La scala del campanile di Pietrasanta e il rosone della Capella

In quel di Pietrasanta ci son dovuto star parecchio ai tempi di Papa Leone X. Lui m’aveva obbligato a cercare i marmi per la facciata di San Lorenzo nelle vicine cave di Seravezza e quindi, indipendentemente dalla mia volontà, dovetti soggiornare a lungo in quei luoghi.

Adesso mi adorano quasi fossi un dio da quelle parti ma quante tribolazioni dovetti sobbarcarmi da vivo! Fatto sta che al giorno d’oggi son tante là le leggende che circolano sul mio conto. Più che altro le dicerie si tramandano di generazione in generazione e riguardano opere presunte mie anche se, fino al momento, non son mai venuti alla luce documenti o carteggi cinquecenteschi attendibili in merito.

Fra le opere più discusse c’è sicuramente il rosone della chiesa di San Martino alla Cappella. E’ una chiesa particolarmente bella, edificata prima dell’anno Mille ma con modifiche che si sono susseguite nei secoli. Il porticato fu fatto nel 1538 e poi distrutto impietosamente dalla furia della Seconda Guerra Mondiale. Si vocifera che anche i capitelli esterni fossero roba mia, tanto per cambiare.

In molti son talmente sicuri che sia mio quel rosone che lo chiamano l’occhio di Michelangelo. Chissà forse il disegno potrebbe essere stato anche mio ma son talmente vecchio che non mi ricordo più. A dirla tutta mi ci vedo poco intento a scolpire quel rosone, peraltro pregevole, con tutta la rabbia che c’avevo in quel momento in corpo. Ero assai impegnato fra cave, cavatori, scalpellini e col Papa che di tempo a disposizione per realizzare qualcosa di concreto ne avevo ben poco.

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Un’altra opera che vorrebbero attribuire a me è la scala coclearia auto-portante che si trova all’interno del campanile di mattoni di Pietrasanta. Le scale edificate in quel modo sono state oggetto di studi approfonditi proprio agli inizi del Cinquecento e si sono cimentati con opere simili dal Bramante a Leonardo da Vinci ma anche Antonio da Sangallo il Giovane, con la sua doppia rampa all’interno del Pozzo di San Patrizio.

La maggior parte degli storici e degli studiosi che si sono avvicendati nell’analizzare nel dettaglio questo progetto propendono per l’attribuzione a Donato Benti mentre coloro che hanno condotto la ricerca presso l’Università di Firenze sostengono sia opera mia. Ciò non toglie che io possa avere in qualche modo contribuito al disegno iniziale.

Secondo gli studi compiuti da Gabriele Morolli, docente di architettura presso l’Università di Firenze, addirittura la scala interna del campanile riprodurrebbe in maniera esatta ma in negativo la forma e le dimensioni della Colonna Traiana. Pura coincidenza?

«Una colonna di vuoto celata nel cuore del campanile, che riproduce esattamente, sotto il profilo sia delle dimensioni, sia delle proporzioni (stessa altezza, stesso diametro, stesso modulo generatore del vuoto interno), il “pieno” marmoreo della colonna romana. Quale architetto trattava allora l’architettura come una vera e propria scultura, chi aveva avuto contatti con tali conoscenze e modelli costruttivi se non Michelangelo, presente a Pietrasanta proprio negli anni in cui il campanile fu costruito?». Questo è quanto sostiene Morolli. Lo studio ha avuto una durata di quattro anni ma forse troppo poco ha tenuto in considerazioni dati inconfutabili quali i pagamenti effettuati al Benti proprio per la realizzazione di quel campanile.

In questi casi la prudenza non è mai troppa. Come già vi dissi tempo fa, mi son visto affibbiare certi lavori nel corso dei secoli così distanti dalla mia maniera di intender l’arte che ancora oggi mi vien da ridere se ci ripenso.

Idea mia o del Benti? Su una cosa sono concordi: chiunque abbia realizzato quel progetto era un abile architetto. Chi era il Benti? Oltre ad essere un abile scultore era anche un po’ il mio uomo di fiducia. in un contratto stipulato nel 1518 lo nominai infatti procuratore mio e sovrintendente per le cave di Seravezza e per il trasporto dei marmi estratti fino a destinazione. Alla fine poi finimmo per non parlarci nemmeno più per quel fattaccio dei canapi spezzati durante la lizza sulle cave dell’Altissimo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti per il momento vi saluta mentre fuori un cielo nero come la pece promette tempesta.

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