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Poiché molti dicono sia rimbambito, non ho voluto deluderli

Oggi rileggendo un po’ di lettere assai datate, m’è tornata fra le mani questa qua che scrissi al mio caro amico Giorgio Vasari. Nella sua lettera precedente m’aveva fatto intendere che volentieri m’avrebbe rivisto a Firenze.

Certo mi sarebbe garbato parecchio poter tornare ma gli anni già eran tanti.

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Affrontare a cavallo un viaggio del genere non era una passeggiata. Nemmeno avevo intenzione di darla vinta a Cosimo I però e poi avevo un sacco di cose da fare a Roma come per esempio occuparmi del grandioso progetto della Basilica di San Pietro.

Non ultima faccenda da considerare in ordine di importanza, a Roma ci stava anche il mio amato Tommaso. Come avrei potuto separarmi da lui proprio negli ultimi anni della vita? Giammai.

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Non vi propongo la lettera però per tutte queste ragioni ma per una forse un po’ più singolare. Leggete le prime due righe in ci faccio riferimento al mio poetare: vi scapperà forse un sorriso.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e le sue lettere

Roma, 19 settembre 1554

Messer Giorgio amico caro, voi direte ben che io sie vechio e pazzo a vole’ far sonecti; ma perché molti dicono ch’i’ son rinbanbito, ò voluto far l’uficio mio.

Per la vostra veggio l’amor che mi portate; e sappiate per cosa certa che io arei caro di riporre queste mia debile ossa a canto a quelle di mio padre, come mi pregate. Ma partend’ora di qua sarei causa d’una gran ruina della fabrica di Santo Pietro, d’una gran vergognia e d’un grandissimo pechato. Ma come fie stabilita tucta la compositione, che non possa esser mutata, spero far quanto mi scrivete, se già non è pechato a tenere a disagio parechi g[h]iocti c[h]’aspecton ch’io mi parta presto.

A dì 19 di sectembre 1554.Vostro Michelagniolo Buonarroti in Roma. A messer Giorg[i]o Vasari amico e pictor singulare.

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