Come probabilmente sapete, fra una scultura e l’altra, fra affreschi, disegni e versi, ho avuto anche il tempo per scrivere un mare infinito di lettere. La carta era preziosa, è vero, ma d’altro canto se volevo dir qualcosa a qualcuno che stava in una città diversa dalla mia l’unico modo efficace era quello di scrivere lettere.
Lettere di tutti i tipi e a persone di ogni rango sociale. Ho scritto ai papi e ai miei fratelli ma anche a conoscenti, amici e a persone che lavoravano per me alle cave. Insomma, se volete avere un’idea un po’ più chiara sulla mia vita, leggere le lettere vi aiuterà.
Chissà, forse vi sorprenderete nel trovarmi talvolta ironico o inguaribile romantico.
Ecco a voi una lettera che scrissi il 30 novembre del 1522 a Ser Giovan Francesco Fattucci. Avevo bisogno di rivolgermi a un suo amico sarto per una giacchetta che non mi calzava proprio a pennello ma mi stringeva e m’infagottava.
Firenze, 30 Novembre 1522
Ser Giovan Francesco mio karissimo, perché el primo sarto, chome sapete, non può actendere, e essendo quest’ultimo che io ò preso vostro amicho, vi prego mi rachommandiate a llui e gli diciate non facci, domenicha che viene, chome la passata, che non mi volse mai vedere quel g[i]ubbone in dosso, che forse l’arebe rachoncio in modo mi starebe bene; perché questi pochi dì che io 1’ò portato, m’à strecto molto forte, e massimo nel pecto.
Non so se me l’avessi guasto per rubarne; benché a mme par pure omo da fidarsene. Ora, questo è facto; per quest’altre cose, vi prego gli rammentiate un pocho el caso mio, e che abi gli ochi secho quando un’altra volta mi choglie più misure. Ché io non vorrei avere a mutar più bocteg[h]e.
Piglio sichurtà in voi. A riservire.A ore venti tre, e ognuna mi pare un anno.
Vostro fedelissimo schultore in Via Moza, presso al Canto alla [Macine]. Al mio caro ser Giovan Francescho chappellano in Santa Maria del Fiore. Firenze.
Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che oggi non metterà in naso fuori da Santa Croce.

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Pubblicato da Michelangelo Buonarroti
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