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Ci mancava pure il Sangallo co’ le su’ letterine

Ci mancava pure che il Sangallo si mettesse a fare l’ambasciatore del papa. Già mi stava sulle scatole e poi sapete, quando mi vidi arrivare la sua lettera a Firenze, volentieri glie n’avrei cantate due, pure in versi, ma di persona però.

Comincio a raccontarvi la questione dall’inizio altrimenti rimane difficile da capire. M’ero accordato con Giulio Ii per la realizzazione della sua tomba monumentale: un complesso enorme con più di quaranta sculture e fregi in bronzo che avrebbe voluto far piazzare niente popo’ di meno che dove oggi c’è l’altare maggiore nella basilica di San Pietro, sopra la tomba dell’apostolo Pietro.

La sua megalomania non aveva limiti, nemmeno dinnanzi alla morte. Dopo aver siglato il contratto, partii alla volta delle cave di marmo di Carrara per cercare ciò che faceva al caso mio.

Dopo diversi mesi di ricerche, riuscii a far estrarre i blocchi che facevano al caso mio. Arrivate tutte le carrate di marmo in piazza San Pietro, dopo il lungo viaggio via mare e poi via Tevere, il papa non volle ricevermi.

Si stava preparando per affrontare l’invasione su a Bologna contro i Bentivoglio e stava dilapidando un patrimonio nel progetto della nuova basilica di San Pietro. i denari non gli bastavano mai. Il pontefice non era più intenzionato a finanziare la sua tomba e non volle ricevermi.

Ecco perché scappai da Roma. Giuliano da Sangallo che sempre m’ha avuto a schifo e volentieri m’avrebbe messo le mani al collo, mi scrisse una lettera cercando di convincermi a tornare ma ancora non s’era reso ben conto con chi avesse a che fare. Presi carta e penna e gli risposi per le rime non tanto per rendere note le cose a lui ma affinché le riferisse al papa: lo sapevo bene che stava facendo il doppio gioco. Quello lì non me la raccontò mai giusta.

Vi riporto qua la lettera che gli scrissi…

Firenze, 2 Maggio 1506

G[i]uliano, io ò inteso per una vostra chome ‘l Papa à ‘vuto a mmale la mia partita, e chome sua Santità è per dipoxitare e fare quanto fumo d’achordo; e che io torni e non dubiti di cosa nessuna.

Della partita mia, egli è vero che io udi’ dire el Sabato Santo al Papa, parlando chon uno g[i]oelliere, a ctavola, e chol maestro delle cerimonie, che non voleva spendere più uno baiocho né in pietre pichole né in grosse ond’io ne presi amiratione assai; pure, inanzi che io mi partissi, gli domandai parte del bixognio mio per seguire l’opera.

La sua Santità mi rispose che io tornassi lunedì et vi tornai lunedì e martedì e mercholedì e giovedì, chome quella vide. All’ultimo, el venerdì mattina io fui mandato fuora, cioè cacciato via; e quel tale che me ne mandò, disse che mi chonoscieva ma che aveva tal chomm[i]ssione.

Ond’io, avendo udito il detto sabato le dette parole, e veggiendo poi l’efecto, ne venni in gran disperatione. Ma questo solo non fu cagione interamente della mia partita, ma fu pure altra cosa, la quale non voglio scrivere; basta ch’ella mi fe’ pensare, s’i’ stavo a rRoma, che fossi facta prima la sepultura mia che quella del Papa. E questa fu chagione della mia partita sùbita.Ora voi mi scrivete da parte del Papa, e così al Papa legierete questa e intenda la sua Santità com’io sono disposto più che io fussi mai a sseguire l’opera; e se quella vole fare la sepultura a ogni modo, non gli debbe dare noia dov’io me la facci, pur che in capo de’ cinque anni che noi siàno d’achordo la sia murata in Santo Pietro, dove a quella piacerà, e sia cosa bella chom’io ò promesso che sson cierto, se ssi fa, non à la par cosa tucto el mondo.

Ora, se vuole la sua Santità seguitare, mectami il detto dipoxito qua in Fiorenza, dov’io gli scriverrò, e io ò a ordine a Charrara molti marmi, e’ quali farò venire qui, e chosì farò venire cotes[t]i che io ò chostà. Benché mi fussi danno assai, non me ne curerei, per fare tale opera qua; e manderei di mano in mano le cose facte, i’ modo che sua Santità ne piglierebe piacere come se io stessi a rRoma, o più, perché vedrebbe le cose facte sanza averne altro fastidio.

E de’ detti danari e della decta opera m’obri[ghe]rrò come sua Santità vole e darogli quella sicurtà che dom[ande]rà qua in Fiorenza; sia che si vole, che io l’assicurerò a ogni modo [in] tucto Fiorenze. Basta. Anchora v’ò a dire questo che la decta [opera] non è possibile la possa per questo prezo fare a rRoma; la qual co[sa po]trò fare qua per molte comodità che ci sono, le quale non sono c[ostà], e ancora farò meglio e chon più amore, perché non arò a pensare a tante cose.

Per tanto, G[i]uliano mio carissimo, vi prego mi facciate la ris[po]sta, e presto. Non altro.A dì dua di maggio 1506. Vostro Michelagniolo scultore in Fiorenze. A maestro G[i]uliano da Sanghallo fiorentino, architectore del Papa in Roma. 2 05 1506 G[i]uliano, io ò inteso per una vostra chome ‘l Papa à ‘vuto a mmale la mia partita, e chome sua Santità è per dipoxitare e fare quanto fumo d’achordo; e che io torni e non dubiti di cosa nessuna.Della partita mia, egli è vero che io udi’ dire el Sabato Santo al Papa, parlando chon uno g[i]oelliere, a ctavola, e chol maestro delle cerimonie, che non voleva spendere più uno baiocho né in pietre pichole né in grosse ond’io ne presi amiratione assai; pure, inanzi che io mi partissi, gli domandai parte del bixognio mio per seguire l’opera.

La sua Santità mi rispose che io tornassi lunedì et vi tornai lunedì e martedì e mercholedì e giovedì, chome quella vide. All’ultimo, el venerdì mattina io fui mandato fuora, cioè cacciato via; e quel tale che me ne mandò, disse che mi chonoscieva ma che aveva tal chomm[i]ssione.Ond’io, avendo udito il detto sabato le dette parole, e veggiendo poi l’efecto, ne venni in gran disperatione. Ma questo solo non fu cagione interamente della mia partita, ma fu pure altra cosa, la quale non voglio scrivere; basta ch’ella mi fe’ pensare, s’i’ stavo a rRoma, che fossi facta prima la sepultura mia che quella del Papa. E questa fu chagione della mia partita sùbita.

Ora voi mi scrivete da parte del Papa, e così al Papa legierete questa e intenda la sua Santità com’io sono disposto più che io fussi mai a sseguire l’opera; e se quella vole fare la sepultura a ogni modo, non gli debbe dare noia dov’io me la facci, pur che in capo de’ cinque anni che noi siàno d’achordo la sia murata in Santo Pietro, dove a quella piacerà, e sia cosa bella chom’io ò promesso che sson cierto, se ssi fa, non à la par cosa tucto el mondo.

Ora, se vuole la sua Santità seguitare, mectami il detto dipoxito qua in Fiorenza, dov’io gli scriverrò, e io ò a ordine a Charrara molti marmi, e’ quali farò venire qui, e chosì farò venire cotes[t]i che io ò chostà. Benché mi fussi danno assai, non me ne curerei, per fare tale opera qua; e manderei di mano in mano le cose facte, i’ modo che sua Santità ne piglierebe piacere come se io stessi a rRoma, o più, perché vedrebbe le cose facte sanza averne altro fastidio.

E de’ detti danari e della decta opera m’obri[ghe]rrò come sua Santità vole e darogli quella sicurtà che dom[ande]rà qua in Fiorenza; sia che si vole, che io l’assicurerò a ogni modo [in] tucto Fiorenze. Basta. Anchora v’ò a dire questo che la decta [opera] non è possibile la possa per questo prezo fare a rRoma; la qual co[sa po]trò fare qua per molte comodità che ci sono, le quale non sono c[ostà], e ancora farò meglio e chon più amore, perché non arò a pensare a tante cose. Per tanto, G[i]uliano mio carissimo, vi prego mi facciate la ris[po]sta, e presto.

Non altro. A dì dua di maggio 1506. Vostro Michelagniolo scultore in Fiorenze. A maestro G[i]uliano da Sanghallo fiorentino, architectore del Papa in Roma.

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