Sicuri che l’entrata al museo sia costosa?

Le entrate ai musei son costose: lo sento dire spesso a manca e a destra. Eppure qualcosa non mi torna in questa frase troppe volte ripetuta come un mantra. I biglietti dei musei pesano sulle proprie finanze in maniera inversamente proporzionale a quanta importanza si dà all’arte.

Dodici euro per vedere capolavori impareggiabili del Cinquecento o di altre epoche mi pare un prezzo equo. Spendere 700 euro in una volta sola o addirittura a rate per impossessarsi di uno smartphone di ultima generazione invece mi pare una grande stupidaggine.

Non valgono forse dodici euro le mie sculture, quelle del Bernini e i dipinti strappacuore del Caravaggio?

Saper scegliere e saper scegliere bene fa la differenza. In tempi di crisi i soldi son sempre troppo pochi per far tutto, son d’accordo, ma sperperarli per acquistare oggetti solo per la pura smania di possesso piuttosto che investirli in conoscenza è follia. Il consumismo sfrenato induce a pensare che 700 euro per un telefonino siano giusti e 12 euro per un concentrato di bellezza senza tempo e senza spazio siano eccessivi.

Non fate della cultura un’opzione ma una priorità. Quello che s’impara non lo ruba nessuno, non si deteriora e col tempo cresce e fruttifica. Il resto è tutta aria fritta.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che si auspica di vedere sempre più persone entusiaste del bello piuttosto che in coda per acquistare l’ultimo ritrovato tecnologico.

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Sfregi indimenticabili e restauri ineccepibili

Ci sono dei giorni in cui tutto sembra fermarsi. Sono quei giorni in cui ti crolla il mondo addosso e sembra non esserci stato passato, non c’è presente e il futuro pare non aver più senso.

M’è capitato parecchie volte durante la vita terrena di avere giornate sospese nel vuoto. E’ dopo la morte però che mi son sentito soffocare, perdere il respiro vitale ancora una volta, e poi un’altra e un’altra ancora fino a non poterne più.

Ho dato di matto? No, non ancora perlomeno. Avete presente la mia Pietà Vaticana? La perfezione delle forme, il ricorrersi delle ombre o il gioco dei pieni e dei vuoi che la rende ineguagliabile e unica nel suo genere. Chi mai avrebbe osato sfiorarla? Eppure proprio lei fu presa a martellate con una violenza inaudita. Fu un pazzo? Pare di sì ma a dirla tutta poco m’importa di quel tale lì… è il gesto che m’ha lasciato solo e disperato. Dinnanzi a tanto accanimento contro la bellezza eterea, raffinata e senza tempo mi ritrovai inerme alla stregua di quel marmo preso a martellate.

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Il giorno dopo il misfatto, il 22 maggio del 1972, l’Osservatore Romano chiedeva a gran voce ai suoi lettori ” Potrà il capolavoro michelangiolesco ritornare al suo primitivo aspetto?”. Me lo chiedevo anch’io ripetutamente, quasi fosse un mantra, in quelle ore tremende e tormentate.

I restauratori avrebbero fatto un lavoro impeccabile, ne ero certo. Ma lei, la mia Pietà, qualunque cosa fosse successo da allora in poi, non sarebbe più tornata ad esser la stessa. Oramai il marmo era stato intaccato per sempre. La sua continuità era finita e non c’era modo di rimediare. Una frattura riparata rimane comunque una frattura, un segno della follia umana a futura memoria.

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Laszlo Toth si accanì contro la mia opera sferrandole dieci colpi con un mazzuolo d’acciaio. Rimase sfregiata la nuca della Vergine, il volto e il lato sinistro del manto. La punta del naso non c’era più mentre gli occhi erano entrambi rovinati, rovinati per sempre. L’avambraccio sinistro si staccò di netto, cadde rovinosamente al suolo rompendosi in quattro pezzi. Un disastro completo, un dolore senza fine.

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Il restauro della Pietà venne affidato a Redig De Campos che in quel frangente era alla direzione dei Musei e delle Gallerie Vaticane. I lavori si protrassero per un anno intero. Non furono poche le difficoltà affrontate da tutta l’equipe. Intervenire in maniera così importante su un’opera permanentemente sotto l’attenzione di tutto il mondo non è certo cosa facile.

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La Pietà Vaticana dopo quel terribile giorno di maggio può essere osservata solamente a una distanza di sette metri, protetta da un vetro blindato. Non c’è dubbio che un po’ di poesia se ne sia andata e che la mia Pietà non sia più la stessa.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che ancora si meraviglia delle brutture del mondo e che non riposa affatto nell’altra orma dell’esistenza.

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Lettera al mì fratello

Ecco a voi una delle mie tante lettere arrabbiate che scrissi al mi’ fratello Bonarroto. Mi chiedeva soldi di continuo, manco fussi stato una banca o un milionario e nel corso della vita s’è litigato parecchio.

Roma, 24 luglio del 1512

Buonarroto, io non ò tempo da rrispondere alla tua, perché è nocte; e ancora quand’io avessi tempo, non ti posso rispondere resoluto per insino che io non vego la fine delle cose mia di qua. Io sarò questo setembre costà e farò quant’io potrò per voi, com’io ò facto insino a ora. Io stento più che uomo che fussi mai, mal sano e chon grandissima faticha; e pure ò patienza per venire al fine desiderato. Ben potete avere patientia dua mesi voi, stando dieci mila volte meglio che non sto io.Michelagniolo scultore in Roma.A Buonarroto di Lodovicho Simoni in Firenze.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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