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La fine dell’uomo, l’inizio dell’eternità

La mia casa romana era piccola e ubicata in una zona al tempo assai periferica della città in un quartiere che adesso non esiste più: Macel de’ Corvi. La zona era quella compresa fra l’area dei Fori Imperiali e il colle del Quirinale. Intorno c’era solo una campagna accidentata da ruderi mezzi sepolti fra i quali pascolavano allegramente mucche e pecore.

Al piano terra della casa c’erano alcune stanze che avevo trasformato in laboratorio, una cucina e una fucina che adoperavo per forgiare gli attrezzi che mi servivano. Al primo piano invece c’erano solo le camere da letto. Gli arredi lasciavano alquanto a desiderare: erano pochi e modesti.

Ero giunto in questo quartiere nel 1510. Papa Giulio II m’aveva messo a disposizione questa casa-laboratorio per lavorare alla sua maestosa sepoltura. Ci rimasi per sette anni poi mi trasferii a Firenze. Nel 1533 vi feci ritorno e rimasi lì per tutto il resto della vita.

Non me l’aspettavo di morire così alla svelta. Certo che per il tempo di anni ne avevo molti di più degli anziani che vedevo in giro ma quando arriva la signora nera è sempre presto.

Agli inizi d’ottobre del 1563, pochi mesi prima della mia dipartita dal vostro mondo terreno, qualcuno m’avvistò sul sagrato della chiesa di Santa Maria sopra Minerva, a pochi passi dal Pantheon. Erano con me i miei servitori Pier Luigi da Gaeta e Antonio del Francese. Fu proprio lì che incontrai il fiorentino Miniato Pitti che mi descrisse alle cronache come un uomo che “va chinato et con fatica alza il capo et anchora attende del continuo a scarpellare, standosi in casa”. 

Mi approssimavo ai novant’anni e ancora lavoravo a più non posso ma mica con la matita ma con martello e scalpello! La mia proverbiale caparbietà mai m’abbandonò.

Cinque giorni prima di passare a miglior vita ovvero il lunedì di carnevale, mi avvistarono passeggiare sotto una pioggia torrenziale che stava allagando le strade di Roma. Nessuno ebbe il coraggio di avvicinarmi ma avvisarono Tiberio Calcagni, un caro discepolo che mi accudiva come se fossi un suo genitore oramai arrivato allo scadere dei giorni terreni. Poveraccio, nemmeno per lui fu tanto semplice riportarmi a casa. Non volevo affatto riposare e nemmeno potevo. I dolori non mi lasciavano respiro. Provai a salire in groppa al mio cavallo ma mi prese lo sconforto quando capii che non ce l’avrei potuta fare.

Attesi la mia fine due giorni scaldandomi seduto dinnanzi al focolare e tre nel letto. Abbandonai il corpo proprio all’ora dell’Avemaria del venerdì, 18 febbraio 1564. Accanto a me non c’erano i parenti per i quali avevo accumulato e donato ricchezze per tutto il corso della mia esistenza ma il mio carissimo Tommaso de’ Cavalieri, Diomede Leoni e ovviamente Daniele da Volterra.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che oggi vi rimembra il suo passaggio di stato

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