Il sangue di Cristo venduto, citato dal Savonarola prima e poi da me
Sono assai noti i miei versi in cui criticavo aspramente il potere temporale della chiesa e il modo di attuare dei papi ma meno noto è il fatto che molto probabilmente conoscevo il sermone con il quale, il 29 maggio del 1496, il Savonarola a spada tratta, accusò proprio il papa e tutta la sua corte di vendere il sangue di Cristo.
Il pontefice del momento era niente meno che papa Alessandro VI Borgia, senza dubbio uno dei papi più controversi per mille ragioni diverse. Lui, che aveva riconosciuto la paternità di figli illegittimi fra i quali Cesare e la celeberrima Lucrezia Borgia, divenne il simbolo del nepotismo e del libertinismo.
Per carità, non è che i papi successori fossero degli stinchi di santo, sia chiaro.
Ritornando a quel sermone del Savonarola, il frate domenicano dal pulpito accusò il papato che il papato in questi termini: ” Vendono insino al sangue di Cristo”. Tutti i torti non ce l’aveva nemmeno lui alla fine dei conti anche se la messa in pratica delle sue idee fu alquanto discutibile: basti pensare ai disastrosi Falò delle Vanità.
Da lungi la chiesa di Roma s’era allontanata a passi da gigante dagli insegnamenti di Cristo e quando arrivai per la prima volta a Roma me ne resi conto immediatamente. Poco era rimasto della vera fede e del credo. Discorsi tanti, troppi e ridondanti, ma fatti concreti pochi. La povera gente doveva accontentarsi delle briciole, come sempre accadeva e come ancora oggi accade.
Il papato era una questione di potere e prestigio che niente aveva a che fare con la fede. Così, memore delle parole pronunciate poco tempo prima dal Savonarola, presi carta e penna e buttai giù quei versi in cui accusavo proprio la chiesa di stare vendendo il sangue di Cristo a giumelle e di trasformare i calici in elmi e spade.
Anche Cristo aveva perso la pazienza di vedere il sangue che scorreva pere le strade, in tale quantità d’arrivare insino alle stelle.
Qua si fa elmi di calici e spade
e ‘l sangue di Cristo si vend’a giumelle,
e croce e spine son lance e rotelle,
e pur da Cristo pazïenzia cade.
Ma non ci arrivi più ‘n queste contrade,
ché n’andre’ ‘l sangue suo ‘nsin alle stelle,
poscia c’a Roma gli vendon la pelle,
e ècci d’ogni ben chiuso le strade.
S’i’ ebbi ma’ voglia a perder tesauro,
per ciò che qua opra da me è partita,
può quel nel manto che Medusa in Mauro;
ma se alto in cielo è povertà gradita,
qual fia di nostro stato il gran restauro,
s’un altro segno ammorza l’altra vita?
Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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