Speravo di tornare a Firenze in vecchiaia

Scartabellando un po’ di lettere, oggi mi sono ritrovato in mano questa che scrissi a Cornelia Colonelli che si trovava a Casteldurante. La signora Cornelia voleva mandarmi il su’ figliolo affinché gli insegnassi un po’ del mestiere mio. In quel momento però avevo assai da fare e l’età qualche acciacco me l’aveva regalato.

Anziano e stanco, al lavoro per il grandioso progetto della Basilica di San Pietro, speravo di portare a termine quell’impegno entro la fine dell’estate per potermene tornare su a Firenze dove avrei trascorso gli ultimi anni della mia vita.

Le cose però a volte vanno un po’ per conto suo senza tenere in considerazioni le speranze e i progetti ci ciascuno. Rimasi così a Roma e tornai a Firenze solo da morto.

Roma 28 Marzo 1557

Mal fa chi tanta fé sì tosto oblia.

Cornelia, io m’ero achorto che tuct’eri sdegniata meco, ma non trovavo la cagione. Ora, per l’ultima tua mi pare aver inteso il perché. Quando tu mi mandasti i caci, mi scrivesti che mi volevi mandar più altre cose, ma che i fazzolecti non erono ancor finiti; e io, perché non entrasi in ispesa per me, ti scrissi che tu non mi mandassi più niente, ma che mi richiedessi di qualche cosa, che mi faresti grandissimo piacere, sappiendo, anzi [dovendo] esser certa dell’amore ch’i’ porto ancora a Urbino, benché morto, e alle cose sua.

Circa al venir costà a veder te e’ pucti, o mandar qua Michelagniolo, è bisognio ch’io ti scriva in che termine io mi truovo. El mandar qua Michelagniolo non è al proposito, perché sto senza donne e senza governo, e ‘l pucto è troppo tenero per ancora, e potre’ nascerne cosa ch’i’ ne sarei molto mal contento e dipoi c’è ancora che ‘l duca di Firenze da un mese in qua, Sua Gratia, fa gran forza con grandissime oferte ch’i’ torni a Firenze. Io gli ò chiesto tempo tanto ch’io aconci qua le cose mia e che i’ lasci in buon termine la fabrica di Santo Pietro in modo che io stimo star qua tucta questa state; e aconcio le cose mia e le vostre circa al Monte della Fede, questo verno andarmene a Firenze per sempre, perché son vechio e non ò tempo di più ritornare a rRoma.

E passerò di costà, e, volendomi dar Michelagniolo, lo terrò in Firenze com più amore ch’e’ figl[i]uoli di Lionardo mio nipote, insegniandogli quello che io so che ‘l padre desiderava che gl’imparasi. Vostro di tucti voi Michelagniolo Buonarroti in Roma. Ieri, a dì venti secte di marzo, ebi l’ultima tua lectera.

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