Qua si fa elmi di calici e spade
Era il 25 giugno del 1496 quando, a ventun anni compiuti, misi piede per la prima volta a Roma. Rimasi sconvolto dal vedere con i miei occhi ciò che la Chiesa stava diventando.
Il pontefice del momento era niente meno che papa Alessandro VI Borgia, uno dei papi più controversi della storia. Lui, che aveva riconosciuto la paternità di figli illegittimi fra i quali Cesare e la celeberrima Lucrezia Borgia, era l’incarnazione del nepotismo e del libertinismo. Come poteva rappresentare Cristo in terra?
Non sarebbe stato degno nemmeno di allacciargli i sandali.
Nella mente ancora mi riecheggiavano le parole di un sermone di Savonarola che non molto tempo prima avevo avuto modo di ascoltare a Firenze.
Tuonava impetuoso dal pulpito “Vendono insino al sangue di Cristo” e tutti i torti non ce l’aveva. A Roma toccai con mano quella disastrosa realtà.
Memore di quelle parole, presi carta e penna per comporre uno dei miei primi sonetti che è arrivato fino ai vostri giorni.
Era rimasto così poco degli insegnamenti di Cristo tra quei palazzi. La Chiesa di Pietro era diventata la chiesa degli uomini corrotti, ambiziosi e assetati di potere.
Qua si fa elmi di calici e spade
e ‘l sangue di Cristo si vend’a giumelle,
e croce e spine son lance e rotelle,
e pur da Cristo pazïenzia cade.
Ma non ci arrivi più ‘n queste contrade,
ché n’andre’ ‘l sangue suo ‘nsin alle stelle,
poscia c’a Roma gli vendon la pelle,
e ècci d’ogni ben chiuso le strade.
S’i’ ebbi ma’ voglia a perder tesauro,
per ciò che qua opra da me è partita,
può quel nel manto che Medusa in Mauro;
ma se alto in cielo è povertà gradita,
qual fia di nostro stato il gran restauro,
s’un altro segno ammorza l’altra vita?
In queste settimane, proprio quei versi scritti di mio pugno potete apprezzarli a Palazzo Vecchio, nel percorso espositivo della mostra ‘Michelangelo e il potere’.
Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.
©Tutti i diritti sono riservati
Here they make helmets of chalices and swords
It was June 25, 1496 when, at the age of twenty-one, I set foot in Rome for the first time. I was shocked to see with my own eyes what the Church was becoming.
The pontiff of the moment was none other than Pope Alexander VI Borgia, one of the most controversial popes in history. He, who had recognized the paternity of illegitimate children including Cesare and the very famous Lucrezia Borgia, was the incarnation of nepotism and libertinism. How could he represent Christ on earth?
He would not have been worthy even of tying his sandals.
The words of a sermon by Savonarola that I had heard in Florence not long before still echoed in my mind.
He thundered impetuously from the pulpit “They sell even to the blood of Christ” and he was not entirely wrong. In Rome I saw that disastrous reality firsthand.
Mindful of those words, I took pen and paper to compose one of my first sonnets that has come down to your days.
So little of Christ’s teachings remained among those buildings. The Church of Peter had become the church of corrupt, ambitious and power-hungry men.
Right now you can appreciate those very verses written by my own hand at Palazzo Vecchio, in the exhibition itinerary of the show ‘Michelangelo and Power’.
Qua si fa elmi di calici e spade
e ‘l sangue di Cristo si vend’a giumelle,
e croce e spine son lance e rotelle,
e pur da Cristo pazïenzia cade.
Ma non ci arrivi più ‘n queste contrade,
ché n’andre’ ‘l sangue suo ‘nsin alle stelle,
poscia c’a Roma gli vendon la pelle,
e ècci d’ogni ben chiuso le strade.
S’i’ ebbi ma’ voglia a perder tesauro,
per ciò che qua opra da me è partita,
può quel nel manto che Medusa in Mauro;
ma se alto in cielo è povertà gradita,
qual fia di nostro stato il gran restauro,
s’un altro segno ammorza l’altra vita?
For the moment, your Michelangelo Buonarroti bids you farewell, making an appointment with you in the next posts and on social media.
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