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In punta di piedi a Rebibbia

Qualche giorno fa è stata inaugurata la prima opera del progetto “L’Arte non ha sbarre”. Di cosa si tratta e che c’entro io? Un attimo: ora vi spiego perbenino. Il 30 gennaio lo street artist Moby Dick ha svelato il suo nuovo murales realizzato all’interno della Casa di Reclusione di Rebibbia. Il soggetto? Il volto del mio David e della Pietà Vaticana.

E’ un progetto interessante, che mi piace e che voglio raccontarvi. In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti Umani la Biennal MArteLive, con la collaborazione delle Officine GM e con il Patrocinio del Garante dei Detenuti del Lazio, ha indetto una serie di iniziative per portare la cultura e l’arte all’interno delle carceri con lo scopo di intrattenere i detenuti ma anche di formarli.

L’idea di fondo è quella di porate un po’ di cultura in più in questi luoghi per arricchire, costruire qualcosa di bello e incanalare le energie inqualcosa di positivo e benefico per sè stessi e gli altri. Il murales realizzato da Moby Dick fa appunto parte di questo progetto che prevede molte altre iniziative.

«Ho voluto rappresentare questa opera per far sembrare i muri del carcere tridimensionali, quasi una scultura, per dare l’impressione che quei muri di cemento diventino muri di marmo, e perciò più preziosi. Ho scelto di rappresentare il David e la Pietà di Michelangelo perchè sono due statue, simbolo dell’arte italiana, che ci invidiano nel mondo per bellezza, genio e impareggiabilità tecnica e artistica. Il David in primo piano sembra guardare di spalle la Pietà. Nella Pietà, oltre al dolore c’è un abbraccio, la cosa più forte come contatto. Come richiamo alla vita dei detenuti e come segno-simbolo che spesso portano sul corpo, il Cristo sulle gambe di Maria riporterà dei tatuaggi, attualizzando quindi il dolore e l’amore allo stesso tempo, ed in modo realistico, il Cristo raffigurato riporterà i tatuaggi dei detenuti. Ogni detenuto che parteciperà all’iniziativa, potrà mostrare il suo e quindi avrà qualcosa di suo che resterà impresso su quella immagine-statua come un ricordo, come un processo antropologico che riporta la memoria di ogni detenuto del carcere. Perciò l’opera, apparentemente identica a quella di Michelangelo, avrà impresso un pensiero, una scritta, un nome che rivive sulla pelle del Cristo così come su di loro».

Insomma, posso dire con orgoglio che in qualche modo anch’io son presente a Rebibbia. Benvengano iniziative simili.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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