Turandot, il finale perduto di Puccini torna in scena dopo 100 anni: alla Pergola di Firenze la prima mondiale assoluta dell’epilogo inedito ricostruito dagli scritti del Maestro
Ieri sera al Teatro della Pergola ho avuto modo di assistere alla prima mondiale del nuovo finale di Turandot, ricostruito attraverso gli scritti autografi di Giacomo Puccini.
Un finale diverso. Profondamente diverso da quello che per quasi un secolo abbiamo conosciuto attraverso la versione di Franco Alfano. Un epilogo che non cerca di sostituire un’abitudine ormai radicata nell’immaginario collettivo, ma prova a restituire la voce dell’ultimo Puccini, quello che fino agli ultimi giorni della sua vita lavorò alla conclusione della sua opera più ambiziosa.
E proprio qui sta la difficoltà dell’ascolto: dopo quasi cento anni in cui il duetto finale di Alfano è diventato parte della memoria collettiva della lirica mondiale, immaginare un’altra conclusione non è semplice. Serve forse più di un ascolto per comprenderla fino in fondo, per lasciarsi liberare dall’idea di una Turandot ormai sedimentata nella coscienza musicale di milioni di spettatori.
Perché il confronto con Alfano è inevitabile e forse inarrivabile.
Il finale che Puccini non riuscì a completare e gli appunti mai arrivati ad Alfano
Alla morte di Puccini, avvenuta nel novembre del 1924, Turandot era rimasta incompiuta. Il compositore aveva lasciato una quantità importante di schizzi, annotazioni e abbozzi musicali destinati proprio alla conclusione dell’opera.
Quando la Casa Ricordi affidò a Franco Alfano il compito di completare il lavoro, però, il compositore non ebbe accesso all’intero patrimonio degli autografi pucciniani.
Per anni una parte della vicenda è stata raccontata attribuendo la responsabilità della mancata consegna degli appunti a un custode della villa di Viareggio. Le ricerche più recenti hanno invece chiarito che l’omissione sarebbe stata legata a Guido Zuccoli, trascrittore e dipendente della Casa Ricordi, che non consegnò ad Alfano tutto il corpus degli scritti lasciati da Puccini.
Alfano lavorò quindi su una selezione incompleta del materiale disponibile. La sua conclusione, presentata alla Scala nel 1926 e successivamente abbreviata da Arturo Toscanini, nacque dunque da una base pucciniana reale, ma necessariamente parziale.
Da allora quel finale è diventato il finale di Turandot per eccellenza.
Deborah Burton e la ricostruzione del finale perduto
La nuova versione presentata alla Pergola nasce dagli studi della musicologa statunitense Deborah Burton, che ha analizzato materiali pucciniani più completi rispetto a quelli disponibili ad Alfano.
La ricostruzione utilizza almeno dieci schizzi in più rispetto a quelli effettivamente consegnati al compositore incaricato da Ricordi.
Non si tratta quindi di una nuova composizione moderna ispirata a Puccini, ma di una restituzione filologica costruita sulle tracce lasciate dal Maestro.
Il nuovo epilogo comprende il duetto conclusivo e la chiusa dell’opera ricavati direttamente dagli scritti autografi: una Turandot che compie il percorso immaginato da Puccini, trasformandosi progressivamente da donna di ghiaccio in creatura capace di amare, dentro una Pechino fiabesca e sospesa tra mito e sentimento.
Il pubblico ha incontrato una Turandot diversa
Il pubblico del Teatro alla Pergola di Firenze, ieri sera è stato chiamato ad ascoltare un’opera conosciuta e, nello stesso tempo, completamente nuova.
Le prime battute del finale portavano con sé il peso della memoria: quella parte dell’opera dopo la morte di Liù, affidata per decenni alle soluzioni di Alfano, è ormai scolpita nella cultura musicale collettiva.
Ma il nuovo percorso propone un’altra prospettiva. Meno immediatamente familiare, forse più complessa, sicuramente bisognosa di tempo per essere assimilata.
Forse il valore più grande di questa operazione è proprio questo: restituire al pubblico non una risposta definitiva, ma una domanda. Cosa avrebbe voluto davvero Puccini?

Un allestimento nel segno della filologia e della tradizione
La produzione della Pergola ha scelto una strada coerente con la ricerca musicologica anche nell’impianto scenico.
La regia è firmata da Mauro Pardini in collaborazione con Roberta Ceccotti, con una lettura costruita sulle indicazioni lasciate da Puccini e sui riferimenti all’allestimento originariamente pensato per Giovacchino Forzano.
Grande attenzione anche ai costumi, con elementi realizzati appositamente e altri provenienti dalle sartorie del teatro storico di Pechino, per restituire quell’atmosfera sospesa tra realtà e favola voluta dal compositore.
Anche l’organico dell’Orchestra Scarlatti ha seguito le indicazioni pucciniane, con una formazione ampia composta da 79 musicisti diretta da Pietro Mazzetti. Nel cast Eunhee Kim Maggio ha interpretato Turandot, Daniele Simonini Calaf e Liù in un primo momento doveva essere Lavinia Bini, poi sostituita all’ultimo da un’altra bravissima soprano: Eva Dorofeeva.
Un ruolo centrale è stato affidato anche ai giovani interpreti dell’Accademia delle Muse di Viareggio, guidati dalla maestra Susanna Altemura, con il coro di voci bianche I Cantori di Burlamacco protagonista sul palcoscenico.

Ascoltare Turandot senza dimenticare Alfano
La nuova conclusione di Turandot non cancella quella di Alfano: sarebbe impossibile e ingiusto.
Quel finale appartiene alla storia della musica, ai grandi direttori, ai teatri di tutto il mondo e alla memoria di generazioni di spettatori. La erata della Pergola ha aperto una possibilità nuova: ascoltare Turandot con un finale più vicino alle ultime intenzioni documentate di Puccini.
Una prima mondiale per la storia dell’opera.

E forse, proprio perché così lontano dalle nostre abitudini d’ascolto, questo finale avrà bisogno di tempo. Di più incontri. Di più ascolti.
Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social.
Turandot, Puccini’s lost finale returns to the stage after 100 years: at the Teatro della Pergola in Florence, the world premiere of the unedited epilogue reconstructed from the Maestro’s writings.
Last night at the Teatro della Pergola, I had the opportunity to attend the world premiere of the new Turandot finale, reconstructed from Giacomo Puccini’s autograph writings.
A different ending. Profoundly different from the one we’ve known for nearly a century through Franco Alfano’s version. An epilogue that doesn’t seek to replace a habit now ingrained in the collective imagination, but rather seeks to restore the voice of the late Puccini, the one who worked until the last days of his life to complete his most ambitious opera.
And herein lies the difficulty of listening: after nearly a hundred years in which Alfano’s final duet has become part of the collective memory of opera worldwide, imagining another conclusion is not easy. Perhaps more than one listen is needed to fully understand it, to free oneself from the idea of a Turandot now ingrained in the musical consciousness of millions of spectators.
Because the comparison with Alfano is inevitable and perhaps unattainable.
The ending that Puccini failed to complete and the notes that never reached Alfano
At Puccini’s death in November 1924, Turandot remained unfinished. The composer had left behind a significant number of sketches, annotations, and musical drafts intended specifically for the opera’s completion.
When Ricordi entrusted Franco Alfano with the task of completing the work, however, the composer did not have access to the entire collection of Puccini’s autographs.
For years, part of the story has been told, attributing the failure to deliver the notes to a caretaker at the Viareggio villa. More recent research has clarified that the omission was linked to Guido Zuccoli, a transcriber and employee of Ricordi, who did not deliver to Alfano the entire corpus of Puccini’s writings.
Alfano therefore worked from an incomplete selection of the available material. His conclusion, presented at La Scala in 1926 and subsequently shortened by Arturo Toscanini, was therefore based on a genuine, but necessarily partial, Puccini.
Since then, that finale has become the Turandot finale par excellence.
Deborah Burton and the reconstruction of the lost finale
The new version presented at La Pergola stems from the studies of American musicologist Deborah Burton, who analyzed more complete Puccini materials than those available to Alfano.
The reconstruction uses at least ten more sketches than those actually delivered to the composer commissioned by Ricordi.
It is therefore not a new modern composition inspired by Puccini, but a philological reconstitution built on the traces left by the Maestro.
The new epilogue includes the final duet and the opera’s closing lines taken directly from the autographed writings: a Turandot who follows the path imagined by Puccini, gradually transforming from an ice-cold woman into a creature capable of love, within a fairy-tale Beijing suspended between myth and sentiment.
The audience encountered a different Turandot
The audience at the Teatro alla Pergola in Florence last night was invited to listen to an opera that was both familiar and completely new.
The opening bars of the finale carried with them the weight of memory: that part of the opera after Liù’s death, entrusted for decades to Alfano’s solutions, is now engraved in the collective musical culture.
But the new itinerary offers a different perspective. Less immediately familiar, perhaps more complex, certainly requiring time to be assimilated.
Perhaps the greatest value of this project is precisely this: to give the audience not a definitive answer, but a question. What would Puccini really have wanted?
A staging marked by philology and tradition
The Pergola production has chosen a path consistent with musicological research, even in its stage design.
The direction is by Mauro Pardini in collaboration with Roberta Ceccotti, with a reading built on Puccini’s instructions and references to the production originally conceived for Giovacchino Forzano.
Great attention was also paid to the costumes, with elements custom-made and others from the historic Beijing theater, to convey the atmosphere suspended between reality and fairytale desired by the composer.
The Scarlatti Orchestra’s lineup also followed Puccini’s instructions, with a large ensemble of 79 musicians conducted by Pietro Mazzetti. The cast included Eunhee Kim Maggio as Turandot, Daniele Simonini as Calaf, and Liù. Initially, Lavinia Bini was to be the role, but she was replaced at the last minute by another excellent soprano: Eva Dorofeeva.
A central role was also entrusted to the young performers of the Accademia delle Muse of Viareggio, led by maestro Susanna Altemura, with the children’s choir I Cantori di Burlamacco taking center stage.
Listening to Turandot without forgetting Alfano
Turandot’s new ending does not erase Alfano’s: that would be impossible and unfair.
That ending belongs to the history of music, to great conductors, to theaters around the world, and to the memory of generations of spectators. The Pergola era has opened up a new possibility: listening to Turandot with an ending closer to Puccini’s final documented intentions.
A world premiere for the history of opera.
And perhaps, precisely because it is so far removed from our listening habits, this ending will need time. More encounters. More listening.
For now, yours truly, Michelangelo Buonarroti bids you farewell, saying he’ll see you in future posts and on social media.

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