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Il Dies Irae e la Sibilla Eritrea

La Sibilla Eritrea che affrescai nella Volta della Cappella Sistina, al secolo Erofile, proveniva dalla città di Eritre ubicata in Asia Minore. E’ stata una delle sibille più note di tutti i tempi perché con la sua veggenza preannunciò la venuta del Giudizio Universale.

Venne consacrata ad Apollo fin da ragazzina e con il tempo divenne la sacerdotessa del tempio di Claro. La dipinsi girata verso il profeta Ezechiele che a sua volta la guarda: un caso unico di scambio di sguardi fra sibille e profeti nella volta della Sistina.

La Sibilla Eritrea non l’ho rappresentata solo io. La potete trovare per esempio in un intarsio di marmo nel pavimento della superba Cattedrale di Siena ma anche in un dipinto presente a Salisbury, in Inghilterra.

La sacerdotessa viene citata anche nel celeberrimo Dies Irae: il testo in latino scritto da Tommaso de Celano nel XIII secolo “giorno d’ira sarà quel giorno, quando il mondo diventerà cenere, come predissero Davide e la Sibilla”. La sibilla alla quale si fa riferimento è proprio l’Eritrea che come vi ho accennato prima era nota per aver predetto il giorno del GIudizio. Verdi e Mozart, ma non solo loro, musicarono il testo creando messe funebri particolarmente suggestive. Chi non ricorda il Requiem di Mozart?

Michelangelo-La-Sibilla-Eritrea-1508-12.jpg

A seguire vi propongo l’intero testo del Dies Irae prima nella versione originale in latino e a seguire tradotta in italiano. Il Dies Irae è il medesimo testo che Sting ha riarrangiato per lo spettacolo GIUDIZIO UNIVERSALE in scena a Roma.

Dies ìrae, dìes ìlla,
Solvet seclum in favìlla,
Teste David cum Sybìlla.

Quantus tremor est futùrus,
Quando Iùdex est ventùrus,
Cuncta stricte discussùrus.

Tuba, mirum spargens sonum,
Per sepùlchra regiònum,
Coget omnes ante thronum.

Mors stupèbit et natùra,
Cum resùrget creatùra,
Iudicànti responsùra.

Liber scriptus proferètur,
In quo totum continètur,
Unde mundus iudicètur.

Iudex ergo cum sedèbit,
Quidquid latet apparèbit,
Nil inùltum remanèbit.

Quid sum miser tunc dictùrus?
Quem patrònum rogatùrus,
Cum vix iùstus sit securùs?

Rex tremèndae maiestàtis,
Qui salvàndos salva gratis,
Salva me, fons pietàtis.

Recordàre, Iesu pìe,
Quod sum càusa tuae vìae,
Ne me perdas ille dìe.

Quaerens me, sedìsti làssus;
Redemìsti crucem pàssus;
Tantus labor non sit càssus.
 
Iùste Iùdex ultiònis,
Donum fac remissiònis,
Ante dìem ratiònis.

Ingemìsco tamquam rèus;
Culpa rubet vulnus mèus;
Supplicànti parce, Dèus.

Qui Màriam absolvìsti,
Et latrònem exaudìsti,
Mihi quoque spem dedìsti.

Preces meae non sunt dìgnae,
Sed tu bonus, fac benìgne,
Ne perènni cremer ìgne.

Inter oves locum praesta,
Et ab haedis me sequèstra,
Stàtuens in parte dèxtra.

Confutàtis malèdictis,
Flammis àcribus addìctis, 
Vòca me cum benedìctis.

Oro supplex et acclìnis;
Cor contrìtum quasi cinis;
Gère curam mei fìnis.

Lacrimòsa dìes ìlla,
Qua resùrget ex favìlla,

Iudicàndus homo rèus,
Hùic èrgo pàrce Dèus;

Pìe Ièsu Dòmine,
Dòna eis rèquiem. Amen.

 

In quel dì che le Sibille,
E Davidde profetàr,
Si vedrà tutto in favìlle
L’universo consumar.
Qual tremor, quale spavento
L’Orbe tutto assalirà
Quando il Dio del Testamento
Giudicante a lui verrà.
Allo squillo della tromba
Ogni avel si schiuderà,
Onde il corvo e la colomba
Alla valle insieme andrà.
Si vedran Narura e Morte
In un punto istupidir,
Quand’innanzi al Vivo, al Forte
Dovrà ognuno comparir.
Si vedrà nel libro eterno
Il delitto e la virtù,
Onde il Cielo oppur l’Inferno
Avrà l’uom per quel che fu.
Ora, il Giudice sedente
Fra le nuvole del ciel,
Ai secreti d’ogni mente
Toglierà l’antico vel.
Fra l’orror di tanta scena
Qual soccorso implorerò,
Mentre salvo sarà appena
Chi da giusto i dì menò?
Tu che salvi chi s’aggrada,
Re tremendo in maestà,
Mi schiudi alciel lastrada,
Fonte eterno di bontà.
Che per noi prendesti carne
Ti rammenta, buon Gesù,
Onde allor abbi a salvarne
Dall’eterna schiavitù.
Per me fosti in croce esangue
Tra i dolor da capo a piè;
Il valor di cotanto sangue
Non sia vano allor per me.
Concedimi il perdono,
Giusto giudice ed ultòr,
Pria che a’piedi del tuo trono
Sperimenti il tuo furòr.
Peccator qual io mi veggo,
Copro il volto di rossor:
Tudunque ame ch’elchièggo,
Dà benigno il tuo favor.
Da te assolta fu Maria,
Per te salvo fu il ladron,
Onde viva in me pur sia
La speranza del perdon.
Le mie preci, Nume eterno,
Non son degne, e chi no’l sa?
Ma dal fuoco dell’Inferno
Tu mi scampa per pietà.
Ti dai capri mi dividi,
Di cui fìa Satànno il re,
Onde a destra co’i tuoi fidi
Trovi grazia innanzi a Te.
Condannati i maledetti
Alle fiamme ed ai sospìr,
Allor chiama co’dilètti,
Alla gloria dell’Empìr.
Il dolor che in questo seno
Il mio cor di già ammollì,
A pietà ti muova almeno
Nell’estremo de’miei dì.
Lagrimòso quel momento
Onde l’uomo peccator
Dall’ignìvomo tormento
Andrà innanzi al suo Signor.
Fra l’orror di tanto scempio,
Mostra, Dio, la tua virtù;
Eiltuosangue a pro dell’empio
Tutto impiega, buon Gesù.

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