Sfidando l’inquisizione a carte scoperte

In anni di censure durissime e persecuzioni spietate, la libertà che avevo io di dipingere, gli altri artisti contemporanei se la potevano solo sognare.

Non era mia abitudine limitarmi a rappresentare uno stretto programma che il committente imponeva e mai l’avrei fatto nemmeno a peso d’oro. Figuriamoci poi se avrei chinato il capo negli ultimi anni della mia vita per le ultime importanti commissioni. Il mio status di artista era al di sopra delle parti e alla fine facevo sempre come mi pareva.

Pensate un po’: al Vasari che si apprestava ad affrescare la Cancelleria Vaticana su commissione del potete cardinale Alessandro Farnese, l’erudito Paolo Giovio al suo servizio dettò per filo e per segno tutto il programma iconografico indicando addirittura le posizioni che avrebbero dovuto assumere i vari personaggi raffigurati. Con me nemmeno ci provavano a fare qualcosa di vagamente simile: avrei rifiutato la commissione seduta stante.

E le braghe dipinte sopra il Giudizio allora? Beh, quelle le misero dopo che passai a miglior vita…mentre ancora ero bello arzillo nessuno osò toccare i miei lavori: mi conoscevano assai e nemmeno il Papa osò sfidarmi con questo sfregio.

Quando Papa Paolo III mi chiese di affrescare la Cappella Paolina, la sua cappella privata tutt’oggi non visibile al grande pubblico, ero già vecchio. Avevo quasi sessant’anni e nel Cinquecento, un’età del genere, non era facile da raggiungere. Non ero certo in splendida forma ma, nonostante i molti acciacchi e i ripetuti periodi di malattia, accettai l’incarico. Perché lo feci? Certo non per soldi già che già avevo accumulato una fortuna cospicua. Vero è che a Papa Paolo III non potevo dire di no: era un caro amico. Tuttavia il motivo non è solo quello. Era l’occasione giusta per dipingere in un luogo così importante per il papato un concentrato di suggerimenti per il dibattito allora in corso sulla riforma della Chiesa. La mia appartenenza al gruppo degli spirituali era nota così come era nota la mia vicinanza a Reginald Pole, alla marchesa Colonna e al povero Morone che fu vittima dell’inquisizione.

Diedi parecchio fastidio agli assetti del potere della Chiesa tanto che, censori potentissimi e autorevoli come Gilio e Dolce, niente avevano contro gli intellettuali che all’interno della curia discutevano sulla riforma protestante ma additavano me per le mie trasgressioni iconografiche sistemate proprio nella cappella papale.

La purezza della devozione spirituale resa nei corpi nudi o comunque poco abbigliati è una sorta di ritorno alle origini del cristianesimo. Dinnanzi quegli affreschi inducevo gli spettatori, che per altro erano esclusivamente alti prelati, a pensare a quanto fosse cambiata la Chiesa in tanti anni di potere e quanto si era allontanata dagli insegnamenti di Cristo.

Il sempre vostro Michelangelo che è sempre stato testardo come un mulo soprattutto quando sapeva di aver ragione

mich-s pete

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