Io e Sebastiano del Piombo

Sebastiano del Piombo era un caro amico.

Vasari, parlando del nostro rapporto di reciproca stima, si espresse in questi termini: «Molti artefici che più aderivano alla grazia di Raffaello che alla profondità di Michelagnolo, erano divenuti, per diversi interessi, più favorevoli nel giudizio a Raffaello che a Michelagnolo. Ma non già era de’ seguaci di costoro Sebastiano perché, essendo di squisito giudizio, conosceva a punto il valore di ciascuno. Destatosi dunque l’animo di Michelagnolo verso Sebastiano, perché molto gli piaceva il colorito e la grazia di lui, lo prese in protezione, pensando che se egli usasse l’aiuto del disegno in Sebastiano, si potrebbe con questo mezzo, senza che egli operasse, battere coloro che avevano sì fatta openione, et egli sotto ombra di terzo giudicare quale di loro fusse meglio»

Tutt’oggi potete ammirare nel museo civico di Viterbo un dipinto di Sebastiano realizzato su un cartone che si narra feci per lui. Certo è che l’atteggiamento della Madonna è lo stesso di alcuni miei disegni e in particolare di uno che regalai alla mia carissima amica Vittoria Colonna.

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Prima di lasciarvi ai vostri affanni quotidiani voglio farvi omaggio di una lettera che scrissi proprio a Sebastiano il 30 aprile del 1525.

In quel frangente mi trovavo a Firenze e lui a Roma ma, come sapete, l’amicizia così come l’amore non conoscono distanza fisica che non possa essere superata.

Sebastiano mio karissimo,

iersera el vostro amicho chapitano Chuio e certi altri gentilomini volsono, lor gratia, che io andassi a ccena chon loro, di che ebi grandissimo piacere, perché usci’ um pocho del mio malinchonicho, o vero del mio pazzo; e non solamente n’ebbi piacere della cena, che fu piacevolisima, ma n’ebbi anchora, e molto più che di quella, de’ ragionamenti che vi furno.

E più, dipoi, ne’ ragionamenti mi crebe el piacere udendo dal decto chapitano Chuio mentovare il nome vostro; né bastò questo e più dipoi, anzi infinitamente, mi rallegrai circha all’arte, udendo dire dal decto capitano voi essere unicho al mondo, e chosì essere tenuto in Roma.

Però, anchora se più allegrezza si fussi potuta avere, più n’arei avuta dipoi, visto ch’el mio giudicio non è falso.

Dunche non mi neghate più d’essere unicho, quand’io ve lo schrivo, perché n’ò troppi testimoni; e ècci un quadro qua, Idio gratia, che me ne fa fede a chiunche vede lume.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti per il momento vi saluta in attesa del cocomero offerto in piazza San Lorenzo in questa giornata di stelle cadenti.

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