Lo splendore e la decadenza del meraviglioso cimitero monumentale di Staglieno, Genova

Anch’io di tanto in tanto me ne vado da Firenze. Giusto per un po’, per respirare aria nuova o perlomeno diversa. Questo clima di militarizzazione della città che c’è in questi giorni m’ha spinto a cercare un po’ di tranquillità in uno dei più emozionanti cimiteri monumentali di tutto il mondo. Vi pare stia delirando? Allora forse ancora non avete avuto l’occasione di visitare una delle meraviglie italiane più sorprendenti: il cimitero monumentale di Staglieno, ubicato nella periferia di Genova.

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Per ragioni di salute pubblica, il Re Carlo Alberto vietò con un decreto di tumulare i defunti all’interno della cinta muraria, sotto le pavimentazioni delle Chiese e nei cimiteri delle parrocchie. In questa circostanza venne affidato all’architetto Barabino nel 1835 la realizzazione di un grande cimitero. Ideò un complesso neoclassico che venne poi terminato da Resasco dopo la sua morte.

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Gran parte del fascino di questo luogo sta nei complessi scultorei presenti nei numerosi porticati. La raffinatezza delle composizioni lascia di stucco così come l’abilità dei numerosi scultori che hanno pazientemente lavorato su quei marmi freddi rendendoli a tratti vivi. Tessuti voluttuosi, sguardi, espressioni, pieghe della pelle, trine, lenzuola, oggetti di uso comune e allegorie che sembrano arrivare direttamente da opere rinascimentali: Staglieno è tutto questo e molto altro.

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Si viene catapultati indietro di 150-200 anni e si ha la possibilità di vedere anche come i nobili signori genovesi vestissero abitualmente o nei giorni di festa. Essendo in una città di mare poi non mancano simbologie strettamente legate all’ambiente marino e tombe che conservano spoglie di chi proprio in mare ha fatto la sua fortuna oppure di chi in mare ahimé perse la vita.

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Passeggiando sotto i porticati che temevo potessero andare in frantumi da un momento all’altro però qualche domanda me la son posta. E’ mai possibile che un luogo del genere, raccontato e citato anche da Nietzche, Mark Twain, Maupassant e Hemingway nonché dall’imperatrice d’Austria Sissi sia  in stato quasi totale d’abbandono? In questo cimitero è conservato un patrimonio artistico di rara bellezza.

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Le famiglie genovesi più facoltose hanno investito somme non indifferenti per commissionare agli artisti più in vista del momento opere grandiose. Opere destinate non solo a commemorare chi li vi è stato sepolto ma anche per celebrare il potere della famiglia in questione. Santo Varni, Augusto Rivalta ma anche Lorenzo e Luigi Orengo, Giulio Monteverde, Edoardo de Albertis e molti altri artisti ancora hanno speso chissà quanto tempo, energie e dedizione per creare un complesso monumentale grandioso.

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E’ mai possibile che quelle opere così curate in ogni minimo dettaglio stiano divenendo sempre meno leggibili a causa di strati di polveri, croste nere e attacchi biologici. Le sottili trine delle dame intente a pregare i loro cari estinti riescono a malapena ad essere percepite sotto una polvere densa, grigia a tratti nera e particolarmente appiccicosa. Sotto quella coltre scura ci sono lavori raffinati. In qualche piccola porzione di alcune opere è possibile vedere la pelle originaria del marmo: appare lucida e pronta a rispondere a tutti i giochi di luci e ombre che l’artista ha voluto imprimergli. Basterebbe eliminare con cura e attenzione tutta la sporcizia che ci sta sopra. Compito arduo e costoso, questo è sicuro. Ma vale davvero la pena lasciare degradare un luogo del genere? Vale la pena perdere poco a poco un patrimonio ereditato dai nostri predecessori guardandolo svanire di giorno in giorno?

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Non vi racconto poi in che condizioni versa anche la parte posta più in alto, caratterizzata da un gran numero di cappelle di pregevole architettura avvolte dai rovi, lapidi frantumate e altri dettagli poco entusiasmanti. Questo cimitero è grandioso non solo per estensione ma anche per prestigio e per bellezza. Purtroppo però la sua bellezza è sempre più decadente e precaria.

Il vostro Michelangelo Buonarroti estasiato per quanto hanno realizzato questi artisti vissuti fra l’Ottocento e il Novecento e tristemente amareggiato per quanto i posteri hanno lasciato consumare e vanificare dal tempo e dall’incuria più totale.

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