A testa in su sì, sdraiato no

Fra le tante cose che si dicono di me, c’è anche quella che dipinsi parte della volta sistina sdraiato sui ponteggi. Mica vera questa cosa qua. Con la testa rivolta verso l’alto sì, affrescai grandi porzioni così ma sdraiato no.

Lavorare al centro della volta non fu facile ma a dirla tutta, durante quel lungo lavoro di semplice non ci fu proprio nulla: dai problemi iniziali relativi alle muffe fino alle liti col papa che ogni tanto si dimenticava di pagarmi, le tensioni con Bramante, Raffaello che copiava ogni nuova posa…insomma, ebbi parecchio da fare. Cascai anche giù dai ponteggi tanto per non farmi mancar nulla.

Alla fine venne un bel lavoro e il mio fisico ne pagò lo sotto. Scrisse in Condivi in merito alla questione: “Alla fine del lavoro, Michelangelo, che era stato tanto tempo in posizione malcomoda, con gli occhi alzati verso la volta. non riusciva più a vedere guardando all’ingiù, e per leggere uno scritto un po’ minuto doveva tenerlo sollevato con le braccia sopra il capo”:

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti e con lo studio della mano di Aman.

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Il restauro di Elazar e Mathan

Sapete, i restauratori che nel passato misero mano agli affreschi sistini, erano soliti ricorrere all’utilizzo di materiali che niente avevano a che fare con l’antica tecnica del buon fresco.

Con lo scopo di ravvivare i colori resi opachi e scuri dai depositi di polvere, usavano cera d’api, colle animali, resine vegetali e gli albumi delle uova. Con questi prodotti si riuscivano a mascherare in parte ma non a togliere le macchie bianche dei sali che l’acqua piovana portava in superficie.

A volte tutti questi prodotti non erano sufficienti a migliorare l’aspetto complessivo degli affreschi e così i restauratori si armavano di pennello e colori e ritoccavano qua e là le figure oppure, a seconda dei casi, le ridipingevano.

La coppia che vedete a seguire si trova nella lunetta di Elazar e Mathan e la foto è stata scattata dopo l’ultimo restauro condotto da Gianluigi Colalucci. Con l’ultimo restauro si sono ovviamente adoperate tecniche molto diverse da quelle che vi raccontavo poco fa e sono stati rimossi tutti gli strati di colle animali, polvere e altri prodotti che con il passare del tempo avevano reso quasi illeggibili alcuni brani.

In secondo piano potete vedere Mathan ovvero il nonno di Giuseppe e in primo piano sua moglie, la madre di Giacobbe. A lei diedi un piglio autoritario, rimanendo fedele ai testi biblici. I due soggetti costituisce la parte più rovinata dell’intera lunetta: sia le corrosioni degli intonaci che forti salificazioni hanno creato delle alterazioni cromatiche ahimè irrecuperabili.  Il volto di Mathan non ha più i mezzi toni e una brutta riga nera gli attraversa il volto. Si tratta del disegno preparatorio riaffiorato dopo che i colori originali sono stati consumati dal tempo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Elazar e Mathan

Il pugnale della Sibilla Cumana

La Sibilla Cumana è una delle più anziane che affrescai nella Volta della Sistina. Sfodera una muscolatura potente nonostante la sua età avanzata e un volto tutto concentrato a interpretare le profezie scritte sul grande libro con la copertina verde-azzurrognola.

In secondo piano compare un putto in piedi sopra il trono della veggente, con un libro rilegato in rosso sotto il braccio. Qualcuno come per esempio Pfeiffer, sostiene che i due giovani alle spalle della Cumana siano la personificazione della Memoria e dell’Intelletto che si abbandonano alla forza della volontà rappresentata dalla Sibilla.

Guardate bene nella parte bassa del riquadro e noterete la presenza di una borsa contenente cartigli e un pugnale nel suo fodero. La sibilla Cumana predice eventi sanguinosi e con il pugnale volli sottolineare questa sua peculiarità.

Il sempre vostra Michelangelo Buonarroti e i suoi racconti.

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Cumaean Sibyl is one of the oldest sibyls that I frescoed on the Sistine Chapel ceiling. She is depicted physically  very strong for her age and extremely concentrated ready to preach the prophecies written in the big book with bluish-green cover.

In the background there’s a child standing by the sybyl’s throne, with a book bound in red under his arm. Pfeiffer as well as other writers argue that the two young figures behind the sibyl are the representations of Memory and Intellect who give up their strength while next to her.

Take a good look at the lower part of fresco & you’ll notice a bag containing papers as well as a dagger in its sheath. The Cumaean Sibyl  is known for having predicted bloody events, so I included this detail in order to point this out.

Yours truly, Michelangelo Buonarroti and my stories

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Fa’ per me quel ch’i’ fare’ per te

Amor, se tu se’ dio,
non puo’ ciò che tu vuoi?
    Deh fa’ per me, se puoi,
quel ch’i’ fare’ per te, s’Amor fuss’io.
    Sconviensi al gran desio
d’alta beltà la speme,
vie più l’effetto a chi è press’al morire.
    Pon nel tuo grado il mio:
dolce gli fie chi ‘l preme?
    Ché grazia per poc’or doppia ‘l martire.
    Ben ti voglio ancor dire:
che sarie morte, s’a’ miseri è dura,
a chi muor giunto a l’alta suo ventura?

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che in questa grigia giornata di gennaio si mette a declamare versi suoi.

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I’ho già fatto un gozzo in questo stento

Al contrario di quanto spesso viene detto o più semplicemente pensato, non ho mai dipinto sdraiato sui ponteggi della Sistina. Stavo in piedi, con il braccio sollevato, il capo rivolto verso il soffitto e con la schiena dolente. La tempera mi sgocciolava sul viso, m’impiastricciava braccia e mani..insomma, alla fine della giornata parevo un’arlecchino truccato da uno bravo. Anni passati  in quella posizione potrebbero far perdere l’orientamento a chiunque. Alla fine di ogni giornata mi ci voleva un po’ prima di ritrovare l’equilibrio pere scendere dai ponteggi e ritornar coi piedi per terra. La mia salute ne risentì assai e non ebbi più bene. Vi lascio il sonetto che scrissi proprio nel periodo che dedicai ad affrescare la volta

I’ ho già fatto un gozzo in questo stento,
coma fa l’acqua a’ gatti in Lombardia
o ver d’altro paese che si sia,
c’a forza ‘l ventre appicca sotto ‘l mento.
    La barba al cielo, e la memoria sento
in sullo scrigno, e ‘l petto fo d’arpia,
e ‘l pennel sopra ‘l viso tuttavia
mel fa, gocciando, un ricco pavimento.
    E’ lombi entrati mi son nella peccia,
e fo del cul per contrapeso groppa,
e ‘ passi senza gli occhi muovo invano.
    Dinanzi mi s’allunga la corteccia,
e per piegarsi adietro si ragroppa,
e tendomi com’arco sorïano.
    Però fallace e strano
surge il iudizio che la mente porta,
ché mal si tra’ per cerbottana torta.
    La mia pittura morta
difendi orma’, Giovanni, e ‘l mio onore,
non sendo in loco bon, né io pittore.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi sonetti

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Il mio buongiorno per voi

Amor non già, ma gli occhi mei son quegli
che ne’ tuo soli e begli
e vita e morte intera trovato hanno.
    Tante meno m’offende e preme ‘l danno,
più mi distrugge e cuoce;
dall’altra ancor mi nuoce
tante amor più quante più grazia truovo.
    Mentre ch’io penso e pruovo
il male, el ben mi cresce in un momento.
    O nuovo e stran tormento!
    Però non mi sgomento:
s’aver miseria e stento
è dolce qua dove non è ma’ bene,
vo cercando ‘l dolor con maggior pene.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che oggi vuole iniziare la giornata con qualche suo verso

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Le critiche avanzate da chi poco avrebbe da criticare

“Non mi par molta lode che gli occhi de’ fanciulli e delle matrone e donzelle veggano apertamente in quelle figure la disonestà che dimostrano, e solo i dotti intendano la profon­dità delle allegorie che nascondono…” scrisse Ludovico Dolce nel 1557 nel suo Dialogo della Pittura. C’è chi non perdeva occasione per lodare il mio Giudizio Universale a distanza di qualche anno dalla sua inaugurazione e chi invece gridava allo scandalo chiedendo al papa di farlo distruggere o perlomeno di ricoprire le parti che potevano suscitare turbamenti.

Pensate un po’, ancora prima che terminassi il lavoro iniziarono a circolare critiche feroci. Mi accusavano di aver affrescato oscenità, di non aver adoperato un minimo di decoro e addirittura di tradimento della verità evangelica. Sospetto che chi mi accusasse di tradimento delle verità evangeliche poco conoscesse le Sacre Scritture nonostante l’appartenenza alle alte sfere del Clero.

Critiche feroci così come ammirazioni sublimi ce le avevo sia all’interno della corte papale che al di fuori di essa. I cosiddetti reverendissimi Chietini ce li avevo tutti contro e in questo gruppo di personaggi strampalati c’erano anche Andrea Gilio, quell’opportunista di Pietro Aretino, il sodomita violento e assassino di Biagio da Cesena e quel poco di buono di Ambrogio Catarino.

“Per meglio fare le persone ridere, l’ha fatta chinare dinanzi a San Biagio con atto poco onesto, il quale, standole sopra coi pettini, par che gli minacci che stia fissa, et ella si rivolta a lui in guisa che dice -che farai?- o simil cosa” scrisse Gilio al pontefice facendo riferimento al San Biagio chinato sopra Santa Caterina. Ora dico io, come si fa a pensare una cosa del genere? Bisogna essere dei pervertiti… e in effetti spesso chi mi muoveva le critiche più aspre aveva ben poco da parlare e non conduceva certo una vita rispettabile.

L’accusa di eresia nei miei confronti era già da un po’ che circolava ma dopo aver svelato al mondo il Giudizio mi sentivo sempre di più il fiato sul collo…ma ero tosto, mica avrei mollato così. Avevo ancora parecchie cose da dire e lo avrei continuato a fare poi soprattutto con gli affreschi della Cappella Paolina.

Gli anni passarono e, solo dopo la mia morte, fu ordinato a Daniele da Volterra di coprire le impudicizie con panneggi e perizomi assai improbabili come quello che ancora oggi sfoggia San Giovanni Battista. La censura più severa e irreversibile toccò proprio al gruppo di Santa Caterina d’Alessandria e San Biagio: venne infatti scalpellato via Biagio e ridipinto a buon fresco. Dopo l’intervento di Daniele seguirono quelli di Girolamo da Fano prima e Domenico Carnevale dopo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti per il momento vi saluta. E’ quasi giunta l’ora di desinare ma c’ha sempre da iniziare a preparare da mangiare…oggi ospiti: il Foscolo ha deciso di mettere il naso fuori dal suo sepolcro imbiancato.

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Il peccato originale

Che vi racconto di bello oggi? Beh, per esempio potrei parlarvi del riquadro del Peccato Originale e della Cacciata dal Paradiso. Si tratta di una delle scene centrali più grandi che affrescai sulla volta della Sistina.

Queste due scene concentrate in un solo riquadro le realizzati nel 1510 e la loro composizione è assai differente dalle scene molto affollate che avevo ideato per gli altri tre riquadri precedenti. Se nella scena del Diluvio Universale ci sono un gran numero i protagonisti aventi gli atteggiamenti più diversi, qui le figure sono molte meno e hanno dimensioni maggiori: basti pensare ad esempio che Eva, in entrambe le rappresentazioni, ha un’altezza complessiva che sfiora i due metri. Mi resi conto infatti che le precedenti scene viste da terra, a oltre venti metri di distanza, apparivano troppo confuse e poco leggibili.

Per completare questo riquadro impiegai solo 13 giornate: incominciai ad affrescare la parte in alto a sinistra con pennellate larghe e assai fluide.

Al centro ella scena c’è l’albero della conoscenza avvolto dalle spire di un serpente maligno che ha le sembianze di una donna. La serpe porge la mela a Eva che la raccoglie sfoggiando una posa sensuale mentre Adamo, meno agile di lei, tende il braccio destro per cogliere da solo un’altra mela.

A un tratto arriva l’angelo avvolto in una veste rossa e minaccia con la spada Adamo ed Eva cacciandoli dal Paradiso Terrestre. Entrambi diventano subito vecchi e i lineamenti del loro viso si imbruttiscono, le guance e la fronte vengono solcate da profonde rughe. Eva si curva su se stessa per i peso della vergogna mentre Adamo quasi con un gesto di sdegno sembra mostrare la consapevolezza di non poter più tornare indietro.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi racconti

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Insolito inizio per un’avventura meravigliosa

Se chiudo gli occhi ancora lo rivedo Gianluigi Colalucci in quel giugno caldo quasi come se già fosse agosto inoltrato.

Si arrampicò su quei ponteggi accaldato un po’ per l’emozione di trovarsi faccia a faccia con gli antenati di Cristo e un po’ per le temperature assai elevate. La lunetta di Elazar fu quella che maggiormente attirò la sua attenzione.

Io ero divertito e pensavo fra me e me “Prova a vedere quello che c’è sotto questa specie di vetro affumicato che copre tutto lasciando vedere poco poco.”

Fremeva e non poteva rimanersene con le mani in mano, inerme davanti a tutto quell’annerimento così evidente. Voleva vedere quanto spessa fosse la pelle nera sopra l’affresco e non perse certo tempo in chiacchiere. Da uomo pratico qual’è leccò con nonchalance un lembo di fazzoletto di carta e lo strofinò con la punta di un dito su un paio di centimetri di pittura.

Il giallo ocra di quel lembo di tessuto affrescato dopo secoli rivide la luce: che soddisfazione. Finalmente qualcuno aveva capito che non ero io che avevo reso spenti e grigi quei colori ma il tempo, il fumo e le colle animali stese a più mani.

Provate a immaginarvi l’emozione di una scoperta del genere che stava per cambiare per sempre l’aspetto di un capolavoro assoluto come il mio.

Prima di scendere giù dai ponteggi Colalucci ispezionò accuratamente tutta la lunetta e poi scrisse un resoconto assai particolareggiato. Eccovene un passaggio:

“Con una piccola porzione di un fazzoletto di carta umettato di saliva pulisco una porzione del mantello della figura in primo piano di cm 2 per lato e sotto lo strato nero colloso appare un colore ocra gialla del tutto insospettabile ( ed il colore è ancora molto sporco!) Ciò conferma quanto constatato nel Matteo da Lecce e Van den Broeck e cioé che le pitture sono ricoperte da un altissimo e nerissimo beverone che ne altera completamente i colori”.

Se volete farvi un regalo speciale, di quelli che coinvolgono corpo, anima e intelletto, regalatevi il libro di Colalucci “Io e Michelangelo”. E’ un consiglio d’acquisto totalmente disinteressato. Io l’ho trovato meraviglioso e augurerei a tutti gli artisti del passato di poter vantare di avere opere restaurate da professionisti del suo calibro. Così appassionati e dediti al loro lavoro nonché all’artista con il quale si fronteggiano talvolta per anni e anni.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti, da sempre grato ai bravi restauratori

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