Le immortalissime opere

“Però, come nel principio dissi, il Cielo per esempio nella vita, ne’ costumi e nelle opere l’ha qua giù mandato, acciò che quegli che riguardano in lui, possino imitandolo, accostarsi per fama alla eternità del nome; e per l’opere e per lo studio, alla natura: e per la virtù al Cielo, nel medesimo modo che egli alla natura et al cielo ha di continuo fatto onore.

E non si meravigli alcuno che io abbia qui descritta la vita di Michelagnolo vivendo egli ancora, perché non si aspettandolo che e’ debba morir già mai, mi è parso conveniente far questo poco ad onore di lui, che quando bene come tutti gli altri uomini abbandoni il corpo, non si troverrà però mai alla morte delle immortalissime opere sue: la fama delle quali mentre ch’e’ dura il mondo, viverà sempre gloriosissima per le bocche de gli uomini e per le penne degli scrittori, mal grado della invidia et al dispetto della morte.”

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che oggi passa la vigilia di San Lorenzo rileggendo le belle parole che ebbe modo di scrivere il Vasari sul mio conto.

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Felice età nostra

“O veramente felice età nostra, o beati artefici, che ben così vi dovete chiamare, da che nel tempo vostro avete potuto al fonte di tanta chiarezza rischiarare le tenebrose luci degli occhi e vedere fattovi piano tutto quel ch’era difficile da sì maraviglioso e singulare artefice: certamente la gloria delle fatiche sue vi fa conoscere et onorare, da che ha tolto da voi quella benda che avevate innanzi agli occhi della mente, sì di tenebra piena, e v’ha scoperto il velo del falso, il quale v’adombra le bellissime stanze dell’intelletto. Ringraziate di ciò dunque il cielo e sforzatevi d’imitar Michele Agnolo in tutte le cose.”

Il Vasari, nella mia biografia, s’è espresso in questi termini per descrivere la meraviglia che suscitò nei contemporanei la volta della Cappella Sistina appena affrescata. S’è sbilanciato un tantino in nome della nostra amicizia di lunga data o, visto che ancora ero vivo temeva potessi in qualche modo redarguirlo? Ai posteri l’ardua sentenza ma consentitemi di affermare, a distanza di secoli, che forse forse aveva ragione lui.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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La Sagrestia abbandonata

Nel 1534 me ne andai da Firenze alla volta di Roma e lì rimasi per il resto degli anni che avevo ancora dinnanzi a me. La Sagrestia Nuova non era terminata e la lasciai così com’era senza dar disposizioni a nessuno. Avevo solo collocato al loro posto le sculture dei due duchi mentre le personificazioni delle quattro ore del giorno giacevano sul pavimento. I Santi Cosma e Damiano così come la Madonna con Bambino si trovavano in una stanza adiacente. Tutte le pareti ancora dovevano essere intonacate e Giovanni da Udine doveva ancora terminare le decorazioni.

Carlo V ebbe l’opportunità di vedere la Sagrestia Nuova incompleta il 4 maggio del 1536. La famiglia Medici si spese in un gran quantitativo di tentativi per farmi ritornare a Firenze ma non ottennero gran ché da me.

Il compito di sistemare le sculture sopra i sepolcri e di completare quello che mancava terminare il complesso fu allora affidato ad artisti che risiedevano in loco. Il Tribolo, che dal 1542 era l’architetto della basilica di San Lorenzo, si occupò di montare le quattro ore del giorno sopra i sarcofagi marmorei e di collocare sia i Santi gemelli che la Madonna con bambino sopra lo spoglio sepolcro di Lorenzo il Magnifico e Giuliano. Quando il Tribolo passò a miglior vita, fu il Vasari a succedergli nell’impresa. Mise i vetri alle finestre e inizi ad intonacare le pareti.

Cosimo I però ancora non si era arreso e voleva a tutti i costi che tornassi a completare la sagrestia o che dessi disposizioni in merito. Mi fece scrivere dal Vasari perché sapeva che a lui non potevo non rispondere: era un caro amico. Porsi le mie scuse al duca mediante l’ambasciatore fiorentino Serristori dicendo che oramai la mia mano non era più bona per scrivere. Possibile che a ottantotto anni suonati ancora non mi lasciasse in pace? Alla fine la Sagrestia Nuova assunse l’aspetto che voi potete ammirare oggi grazie al Vasari che cercò di intuire come io avrei voluto che fosse il risultato finito della Sagrestia.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi ricordi che di tanto in tanto gli rivengono alla mente.

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Il nome di famiglia da me reso immortale

“…i lumi delle virtù miracolose del suo scarpello e pennello faran sempre viva la casa vostra oggi per lui immortale, così come à fatto Italia et Roma et Fiorenza con le sue opere, ma a tutto l’universo, fin dove àn nome le cose, à dato luce, vita et nome…”

Così scrisse Giorgio Vasari al mi nipote Lionardo in una lettera datata 1 settembre 1551. In effetti col senno di poi è stato veramente così. Chi altri se non io avrebbe potuto rendere immortale in nome della mia famiglia? E non è forse vero che ho dato gloria e risonanza alle città di Firenze, Roma e all’Italia di allora e di oggi?

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e le sue opere lasciate a voi e a quelli che verranno dopo di voi.

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Cartoni e bozzetti per gli amici

-Creatore di forme nuove che furon ben presto mondiali, veggente nei campi dello spirito con una profondità che nessun artista italiano ebbe prima o dopo di lui, Michelangelo giganteggia tra i geni della Rinascita. Aveva la scultura del Quattrocento cercata la grazia, il Buonarroti la sprezzò; aveva prodigato fiori, corone, sorrisi ai simulacri marmorei, ed egli vi scavò i solchi del dolore umano; aveva assottigliata e ingentilita ogni cosa, ed egli, sopra un mondo ingigantito scatenò le tempeste-
Questo è quanto scrisse di me Adolfo Venturi nel 1923. E’ una sorta di brevissimo ritratto che in qualche modo riesce a delineare alcune caratteristiche che davvero mi appartenevano.
Come sapete nel corso dei secoli sono in diversi quelli che mi hanno additato accusandomi di essere tirchio e pure un po’ scorbutico. Si, scorbutico e scontroso lo sono stato ma solo con coloro che con me non avevano affinità di nessun tipo.
Sapete che durante tutto il corso della vita disegnai cartoni e fornii modelli sia a artisti noti che a perfetti sconosciuti ma comunque a me cari? Se sono assai conosciuti i cartoni che passai a Sebastiano del Piombo, lo sono un po’ meno quelli che passai nei miei primi anni di lavoro all’artista ferrarese Piero d’Argenta.
Alle mani dell’amico e allievo Condivi invece affidai il noto cartone dell’Epifania. Non era certo un esperto di pittura e aveva poca dimestichezza con i pennelli. Attorno a quella tavola ci tribolò parecchio e il risultato, a dire il vero, non fu dei migliori. La cosa buffa è che il mio pronipote Michelangelo Buonarroti il Giovane acquistò questa tavola dipinta dal Condivi pagandola come se fosse mia tanto che ancora oggi la potete vedere proprio in Casa Buonarroti a Firenze.
Invece, il cartone originale dell’Epifania al quale vengono attribuiti significati diversi e talvolta contrastanti, si trova presso il British Mueum.
Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti per il momento vi saluta. Ah, già, mi stavo dimenticando. Vorrei chiedervi perché a volte quando qualcuno di voi commenta su Facebook con toni non lusinghieri spesso offensivi e io mi impegno pure a rispondergli con cortesia senza mandarlo subito a quel paese, poi cancella tutto. Bah, si vede che gli scoccia fare una figuraccia davanti a tutti.
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Oggi come ieri: 452 anni dal mio maestoso funerale

Son passati esattamente 452 anni dalle mie esequie. Era il 14 Luglio del 1564 quando tutta Firenze si strinse attorno al mio catafalco funebre. A Benedetto Varchi fu commissionato il discorso funebre e scrisse quasi un romanzo di 63 pagine. Certo che ce ne volle di pazienza a stare a sentire tutti i suoi elogi. Per carità, mi fece pure piacere sentir certe parole, ma dopo un quarto d’ora di lettura già m’ero stancato.

Che funerale quello! Sarà perché fu il mio ma non credo lo dimenticherò per l’eternità. C’era proprio tutta la città e a tratti, quel corteo funebre, pareva fosse quasi fosse una festa. A pensare che tanto sono stato odiato da certi Medici e invece, da morto, tutti parevano parteggiare per me. Beh, succede ogni giorno. Appena un tale passa a miglior vita diventa subito un sant’uomo, uno da rispettare, uno che tutti conoscevano o avevano in qualche modo avuto occasione di incontrarlo. A volte questa faccenda assume aspetti a dir poco surreali e, nonostante vite condotte in maniera tutt’altro che ammirabile, con il passaggio di stato vengono acclamate a furor di popolo. Tutti santi appena chiudono gli occhi.

Il funerale venne celebrato nella Basilica di San Lorenzo che per l’occasione fu interamente decorata con drappi neri intervallati da dipinti che raffiguravano i momenti salienti della mia vita. Un funerale così maestoso sarebbe stato più degno di un re che di un artista come me. Il feretro con tutto il catafalco funebre fu posizionato nel centro della chiesa e addobbato con un gran numero di decori pittorici e scultorei. Dopo le celebrazioni religiose il mio corpo venne portato fino a Santa Croce dove tutt’oggi riposa ( o almeno ci prova) nella tomba monumentale che realizzò per me il mio carissimo amico Giorgio Vasari.

Vi ricordo che oggi avrà inizio per il terzo anno consecutivo la Settimana Michelangiolesca durante la quale verrò ricordato e celebrato in ogni modo a Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti ricordando il suo pomposo funerale da re.

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Le lettere che mi inviava il Vasari per conto di Cosimo I

Me ne andati da Firenze per non farvi più ritorno se non da morto. Lasciai le mie commissioni fiorentine a metà e un Cosimo I che non sapeva più come fare per farmi ritornare in terra natia.

A Roma avevo tanto da fare, è vero, ma è altrettanto vero che solo lì dimorava il mio amatissimo Tommaso de’ Cavalieri. Lontano da lui c’ero già stato fin troppo, era tempo di tornare e non avrei saputo attendere oltre.

Cosimo I voleva portassi a termine le opere nella Sagrestia Nuova e soprattutto voleva veder conclusa la Biblioteca Medicea Laurenziana. Non sapendo più che fare comandava al povero Vasari di scrivermi chiedendo di tornare a Firenze.

Questa è una delle tante lettere di risposta che ebbe Giorgio Vasari, il mio amico caro

Roma, 11 Maggio 1555

Io fu’ messo a forza nella fabrica di Santo Pietro e ò servito circa oct’anni n[o]n solamente in dono, ma con grandissimo mie danno e dispiaceri e ora che l’è aviata e che c’è danari da spendere e che io son per voltar presto la cupola, se io mi partissi sarebe la rovina di decta fabr[i]ca, sarebbemi grandissima vergognia in tucta la Cristianità e all’anima grandissimo pechato.

Però, messer Giorg[i]o mio caro, io vi prego che da mia parte voi ringratiate il Duca delle sua grandissime oferte che voi mi scrivete, e che voi preg[h]iate Suo Signoria che con sua buona licentia e gratia io possa seguitar qua tanto che io me ne possa partire con buona fama e onore e senza pechato.

A dì undici di maggi[o] 1555.Vostro Michelagniolo Buonarroti in Roma.A messer Giorgio pictore isciellentissimo in Firenze.

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La saliera d’argento per il Duca d’Urbino

Ebbene si, anch’io mi cimentai nella realizzazione di una saliera in argento. Certo lavorare su cose così piccole non era la mia massima aspirazione e nemmeno mi piaceva unire la bellezza dell’arte alla funzionalità quotidiana. Fatto sta che però dovetti mettermi all’opera per disegnare una saliera degna di rispetto per il Duca d’Urbino.

Era il 1537 quando conclusi il disegno e lo affidai nelle mani dell’argentiere per sua realizzazione. Aveva una forma semisferica con un’imboccatura assai allargata, in modo tale da facilitarne l’utilizzo. Tutta la struttura si poggiava su zampe di leone e attorno al collo del vaso presentava bucranei reggifestoni e mascheroni decorativi un po’ più in basso.

La sommità del coperchio terminava con un bel Cupido danzante serpentinato intento a scoccare la sua freccia. Probabilmente m’era stata commissionata in occasione di un matrimonio: ecco spiegato il Cupido pronto a colpire il bersaglio.

Il disegno di questa saliera era molto celebre ai miei tempi tanto che ne venne eseguite una copia tutt’oggi esistente. Anche il Tintoretto successivamente prese a modello il mio Cupido per dipingere il suo. Purtroppo la saliera in argento attualmente è data per perduta ma chissà che un giorno non salti fuori su qualche banco di antiquariato.

Le saliere nel Cinquecento, ma anche durante il Medioevo, costituivano un pezzo fondamentale del corredo da tavola delle famiglie ricche. Erano veri e propri capolavori realizzati in metalli preziosi che decoravano le mense durante occasioni speciali. Quelle di utilizzo quotidiano erano invece di piombo, vetro oppure di legno.

La saliera più celebre di tutte è sicuramente quella che quel matto del Cellini realizzò per Francesco I. Un capolavoro attualmente visibile presso il museo di Vienna. Le saliere erano cose assai preziose: tenete in considerazione che il sale era considerato alla stregua di moneta di scambio. Un bene difficile da reperire che solo in tempo moderni è divenuto accessibile a tutti.

In una lettera datata 4 luglio 1537, scritta dall’argentiere Girolamo Staccioli al Duca d’Urbino, si fa menzione proprio della mia saliera. Ve ne riporto un frammento.

“Illustrissimo signor mio. In resposta de una de S.V. de’ vinti due del passato, gli dico che più mesi essere finito il modello de a saliera de rilievo, e principiato de argento alcune grampe de animali, dove se ha possare il vaso de la saliera, et a torno di esso vaso ci va certi festoni don alcune mascare, et i’ nel coperchio una figura de rilievo tutta, con alcuni altri fogliami, secondo Michelagnolo ordinò et secondo appare nel modello finito detto de sopra. Vedendo Che questa hè spesa de altro che otto o dieci ducati de manifattura; et andandoci più summa che questa, non ho voluto andar più innanci…”

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi lavori meno noti

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Le vetrate della Biblioteca Medicea Laurenziana e l’ultimo restauro

La Biblioteca Medicea Laurenziana è ricca di dettagli che, talvolta, possono sfuggire anche a un buon osservatore. Guardate la lavorazione impeccabile della pietra serena che sembra arricciolarsi su se stessa e quei fantasiosi pipistrelli posti sopra le colonne che decorano il ricetto. E il pavimento in cotto bianco e rosso Fu realizzato sui di segni del Tribolo e rispecchia il soffitto il legno.

Sicuramente a non passa inosservato è il ciclo delle vetrate in corso di restauro oramai quasi giunto al termine. Non solo aggiunge un tocco vivace di colore a un ambiente di per sé austero ma è ricco di decorazioni con evidenti rimandi simbolici.

La realizzazione di tutta la biblioteca, come probabilmente saprete, fu affidata a me da Papa Clemente VII nel 1523 e aprì al pubblico nel 1571. Una biblioteca pubblica nel cuore della città aperta proprio a tutti di fatto ma che in realtà era frequentata da eruditi: poche erano le persone che sapevano leggere a quei tempi.

Le vetrate furono di segnate dal Vasari e fatte realizzare poi nelle Fiandre. Prima di questo ultimo restauro si pensava fossero fatte in Italia ma le indagini diagnostiche hanno messo in luce che le caratteristiche sia fisiche che chimiche del vetro sono tipiche dell’Europa del Nord a metà del Cinquecento. In ogni vetrata vengono riportati alternativamente i simboli che contraddistinguono il papato di Clemente VII e gli emblemi che riconducono direttamente a Cosimo I come ad esempio la tiara papale.

Per accentuare gli effetti chiaroscurali su alcune immagini è stata graffiata la grisaglia con una punta dura, creando così dei reticolati che lasciano meglio filtrare la luce esterna.

In origine le vetrate erano quindici per lato delle quali sei erano apribili mentre le rimanenti fisse. A fine ‘800 però venne edificata la Tribuna d’Elci che si affaccia sul lato destro del salone. Per far ciò furono smantellate cinque vetrate e murate ben quattro lucifere.

Nel corso degli anni sono stati effettuati diversi restauri ma i più cospicui vennero fatti sulle finestre apribili, più soggette alle temibili infiltrazioni d’acqua. Nel 1921 venne portato a termine un restauro complessivo a dir poco disastroso che cambiò in maniera irreversibile l’aspetto delle vetrate.

Attualmente i vetrini rimasti delle vetrate originali non sono così tanti. Nel corso dei secoli molti si sono fratturati, sono stati riparati e talvolta sostituiti con pezzi nuovi. Attualmente i restauratori sono impegnati a restituire solidità e un aspetto dignitoso alle ultime due vetrate ubicate sulla parte destra.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti felicemente stanco

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Porta Pia e gli attrezzi del barbiere

Porta Pia a Roma non è nota perché la realizzai io ma per ben’altri fatti storici. Chi non ha mai sentito parlare di quel 20 settembre del 1870 e della presa di Roma?

Il progetto di Porta Pia mi venne commissionata da papa Pio IV fra il 1561 e il 1565, se non mi trae in inganno la mia memoria talvolta fallace per i troppi anni sul groppone. Avrebbe dovuto sostituire la vecchia porta Nomentana che si trovava più spostata verso est.

Proposi al pontefice tre differenti disegni e alla fine, senza pensarci troppo su, scelse il meno costoso. Il Vasari scrisse che i progetti della porta erano “tutti stravaganti e bellissimi“.

A ottantacinque anni suonati ancora ero attivo e capace di creare ancora cose pregevolissime. L’impatto estetico attuale di Porta Pia è un po’ alterato rispetto alla mia idea originale a causa di alcune modifiche apportate in epoche successive.

Guardate le decorazioni che inserii nella facciata rivolta verso la città. Si vocifera che avessi voluto raffigurare in qualche modo bacinelle e asciugamani con frange disposti sopra dei saponi rotondeggianti. Per quale motivo? Ebbene, il committente papa Pio IV era un Medici ma era assai nota la sua non appartenenza alla casata fiorentina. Discendeva invece da una facoltosa famiglia di barbieri milanesi e pare che io abbia voluto sottolineare questa sua discendenza con questo escamotage. Certo è che non sarebbe stata una novità: le vendette artistiche erano per me pane quotidiano.

C’è anche chi dice che sotto la finestra destra ci sia una figura incompiuta che pare m’assomigli parecchio.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che dopo aver bevuto il quinto caffè corretto della giornata si siede a meditare su una spalletta dell’Arno.

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foto di Enrico Cocuccioni