punto esclamativo. C’è anche chi invece penserà che sia mia e la farà girare assieme al mio nome sui vari social…che ci volete fare, ciascuno si diverte a modo suo e ogni tanto due risate me le voglio fare anch’io.

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Ercole e Lica di Antonio Canova

Trofei d’armi all’eroica

L’impianto originale che avevo ideato per la Sagrestia Nuova era assai più complesso di quello che potete vedere oggi con i vostri occhi. In particolare, le tombe dei due duchi, avrebbero dovuto essere arricchite con un gran numero di sculture. Le nicchie che fiancheggiano i due capitani oggi vuote, avrebbero dovuto accogliere altrettante sculture stanti mentre, nel registro superiore, quattro figure accovacciate avrebbero fatto un po’ da cornice a un trofeo d’arme. Le personificazioni dei due fiumi semi sdraiati a terra non vennero mai scolpite anche se è rimasto un modello a futura memoria di uno dei fiumi, esposto presso Casa Buonarroti, a Firenze. Festoni, ghirlande e dettagli vari avrebbero arricchito e reso  più armonico tutto l’insieme per renderlo facilmente interpretabile agli avventori.

I trofei d’armi all’eroica vennero realizzati ma mai terminati. In un disegno di Federico Zuccari, eseguito fra il 1575 e il 1580, uno dei due trofei fa la sua comparsa al di sopra della tomba di Lorenzo de’ Medici, proprio in corrispondenza dell’Aurora, mentre l’altro giaceva  abbandonato a terra.

Affidai la realizzazione dei trofei a Silvio Cosini che aveva una particolare abilità proprio nell’ideare questa tipologia di soggetti. Era uno sculture pisano che ebbe modo anche di metter mano ai fregi e ai capitelli della Sagrestia Nuova. Il Vasari fa cenno di questo suo lavoro addirittura nel raccontare la vita di Andrea Fattucci: “eseguì alcun trofei per fine di quella sepoltura, ma rimasero imperfetti per l’assedio di Firenze“. Se non mi ricordo male lavorò pure ai candelabri dell’altare e ai bassorilievi delle anfore.

Il Cosini non mancò di mostrare la sua abilità elaborando due soggetti mirabili e fuori dall’ordinario. Li arricchì con festoni, velami, maschere, satiri e teste di ariete evitando simmetrie fra le due composizioni. Questi due trofei, chiamati anche panoplie, sono ancora visibili: li potete ammirare nel passaggio che separa la Cappella dei Principi alla Sagrestia Nuova.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Le fortificazioni di Firenze

Nel 1527 Firenze divenne una tomba a cielo aperto. Ogni giorno morivano un gran numero di vecchi, giovani, uomini, donne e bambini: lo spettro della peste aveva steso un funereo velo su tutta la città e si stava mangiando vive intere generazioni.

Anche il mi fratello Bonarroto bonanima morì proprio a causa della peste l’anno successivo. Lasciò due figi: Francesca e Lionardo, il mio nipote prediletto.

Nel 1529 entrai a far parte dei Nove di Milizia e venni nominato generale governatore et procuratore costituito sopra alla detta fabbrica et fortificazione delle mura. Non mi tirai  indietro e partecipa attivamente anch’io all’insurrezione dei repubblicani contro la tirannica famiglia de’ Medici e mi feci carico della realizzazione delle fortificazioni di Firenze.

Le truppe papali, sotto il bastone del comando impugnato da papa Leone X, volevano riappropriarsi della città. Mi impegnai a progettare una nuovissima cinta muraria inclinata su ogni versante per sottrarre potenza ai colpi da arma da fuoco. Di questa mia ingegnosità sono giunti fino a voi sia dettagliati disegni che schizzi sommari. La cerchia muraria da me ideata era ricca di incavi e forme convesse particolarmente resistenti.

Per realizzare quelle mura mi ispirai a quelle di Ferrara: al tempo considerata una città inespugnabile, la più protetta di tutta Europa. L’ammodernamento della vecchia cinta iniziò ma non vene mai portato a termine.

Il disegno che vedete a seguire è quello relativo a una delle due porte poste a sud della città ed è conservato presso casa Buonarroti.

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Un rilievo per la facciata della Basilica di San Lorenzo

La basilica di San Lorenzo a Firenze si riconosce subito per la sua facciata rustica rimasta incompiuta. Papa Leone X indisse un concorso per la sua realizzazione alla quale parteciparono artisti noti come Giuliano da Sangallo, Raffaello e anch’io. Il lavoro venne affidato a me definitivamente nel 1518. Mi misi al lavoro prima per affinare il progetto e poi per cercare i marmi nelle cave dell’Altissimo. Le difficoltà incontrate a estrarre colonne furono insormontabili per mille e più una ragione. Si agiunsero problemi di tipo finanziario e,alla fine, fui sollevato da questo incarico e mi venne affidata sia la completa realizzazione della Sagrestia Nuova.

Oltre al modello ligneo della facciata conservato presso Casa Buonarroti, del progetto della facciata rimangono numerosi disegni e idee messe nero su bianco.

Quello che vedete a seguire è un disegno riconducibile proprio ai rilievi che avrebbero dovuto decorare la facciata della basilica di San Lorenzo. Si trova presso la collezione privata londinese del Conte Anthony Seilern e la tracciai adoperando una penna d’oca intinta nell’inchiostro bruno. Il tema è quello di San Lorenzo dinnanzi al prefetto prima del suo tremendo martirio. Provate a immaginare solo per un momento la grandiosità di quella facciata finita: altro che Santa Maria del Fiore realizzata in tempi recenti!

Dopotutto a me non dispiace nemmeno così. E’ straordinario l’effetto sorpresa che crea per chi non la conosce. Chi la guarda da fuori non si aspetta certo di vedere il suo interno così ricco di opere d’arte. I Medici sono stati feroci tiranni, hanno insanguinato Firenze tutta ma per grazia mia e vostra avevano uno smisurato senso del bello.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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L’Arte della Lana e i dodici apostoli

“Così abbozzata mostra la sua perfezione, ed insegna agli scultori in che maniera si cavano le figure de’ marmi, che senza venghino storpiate, per poter sempre guadagnare col giudizio, levando del marmo, ed avervi da potersi ritrarre e mutare qualcosa, come accade, se bisognassi”

Scrisse il Vasari del mio San Matteo che lasciai non finito. Della sua committenza già ve ne ho parlato qui tempo fa. E’ l’unico apostolo che iniziai a scolpire dei dodici che mi erano stati commissionati dall’Arte della Lana assieme agli Operai del Duomo di Firenze.

L’Arte della Lana era il nome di una delle più prestigiose e potenti corporazioni fiorentine. Si prendeva  cura di tutte le fasi della lavorazione della lana: dalla cardatura fino alla tessitura. Nel Cinquecento vantava il maggior numero di operai rispetto alle altre corporazioni. Anche Machiavelli ne scrisse nelle sue Istorie Fiorentine: “era quella di tutte le Ati che aveva ed ha più sottoposti, la quale per essere pontentissima è la prima per autorità di tutte”. Erano tante le famiglie illustri ad essere iscritte alla corporazione fra i quali ricordo ad esempio gli Alberti, i Capponi, Acciaioli, Ridolfi e Corsini. I Corsini a dire il vero non mi andavano tanto a genio, soprattutto dopo che avevano deciso di farmi fuori solo perchè avevo studiato le anatomie di un giovane della casata oramai deceduto.

L’Arte della Lana venne sciolta poi, per un decreto emanato nel 1770 dal Granduca Pietro Leopoldo di Lorena assieme a tutte le altre corporazioni fiorentine.

Il sempre vostro Michelangelo vi saluta lasciandovi questa ceramica invetriata di Della Robbia con l’effigie dell’Arte della Lana.

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Il Bruto

Fu Donato Giannotti a commissionarmi il busto di Bruto con l’intenzione di regalarlo poi al  cardinale Niccolò Ridolfi. Lo scolpii nel momento in cui ero tutto preso a lavorare al Giudizio Universale ma non avevo osato dire di no. Era infatti l’occasione per celebrare in qualche modo l’uccisione di Alessandro de’ Medici da parte di Lorenzino de’ Medici: un omicidio da sempre visto come una sorta di feroce protesta degli esuli fiorentini contro la tirannia medicea che intossicava l’anima di Firenze tutta. Non è un caso la scelta del Bruto come soggetto: proprio Lorenzino veniva appellato dai suoi contemporanei come Bruto Nuovo.

Il volto del Bruto appare concentrato, in tensione e tutto il busto è molto più possente di quelli classici. Sembra che per la testa gli passino moti d’ira controllati e ha uno sguardo che sembra disprezzare ciò che vede.

La bella fibula sulla spalla pare riporti il ritratto del Giannotti stesso, il tale che commissionò l’opera. Anche questa opera non è stata graziata dal passaggio del tempo e nel Settecento fu ricostruita la parte inferiore destra andata perduta chissà come e chissà quando.

Il panneggio forse lo lasciai scolpire dal mio allievo Tiberio Calcagni: il Giudizio Universale non poteva attendere oltre e mi rimisi a lavorare a pieno ritmo a quel progetto grandioso che pare non finisca mai di stupire.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e il suo Bruto

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La saliera d’argento per il Duca d’Urbino

Ebbene si, anch’io mi cimentai nella realizzazione di una saliera in argento. Certo lavorare su cose così piccole non era la mia massima aspirazione e nemmeno mi piaceva unire la bellezza dell’arte alla funzionalità quotidiana. Fatto sta che però dovetti mettermi all’opera per disegnare una saliera degna di rispetto per il Duca d’Urbino.

Era il 1537 quando conclusi il disegno e lo affidai nelle mani dell’argentiere per sua realizzazione. Aveva una forma semisferica con un’imboccatura assai allargata, in modo tale da facilitarne l’utilizzo. Tutta la struttura si poggiava su zampe di leone e attorno al collo del vaso presentava bucranei reggifestoni e mascheroni decorativi un po’ più in basso.

La sommità del coperchio terminava con un bel Cupido danzante serpentinato intento a scoccare la sua freccia. Probabilmente m’era stata commissionata in occasione di un matrimonio: ecco spiegato il Cupido pronto a colpire il bersaglio.

Il disegno di questa saliera era molto celebre ai miei tempi tanto che ne venne eseguite una copia tutt’oggi esistente. Anche il Tintoretto successivamente prese a modello il mio Cupido per dipingere il suo. Purtroppo la saliera in argento attualmente è data per perduta ma chissà che un giorno non salti fuori su qualche banco di antiquariato.

Le saliere nel Cinquecento, ma anche durante il Medioevo, costituivano un pezzo fondamentale del corredo da tavola delle famiglie ricche. Erano veri e propri capolavori realizzati in metalli preziosi che decoravano le mense durante occasioni speciali. Quelle di utilizzo quotidiano erano invece di piombo, vetro oppure di legno.

La saliera più celebre di tutte è sicuramente quella che quel matto del Cellini realizzò per Francesco I. Un capolavoro attualmente visibile presso il museo di Vienna. Le saliere erano cose assai preziose: tenete in considerazione che il sale era considerato alla stregua di moneta di scambio. Un bene difficile da reperire che solo in tempo moderni è divenuto accessibile a tutti.

In una lettera datata 4 luglio 1537, scritta dall’argentiere Girolamo Staccioli al Duca d’Urbino, si fa menzione proprio della mia saliera. Ve ne riporto un frammento.

“Illustrissimo signor mio. In resposta de una de S.V. de’ vinti due del passato, gli dico che più mesi essere finito il modello de a saliera de rilievo, e principiato de argento alcune grampe de animali, dove se ha possare il vaso de la saliera, et a torno di esso vaso ci va certi festoni don alcune mascare, et i’ nel coperchio una figura de rilievo tutta, con alcuni altri fogliami, secondo Michelagnolo ordinò et secondo appare nel modello finito detto de sopra. Vedendo Che questa hè spesa de altro che otto o dieci ducati de manifattura; et andandoci più summa che questa, non ho voluto andar più innanci…”

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi lavori meno noti

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