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La statua colossale che non volli realizzare

Non ho ancora capito perché siano tanti i miei biografi che non citano mai alcuni progetti che non portai a termine. I casi son due: o non conoscono abbastanza a fondo la mia storia di vita vissuta oppure omettono ciò che a loro avviso è poco rilevante.

Invece in questo pomeriggio che promette pioggia da un momento all’altro, mi siedo qui al tavolino per raccontarvi la storia di una statua che non volli realizzare. E si, a volte le pretese dei committenti sono state così azzardate e fuori dalla grazia di Dio che mi pareva assurdo assecondarle.

Papa Clemente VII era così megalomane da desiderare la realizzazione di una scultura alta perlomeno 55 piedi (più di 16 metri) da collocare davanti alla Basilica di San Lorenzo, a Firenze.

Appena me la chiese non dissi nulla ma non nego che pensai fosse ammattito sul serio. Dopo qualche giorno gli scrissi una lettera assai convincente per farlo rinunciare a questo progetto assurdo e lui di buon grado declinò l’offerta.

Certa gente non ha proprio il senso della misura. Ve l’immaginate adesso la piazza di San Lorenzo con una scultura colossale di un Papa di cui nemmeno vi ricordate l’esistenza?

Parlai di questo progetto ardito a Giovan Francesco Fattucci che in quel momento si trovava a Roma con una lunga lettera che vi riporto seguire. Vogliatemi scusare se le parole che usai non sono così moderne come quelle che adoperate voi oggi ma se leggete con calma, son sicuro che riuscirete a comprenderne il senso ironico.

 

Firenze, 30 di Novembre del 1525

Messere Giovan Francesco,

se io avessi tanta forza quant’io ò avuto allegrezza dell’ultima vostra, io crederrei chondurre, e presto, tucte le chose che voi mi schrivete; ma perché io no n’ò tanta, farò quello che potrò.

Circha al cholosso di quaranta braccia, di che m’avisate che à a ire, o vero che s’à a mmectere in sul chanto del[la] loggia dell’orto de’ Medici, a rRischontro al chanto di messere Luigi della Stufa, io v’ò pensato e non pocho, chome voi mi dite, e parmi che in su’ decto chanto none stia bene, perché ochuperebe troppo della via; ma in su l’altro, dove è la boctega del barbiere, sechondo me tornerebbe molto meglio, perché à la piazza dinanzi e non darebbe tanta noia alla strada.

E perché forse non sare’ sopportato levar via decta boctega, per amore dell’entrata ò pensato che decta figura si potrebbe fare a ssedere, e verrebe sì alto el sedere, che faccendo decta opera vota dentro, chome si chonviene a farla di pezzi, che la boctega del barbiere vi verrebbe socto, e non si perderebbe la pigione.

E perché anchora decta boctega abbi, chome à ora, donde smaltire el fummo, parmi di fare a decta statua un chorno di dovitia in mano, voto dentro, che gli servirà per chammino. Dipoi, avend’io el chapo voto dentro di tal figura, chome l’altre membra, di quello anchora credo si chaverebbe qualche utilità, perché e’ c’è qui in sulla piazza un trechone molto mio amicho, el quale m’à dicto in segreto che vi farebbe dentro una bella cholonbaia.

Anchora m’ochorre un’altra fantasia, che sarebbe molto meglio, ma bisognierebbe fare la figura assai maggiore e potrebbesi, perché di pezzi si fa una torre e questa è che ‘l chapo suo servissi pel champanile di San Lorenzo, che n’à un gran bisognio; e chacciandovi dentro le champane, e usciendo el suono per bocha, parrebbe che decto cholosso gridassi miserichordia, e massimo el dì delle feste, quando si suona più spesso e chon più grosse champane.

Circha del fare venire e’ marmi per la sopra decta statua, che e’ non si sappi per nessuno, parmi da fargli venire di nocte e turati molto bene, acciò che e’ non sieno visti.

Saracci um po’ di pericholo alla porta, e anche a questo pigliereno qualche modo; al peggio fare, San Gallo non ci mancha, che tien lo sportello insino a dì.

Del fare o del non fare le chose che s’ànno a fare, che voi dite che ànno a soprastare, è meglio lasciarle fare a chi l’à fare, ché io arò tanto da fare ch’i’ non mi churo più di fare. A mme basterà questo, che fia chosa onorevole.Non vi rispondo a ctucte le chose, perché lo Spina vien di chorto a rRoma, e a bocha farà meglio che io chon la penna, e più partichularmente.

Vostro Michelagniolo schultore in Firenze. Al mio caro amicho messere Giovan Francescho prete di Santa Maria del Fiore di Firenze. In Roma.

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il vostro Michelangelo Buonarroti

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