Mi nutro di quel che arde e avvampa

Mentre del foco son scacciata e priva,
morir m’è forza, ove si vive e campa;
e ‘l mie cibo è sol quel c’arde e avvampa,
e di quel c’altri muor, convien ch’i’ viva.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Il Vasari e le sue descrizioni lusinghiere

Il Vasari nutriva una grande ammirazione per me e per i miei lavori. Nelle sue vite mi dedicò parole lusinghiere descrivendo le opere principali trasportato dal sentimento più che dal dovere di cronaca. Vi estraggo  un brano tratto dalla descrizione che fece della volta della Cappella Sistina  a testimonianza di ciò che ho appena affermato.

“…la quale opera è stata veramente lucerna che ha fatto tanto giovamento e lume all’arte della pittura, che ha bastato a illuminare il mondo per tante centinaia d’anni in tenebre stato.

E nel vero non curi più chi è pittore di vedere novità et invenzioni di attitudini, abbigliamenti addosso a figure, modi nuovi d’aria e terribilità di cose variamente dipinte, perché tutta quella perfezzione che si può dare a cosa che in tal magisterio si faccia a questa ha dato.

Ma stupisca ora ogni uomo che in quella sa scorgere la bontà delle figure, la perfezzione degli scorti, la stupendissima rotondità de i contorni, che hanno in sé grazia e sveltezza, girati con quella bella proporzione che ne belli ignudi si vede.”

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con “Le Vite” del Vasari sulle ginocchia.

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L’uomo non deve ridere quando tutto il mondo piange

Oggi voglio proporvi la lettera che scrissi al Vasari da Roma il 31 Marzo del 1554. E’ una delle tante che ci scambiammo durante il corso degli anni. Nella sua precedente carta m’aveva detto d’aver visto Lionardo quasi rinato e un po’ mi dispiacque per quella sua insensata allegrezza quando tutt’attorno c’era parecchia disperazione.

Roma 31 Marzo del 1554

Messer Giorgio amico caro, io ò avuto grandissimo piacere della vostra, visto che pure ancora vi ricordate del povero vechio, e più per esservi trovato al trionfo che mi scrivete d’aver visto rinnovare un altro Buonarroto, del quale aviso vi ringratio quanto so e po[sso]; ma ben mi dispiace tal pompa, perché l’uomo non de’ ridere quande ‘l mondo tucto piange.

Però mi pare che Lionardo abbi molto poco g[i]udicio, e massimo per far tanta festa d’uno che nasce, con quella allegrezza che s’à a serbare a la mor[t]e di chi è ben vissuto. Altro non m’achade.

Vi ringratio sommamente dell’amor che mi portate, benché io no ne sia degnio. Le cose di qua stanno pur così. A dì non so quanti d’aprile 1554.Vostro Michelagniolo Buonarroti in Roma.Al mio caro amico messer Giorgio Vasari in Fiorenza.

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Le immortalissime opere

“Però, come nel principio dissi, il Cielo per esempio nella vita, ne’ costumi e nelle opere l’ha qua giù mandato, acciò che quegli che riguardano in lui, possino imitandolo, accostarsi per fama alla eternità del nome; e per l’opere e per lo studio, alla natura: e per la virtù al Cielo, nel medesimo modo che egli alla natura et al cielo ha di continuo fatto onore.

E non si meravigli alcuno che io abbia qui descritta la vita di Michelagnolo vivendo egli ancora, perché non si aspettandolo che e’ debba morir già mai, mi è parso conveniente far questo poco ad onore di lui, che quando bene come tutti gli altri uomini abbandoni il corpo, non si troverrà però mai alla morte delle immortalissime opere sue: la fama delle quali mentre ch’e’ dura il mondo, viverà sempre gloriosissima per le bocche de gli uomini e per le penne degli scrittori, mal grado della invidia et al dispetto della morte.”

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che oggi passa la vigilia di San Lorenzo rileggendo le belle parole che ebbe modo di scrivere il Vasari sul mio conto.

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Felice età nostra

“O veramente felice età nostra, o beati artefici, che ben così vi dovete chiamare, da che nel tempo vostro avete potuto al fonte di tanta chiarezza rischiarare le tenebrose luci degli occhi e vedere fattovi piano tutto quel ch’era difficile da sì maraviglioso e singulare artefice: certamente la gloria delle fatiche sue vi fa conoscere et onorare, da che ha tolto da voi quella benda che avevate innanzi agli occhi della mente, sì di tenebra piena, e v’ha scoperto il velo del falso, il quale v’adombra le bellissime stanze dell’intelletto. Ringraziate di ciò dunque il cielo e sforzatevi d’imitar Michele Agnolo in tutte le cose.”

Il Vasari, nella mia biografia, s’è espresso in questi termini per descrivere la meraviglia che suscitò nei contemporanei la volta della Cappella Sistina appena affrescata. S’è sbilanciato un tantino in nome della nostra amicizia di lunga data o, visto che ancora ero vivo temeva potessi in qualche modo redarguirlo? Ai posteri l’ardua sentenza ma consentitemi di affermare, a distanza di secoli, che forse forse aveva ragione lui.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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La Sagrestia abbandonata

Nel 1534 me ne andai da Firenze alla volta di Roma e lì rimasi per il resto degli anni che avevo ancora dinnanzi a me. La Sagrestia Nuova non era terminata e la lasciai così com’era senza dar disposizioni a nessuno. Avevo solo collocato al loro posto le sculture dei due duchi mentre le personificazioni delle quattro ore del giorno giacevano sul pavimento. I Santi Cosma e Damiano così come la Madonna con Bambino si trovavano in una stanza adiacente. Tutte le pareti ancora dovevano essere intonacate e Giovanni da Udine doveva ancora terminare le decorazioni.

Carlo V ebbe l’opportunità di vedere la Sagrestia Nuova incompleta il 4 maggio del 1536. La famiglia Medici si spese in un gran quantitativo di tentativi per farmi ritornare a Firenze ma non ottennero gran ché da me.

Il compito di sistemare le sculture sopra i sepolcri e di completare quello che mancava terminare il complesso fu allora affidato ad artisti che risiedevano in loco. Il Tribolo, che dal 1542 era l’architetto della basilica di San Lorenzo, si occupò di montare le quattro ore del giorno sopra i sarcofagi marmorei e di collocare sia i Santi gemelli che la Madonna con bambino sopra lo spoglio sepolcro di Lorenzo il Magnifico e Giuliano. Quando il Tribolo passò a miglior vita, fu il Vasari a succedergli nell’impresa. Mise i vetri alle finestre e inizi ad intonacare le pareti.

Cosimo I però ancora non si era arreso e voleva a tutti i costi che tornassi a completare la sagrestia o che dessi disposizioni in merito. Mi fece scrivere dal Vasari perché sapeva che a lui non potevo non rispondere: era un caro amico. Porsi le mie scuse al duca mediante l’ambasciatore fiorentino Serristori dicendo che oramai la mia mano non era più bona per scrivere. Possibile che a ottantotto anni suonati ancora non mi lasciasse in pace? Alla fine la Sagrestia Nuova assunse l’aspetto che voi potete ammirare oggi grazie al Vasari che cercò di intuire come io avrei voluto che fosse il risultato finito della Sagrestia.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi ricordi che di tanto in tanto gli rivengono alla mente.

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Il nome di famiglia da me reso immortale

“…i lumi delle virtù miracolose del suo scarpello e pennello faran sempre viva la casa vostra oggi per lui immortale, così come à fatto Italia et Roma et Fiorenza con le sue opere, ma a tutto l’universo, fin dove àn nome le cose, à dato luce, vita et nome…”

Così scrisse Giorgio Vasari al mi nipote Lionardo in una lettera datata 1 settembre 1551. In effetti col senno di poi è stato veramente così. Chi altri se non io avrebbe potuto rendere immortale in nome della mia famiglia? E non è forse vero che ho dato gloria e risonanza alle città di Firenze, Roma e all’Italia di allora e di oggi?

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e le sue opere lasciate a voi e a quelli che verranno dopo di voi.

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Cartoni e bozzetti per gli amici

-Creatore di forme nuove che furon ben presto mondiali, veggente nei campi dello spirito con una profondità che nessun artista italiano ebbe prima o dopo di lui, Michelangelo giganteggia tra i geni della Rinascita. Aveva la scultura del Quattrocento cercata la grazia, il Buonarroti la sprezzò; aveva prodigato fiori, corone, sorrisi ai simulacri marmorei, ed egli vi scavò i solchi del dolore umano; aveva assottigliata e ingentilita ogni cosa, ed egli, sopra un mondo ingigantito scatenò le tempeste-
Questo è quanto scrisse di me Adolfo Venturi nel 1923. E’ una sorta di brevissimo ritratto che in qualche modo riesce a delineare alcune caratteristiche che davvero mi appartenevano.
Come sapete nel corso dei secoli sono in diversi quelli che mi hanno additato accusandomi di essere tirchio e pure un po’ scorbutico. Si, scorbutico e scontroso lo sono stato ma solo con coloro che con me non avevano affinità di nessun tipo.
Sapete che durante tutto il corso della vita disegnai cartoni e fornii modelli sia a artisti noti che a perfetti sconosciuti ma comunque a me cari? Se sono assai conosciuti i cartoni che passai a Sebastiano del Piombo, lo sono un po’ meno quelli che passai nei miei primi anni di lavoro all’artista ferrarese Piero d’Argenta.
Alle mani dell’amico e allievo Condivi invece affidai il noto cartone dell’Epifania. Non era certo un esperto di pittura e aveva poca dimestichezza con i pennelli. Attorno a quella tavola ci tribolò parecchio e il risultato, a dire il vero, non fu dei migliori. La cosa buffa è che il mio pronipote Michelangelo Buonarroti il Giovane acquistò questa tavola dipinta dal Condivi pagandola come se fosse mia tanto che ancora oggi la potete vedere proprio in Casa Buonarroti a Firenze.
Invece, il cartone originale dell’Epifania al quale vengono attribuiti significati diversi e talvolta contrastanti, si trova presso il British Mueum.
Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti per il momento vi saluta. Ah, già, mi stavo dimenticando. Vorrei chiedervi perché a volte quando qualcuno di voi commenta su Facebook con toni non lusinghieri spesso offensivi e io mi impegno pure a rispondergli con cortesia senza mandarlo subito a quel paese, poi cancella tutto. Bah, si vede che gli scoccia fare una figuraccia davanti a tutti.
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Oggi come ieri: 452 anni dal mio maestoso funerale

Son passati esattamente 452 anni dalle mie esequie. Era il 14 Luglio del 1564 quando tutta Firenze si strinse attorno al mio catafalco funebre. A Benedetto Varchi fu commissionato il discorso funebre e scrisse quasi un romanzo di 63 pagine. Certo che ce ne volle di pazienza a stare a sentire tutti i suoi elogi. Per carità, mi fece pure piacere sentir certe parole, ma dopo un quarto d’ora di lettura già m’ero stancato.

Che funerale quello! Sarà perché fu il mio ma non credo lo dimenticherò per l’eternità. C’era proprio tutta la città e a tratti, quel corteo funebre, pareva fosse quasi fosse una festa. A pensare che tanto sono stato odiato da certi Medici e invece, da morto, tutti parevano parteggiare per me. Beh, succede ogni giorno. Appena un tale passa a miglior vita diventa subito un sant’uomo, uno da rispettare, uno che tutti conoscevano o avevano in qualche modo avuto occasione di incontrarlo. A volte questa faccenda assume aspetti a dir poco surreali e, nonostante vite condotte in maniera tutt’altro che ammirabile, con il passaggio di stato vengono acclamate a furor di popolo. Tutti santi appena chiudono gli occhi.

Il funerale venne celebrato nella Basilica di San Lorenzo che per l’occasione fu interamente decorata con drappi neri intervallati da dipinti che raffiguravano i momenti salienti della mia vita. Un funerale così maestoso sarebbe stato più degno di un re che di un artista come me. Il feretro con tutto il catafalco funebre fu posizionato nel centro della chiesa e addobbato con un gran numero di decori pittorici e scultorei. Dopo le celebrazioni religiose il mio corpo venne portato fino a Santa Croce dove tutt’oggi riposa ( o almeno ci prova) nella tomba monumentale che realizzò per me il mio carissimo amico Giorgio Vasari.

Vi ricordo che oggi avrà inizio per il terzo anno consecutivo la Settimana Michelangiolesca durante la quale verrò ricordato e celebrato in ogni modo a Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti ricordando il suo pomposo funerale da re.

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Le lettere che mi inviava il Vasari per conto di Cosimo I

Me ne andati da Firenze per non farvi più ritorno se non da morto. Lasciai le mie commissioni fiorentine a metà e un Cosimo I che non sapeva più come fare per farmi ritornare in terra natia.

A Roma avevo tanto da fare, è vero, ma è altrettanto vero che solo lì dimorava il mio amatissimo Tommaso de’ Cavalieri. Lontano da lui c’ero già stato fin troppo, era tempo di tornare e non avrei saputo attendere oltre.

Cosimo I voleva portassi a termine le opere nella Sagrestia Nuova e soprattutto voleva veder conclusa la Biblioteca Medicea Laurenziana. Non sapendo più che fare comandava al povero Vasari di scrivermi chiedendo di tornare a Firenze.

Questa è una delle tante lettere di risposta che ebbe Giorgio Vasari, il mio amico caro

Roma, 11 Maggio 1555

Io fu’ messo a forza nella fabrica di Santo Pietro e ò servito circa oct’anni n[o]n solamente in dono, ma con grandissimo mie danno e dispiaceri e ora che l’è aviata e che c’è danari da spendere e che io son per voltar presto la cupola, se io mi partissi sarebe la rovina di decta fabr[i]ca, sarebbemi grandissima vergognia in tucta la Cristianità e all’anima grandissimo pechato.

Però, messer Giorg[i]o mio caro, io vi prego che da mia parte voi ringratiate il Duca delle sua grandissime oferte che voi mi scrivete, e che voi preg[h]iate Suo Signoria che con sua buona licentia e gratia io possa seguitar qua tanto che io me ne possa partire con buona fama e onore e senza pechato.

A dì undici di maggi[o] 1555.Vostro Michelagniolo Buonarroti in Roma.A messer Giorgio pictore isciellentissimo in Firenze.

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