Canova: restaurati l’Apollino e la Testa di Vecchio a lui attribuiti. Sono dello scultore le impronte impresse nell’argilla?
È stato ultimato il restauro di due importanti sculture attribuite a Canova: l’Apollino e la Testa di Vecchio conservate nelle Collezioni Comunali d’Arte di Bologna.
L‘Apollino è un capolavoro della fase giovanile dell’artista, realizzato nel 1797. Se ne erano perse le tracce nel 1839 ed è stato riscoperto nel 2013 da Antonella Mampieri, storica dell’arte dei Musei Civici d’Arte Antica di Bologna, all’interno delle stesse Collezioni Comunali d’Arte dove la scultura in marmo è sempre stata esposta ma riferita allo scultore Cincinnato Baruzzi, allievo del grande maestro.
La Testa di vecchio ha un’attribuzione invece un po’ più discussa. Storicamente ricondotta alla produzione canoviana come unica opera in terracotta, datata tra il 1820 e 1830.
Il restauro è stato reso possibile grazie alla collaborazione scientifica con istituzioni e professionisti di eccellenza quali Opificio delle Pietre Dure, Museo Gypsotheca Antonio Canova, Politecnico di Milano – Dipartimento di Design e Laboratorio di Restauro Ottorino Nonfarmale.
Come sono nati i due restauri
Il progetto per i restauri delle due opere in questione è nato in concomitanza con le celebrazioni del bicentenario della morte di Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822), celebrato con una programmazione di attività orientata alla tutela, valorizzazione e conservazione dell’opera del maggiore scultore italiano dell’Ottocento.
Proprio nel 2022 l’Apollino è stato esposto per la prima volta al pubblico dopo il restauro nella mostra Canova e il potere. La collezione Giovanni Battista Sommariva, curata da Moira Mascotto ed Elena Catra. Il restauro è stato eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, grazie al sostegno economico della Fondazione Canova.
Il Comune di Bologna ha aderito alle celebrazioni del bicentenario finanziando il restauro condotto da Giovanni Giannelli del Laboratorio di Restauro Ottorino Nonfarmale della Testa di vecchio.
Le sculture sono entrate a far parte delle collezioni Comunali d’Arte grazie alla donazione disposta nel 1878 dallo scultore Cincinnato Baruzzi (Imola, 1796 – Bologna, 1878), allievo di Canova e a lungo direttore del famoso studio romano del maestro in via delle Colonnette, a favore del Comune di Bologna, nominato suo erede universale.
L’Apollino
L’Apollino, scolpito nel marmo di Carrara, appartiene alla produzione giovanile di Canova che l’amò in modo particolare tanto da ricordarla nelle sue memorie autografe come opera di grande valore.
Il giovane dio ha forme perfette e poggia il sul suo peso sulla gamba destra mentre tiene l’altra piegata, leggermente scartata di lato. Il corpo è movimentato da una torsione serpentinata mentre il volto androgino è incorniciato da una chioma di capelli arricciati e raccolti alla maniera classica sul capo con un nodo.
Apollo trattiene l’arco con la mano sinistra il quale culmina con delle teste di rapace, appoggiato al suolo. Un tempo con la mano opposta teneva una freccia di metallo, oramai andata perduta. La faretra invece è legata con un fiocco al tronco dell’albero dove il pitone si sta avvolgendo.
Canova scolpì l’opera a tutto tondo posizionandola su un piedistallo concepito come un’antica ara, decorato con festoni vegetali trattenuti da nastri e borchie sul fusto.
Come in altre opere di Canova, il basamento cilindrico è ancora dotato del congegno originario che permetteva la rotazione della scultura e proprio in occasione del restauro è stato ripristinato e rimesso in funzione.
Il restauro dell’Apollino eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure
Nel 2021 il Settore Materiali lapidei dell’Opificio delle Pietre Dure ha redatto il progetto di restauro dell’Apollino dopo aver eseguito una lunga e accurata campagna diagnostica.
Le operazioni di restauro sono state diversificate tra la figura dell’Apollino e il piedistallo e hanno avuto come scopo quello di recuperare l’equilibrio tra i vari valori che connotano la qualità artistica della scultura. Particolare attenzione è stata rivolta anche al basamento in forma di ara cilindrica dotato di bilico, che consentiva all’Apollino di girare su se stesso a 360°.
Il restauro della Testa di vecchio eseguito dal Laboratorio Ottorino Nonfarmale
Per quanto riguarda il restauro della Testa di vecchio in terracotta, le operazioni sono state finalizzate alla pulitura completa di tutta la superficie del busto e della base, alla rimozione di tutte le stuccature di giunzione tra i vari elementi e di ricostruzione, alla rifinitura della pulitura della superficie.
Prima dell’intervento conservativo sulla superficie era presente una patinatura, frutto di un intervento precedente eseguito per riassemblare i vari frammenti fratturati, probabilmente a causa di una caduta accidentale dell’opera.

La patinatura era cromaticamente disomogenea, con zone più scure come a ridosso delle stuccature. Alcune lacune nel volto, nel busto e sul retro non sono state integrate e con ogni probabilità sono riconducibili a problematiche riguardanti fenomeni di ritiro durante il processo di cottura dell’argilla che hanno inoltre provocato numerose fessurazioni e microfessure.
Un altro elemento molto evidente era il collante utilizzato per riassemblare i vari frammenti che ha determinato la fuoriuscita con abbondanti colature dalle fratture.
Sul retro sono presenti due staffe metalliche di sostegno trattenute da un bullone che collegano il busto alla base in pietra.
Le fessurazioni e fratture nella parte retrostante del basamento sono state consolidate con iniezioni di resina bicomponente e infine stuccate con un impasto adeguato. La ricollocazione della testa è avvenuta inserendo dei piccoli perni in acciaio inox e collocandoli in zone con maggiore spessore, utilizzando resina bicomponente e riallineando perfettamente i bordi della frattura.
La rifinitura della pulitura infine è stata eseguita a tampone e acqua distillata per poi eseguire la sigillatura e l’integrazione delle lacune con stucco sintetico addizionato con carbonato di calcio perfettamente reversibile in acqua. Con alcol polivinilico (gelvatol) diluito al 15% è stato possibile effettuare il fissaggio superficiale della terracotta e delle stuccature. Il restauro pittorico a integrazione delle lacune è stato eseguito con colori a vernice, mentre gli scompensi cromatici sono stati recuperati con velature ad acquerello.

E’ stata rilevata la presenza nella parte retrostante di impronte digitali rimaste sull’argilla durante le fasi di plasmatura, che sono state analizzate e comparate dall’Università degli Studi di Padova con il dataset di impronte di Antonio Canova conservato alla Gipsoteca di Possagno, con l’acquisizione di ulteriori dati utili per quanto riguarda l’attribuzione dell’opera in oggetto.
In attesa di buone nuove, il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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