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Le critiche avanzate da chi poco avrebbe da criticare

“Non mi par molta lode che gli occhi de’ fanciulli e delle matrone e donzelle veggano apertamente in quelle figure la disonestà che dimostrano, e solo i dotti intendano la profon­dità delle allegorie che nascondono…” scrisse Ludovico Dolce nel 1557 nel suo Dialogo della Pittura.

C’è chi non perdeva occasione per lodare il mio Giudizio Universale a distanza di qualche anno dalla sua inaugurazione e chi invece gridava allo scandalo chiedendo al papa di farlo distruggere o perlomeno di ricoprire le parti che potevano suscitare turbamenti.

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Pensate un po’, ancora prima che terminassi il lavoro iniziarono a circolare critiche feroci. Mi accusavano di aver affrescato oscenità, di non aver adoperato un minimo di decoro e addirittura di tradimento della verità evangelica. Sospetto che chi mi accusasse di tradimento delle verità evangeliche poco conoscesse le Sacre Scritture nonostante l’appartenenza alle alte sfere del Clero.

Critiche feroci così come ammirazioni sublimi ce le avevo sia all’interno della corte papale che al di fuori di essa. I cosiddetti reverendissimi Chietini ce li avevo tutti contro e in questo gruppo di personaggi strampalati c’erano anche Andrea Gilio, quell’opportunista di Pietro Aretino, il sodomita violento e assassino di Biagio da Cesena e quel poco di buono di Ambrogio Catarino.

“Per meglio fare le persone ridere, l’ha fatta chinare dinanzi a San Biagio con atto poco onesto, il quale, standole sopra coi pettini, par che gli minacci che stia fissa, et ella si rivolta a lui in guisa che dice -che farai?- o simil cosa” scrisse Gilio al pontefice facendo riferimento al San Biagio chinato sopra Santa Caterina. Ora dico io, come si fa a pensare una cosa del genere? Bisogna essere dei pervertiti… e in effetti spesso chi mi muoveva le critiche più aspre aveva ben poco da parlare e non conduceva certo una vita rispettabile.

L’accusa di eresia nei miei confronti era già da un po’ che circolava ma dopo aver svelato al mondo il Giudizio mi sentivo sempre di più il fiato sul collo: ero tosto, mica avrei mollato così. Avevo ancora parecchie cose da dire e lo avrei continuato a fare poi soprattutto con gli affreschi della Cappella Paolina.

Gli anni passarono e, solo dopo la mia morte, fu ordinato a Daniele da Volterra di coprire le impudicizie con panneggi e perizomi assai improbabili come quello che ancora oggi sfoggia San Giovanni Battista. La censura più severa e irreversibile toccò proprio al gruppo di Santa Caterina d’Alessandria e San Biagio: venne infatti scalpellato via Biagio e ridipinto a buon fresco. Dopo l’intervento di Daniele seguirono quelli di Girolamo da Fano prima e Domenico Carnevale dopo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti per il momento vi saluta. E’ quasi giunta l’ora di desinare ma c’ha sempre da iniziare a preparare da mangiare…oggi ospiti: il Foscolo ha deciso di mettere il naso fuori dal suo sepolcro imbiancato.

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