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Una mia lettera a Tommaso de’ Cavalieri letta dallo scrittore Filippo Tuena

Inconsideratamente, messer Tomao s(ignio)r mio karissimo, fui mosso a scrivere a Vostra S(igniori)a, non per risposta d’alcuna vostra che ricievuta avesse, ma primo a muovere, come se creduto m’avesse passare con le piante asciucte un picciol fiume, o vero per poca aqqua un manifesto guado.

Così inizia la lettera che scrissi il 30 novembre del 1532 al mio amato Tommaso de’ Cavalieri. Vi potrà sembrare strano il tono con il quale mi rivolsi a lui, quasi timoroso ma al contempo appassionato. Ebbene sì, mi trovato a fronteggiare i potenti della terra dell’epoca spesso con fare sfrontato e poi mi facevo piccolo piccolo dinnanzi all’amore, come se mi muovessi su un terreno minato o camminassi in punta di piedi in terra semi sconosciuta.

Filippo Tuena, scrittore che ben mi conosce, legge per intero questa lettera nel video che vi propongo alla fine del post.

A proposito, se siete curiosi di leggere i numerosi libri scritti da Filippo Tuena come La Passione dell’Error Mio, tanto per citarne uno che mi riguarda molto da vicino, li trovate QUA.

Ecco il testo integrale della lettera e a seguire Tuena che la legge nel video. Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti.

Roma, 30 Novembre 1532

Inconsideratamente, messer Tomao s(ignio)r mio karissimo, fui mosso a scrivere a Vostra S(igniori)a, non per risposta d’alcuna vostra che ricievuta avesse, ma primo a muovere, come se creduto m’avesse passare con le piante asciucte un picciol fiume, o vero per poca aqqua un manifesto guado.

Ma poi che partito sono dalla spiaggia, non che picciol fiume abbi trovato, ma l’occeano con soprastante onde m’è apparito inanzi, tanto che se potessi, per non esser in tucto da quelle sommerso, alla spiaggia ond’io prima parti’ volentieri mi ritornerei. Ma poi che son qui, fareno del cuor rocha e andereno inanzi; e se io non arò l’arte del navicare per l’onde del mare del vostro valoroso ingegnio, quello mi scuserà, né si sdegnierà del mio disaguagliarsigli, né desiderrà da mme quello che in me non è perché chi è solo in ogni cosa, in cosa alcuna non può aver compagni.

Però Vostra S(igniori)a, luce del secol nostro unica al mondo, non può sodisfarsi d’opera d’alcuno altro, non avendo pari né simile a ssé. E se pure delle cose mia, che io spero e promecto di fare, alcuna ne piacerà, la chiamerò molto più aventurata che buona; e quand’io abbi mai a esser certo di piacere, come è decto, in alcuna cossa a Vostra S(ignori)a, il tempo presente, con tucto quello che per me à a venire, donerò a quella, e dorrami molto forte non potere riavere il passato, per quella servire assai più lungamente che solo con l’avenire, che sarà poco, perché son troppo vechio.Non altro che dirmi. Leggiete il cuore e non la lectera, perché ‘la penna al buon voler non può gir presso’. Ò da scusarmi che nella prima mia mostrai maravigliosamente stupir del vostro peregrino ingegnio, e così mi scuso, perché ò chonosciuto poi in quanto errore i’ fui; perché, quanto è da maravigliarsi che Dio facci miracoli, tant’è che Roma produca uomini divini. E di questo l’universo ne può far fede.

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