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La caducità della vita umana in versi

Il 19 settembre del 1554, in età abbastanza avanzata, scrissi una lettera al Vasari in cui volli aggiungere un componimento poetico che lui, successivamente, incluse nella versione Giuntina delle Vite.

Nel testo della lettera rispondevo a una missiva del Vasari in cui mi esortava di far ritorno a Firenze, molto probabilmente incoraggiato dal duca Cosimo I che sperava rientrassi in terra natìa per dar lustro al suo mandato.

Teneva sicuramente più al suo potere che a me, su questo c’è poco da discutere.

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Non sarei tornato: dovevo onorare il mio impegno con la fabbrica di San Pietro. Sulla stessa onda malinconica composi quei versi in capo alla lettera che facevano riferimento alla caducità della vita umana,

Giunto è già ‘l corso della vita mia,
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.
    Onde l’affettüosa fantasia
che l’arte mi fece idol e monarca
conosco or ben com’era d’error carca
e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.
    Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fien or, s’a duo morte m’avvicino?
    D’una so ‘l certo, e l’altra mi minaccia.
    Né pinger né scolpir fie più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
c’aperse, a prender noi, ‘n croce le braccia.

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La lettera in questione appartiene all’Archivio Vasari di Arezzo.

Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.

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