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Mi logoro nella pratica del talento di cui Dio mi ha dotato

Arrivò in giorno in cui il fiorentino Niccolò Martelli ebbe modo di vedere con i propri occhi il Giudizio Universale. Ne aveva sentito tessere le lodi da intenditori e profani e ne aveva udito dir peste e corna a manca e a destra. Non sapeva cosa si sarebbe trovato davanti fino a quando mise piede nella Sistina.

Spalancò gli occhi e si lasciò sconvolgere dai turbamenti che l’opere mie possono suscitare in chi riesce a guardare anche con il cuore e il cervello.

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Niccolò Martelli era il figliolo di un abile mercante fiorentino. Il su babbo tentò di avviarlo al suo mestiere ma ci fu poco da fare: a lui piaceva scrivere e comporre versi. Nel 1512, a solo quattordici anni, il su babbo lo spedì a Roma con l’intento di far pratica con l’arte della mercatura ma come accennato prima, Niccolò pensava a tutt’altro.

Così in poco tempo, incoraggiato dall’Aretino, iniziò a comporre versi ispirandosi proprio alle opere dell’Aretino e dell’Alamanni. Divenne uno dei letterati di spicco alla corte di papa Leone X de’ Medici.

Ritornando al nostro discorso, il Martelli dopo aver visto il Giudizio prese carta e penna per scrivermi cosa ne pensasse di quell’opera a dir poco rivoluzionaria

 Firenze, 4 dicembre del 1541

A Michelangelo Buonar(uoti). Se ‘l cielo et la natura non havessero posto in voi in un suggetto et la nobiltà et la virtù, oltre a una certa innata cortesia, che voi haveste sempre, di degnare così i virtuosi e buon compagni come i mecenati e i grandi, certamente, anchora che io sia d’una medesima patria, io mi spaventerei di scrivere a un Michelangel più ch’uomo e al più bello imitator della natura che fosse mai con i colori, col martello et con gl’inchiostri.

Ma che dich’io? Non v’ha Iddio miracolosamente creato nella idea della fantasia il tremendo Giuditio che di voi novamente s’è scoperto, di cui chi lo vede ne stupisce et chi n’ode parlare di sorte ne invaghisce, che gli viene un desiderio di vederlo sì grande, che per insin che non l’ha veduto non cessa mai, e, veggendolo, trova la fama di ciò esser grande e immortale, ma l’opera maggiore et divina?

Onde con ragione si può dire un Michelangel nuntio di Dio in cielo, et uno in terra unico figliuolo et solo imitatore della natura. Ma per non entrare in sì profondo pelago di sì alto mare, farò fine, pregandovi che accettiate le rime che l’affettion ch’io porto alla bontà vostra m’ha saputo creare, non come cose degne di voi ma come della patria sua. Et trovando in esse cose da gastigarle, fatelo, ch’io ve ne saperò buon grado. Di Fiorenza, a dì III di dicembre. MDXL. Nicolò Martelli.

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A quelle parole così piene di ammirazione non potei fare a meno di rispondere a modo mio: “Vedo che voi credete io sia proprio come Dio a voluto che fossi. Sono un pover’uomo di scarso pregio e mi logoro nella pratica del talento di cui Dio mi ha dotato, e questo per prolungare la vita mia quanto più a lungo possibile”.

Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social

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