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Al mi babbo e al mi fratello

 Quello che vi propongo a seguire è un componimento poetico che dedicai al mi babbo che ormai non c’era più e al mi caro fratello passato a miglior vita: la peste non gl’aveva lasciato scampo.

Ancor che ‘l cor già mi premesse tanto,
per mie scampo credendo il gran dolore
n’uscissi con le lacrime e col pianto,
    fortuna al fonte di cotale umore
le radice e le vene ingrassa e ‘mpingua
per morte, e non per pena o duol minore,
    col tuo partire; onde convien destingua
dal figlio prima e tu morto dipoi,
del quale or parlo, pianto, penna e lingua.
    L’un m’era frate, e tu padre di noi;
l’amore a quello, a te l’obrigo strigne:
non so qual pena più mi stringa o nòi.

    La memoria ‘l fratel pur mi dipigne,
e te sculpisce vivo in mezzo il core,
che ‘l core e ‘l volto più m’affligge e tigne.
    Pur mi quieta che il debito, c’all’ore
pagò ‘l mio frate acerbo, e tu maturo;
ché manco duole altrui chi vecchio muore.
    Tanto all’increscitor men aspro e duro
esser dié ‘l caso quant’è più necesse,
là dove ‘l ver dal senso è più sicuro.

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    Ma chi è quel che morto non piangesse
suo caro padre, c’ha veder non mai
quel che vedea infinite volte o spesse?
    Nostri intensi dolori e nostri guai
son come più e men ciascun gli sente:

quant’in me posson tu, Signor, tel sai.
    E se ben l’alma alla ragion consente,
tien tanto in collo, che vie più abbondo
po’ doppo quella in esser più dolente.

    E se ‘l pensier, nel quale i’ mi profondo
non fussi che ‘l ben morto in ciel si ridi
del timor della morte in questo mondo,
    crescere’ ‘l duol; ma ‘ dolorosi stridi
temprati son d’una credenza ferma
che ‘l ben vissuto a morte me’ s’annidi.
    Nostro intelletto dalla carne inferma
è tanto oppresso, che ‘l morir più spiace
quanto più ‘l falso persuaso afferma.
    Novanta volte el sol suo chiara face
prim’ha nell’oceàn bagnata e molle,
che tu sie giunto alla divina pace.

    Or che nostra miseria el ciel ti tolle,
increscati di me, che morto vivo,
come tuo mezzo qui nascer mi volle.
    Tu se’ del morir morto e fatto divo,
né tem’or più cangiar vita né voglia,
che quasi senza invidia non lo scrivo.

    Fortuna e ‘l tempo dentro a vostra soglia
non tenta trapassar, per cui s’adduce
fra no’ dubbia letizia e certa doglia.
    Nube non è che scuri vostra luce,
l’ore distinte a voi non fanno forza,
caso o necessità non vi conduce.
    Vostro splendor per notte non s’ammorza,
né cresce ma’ per giorno, benché chiaro,
sie quand’el sol fra no’ il caldo rinforza.

    Nel tuo morire el mie morire imparo,
padre mie caro, e nel pensier ti veggio
dove ‘l mondo passar ne fa di raro.

    Non è, com’alcun crede, morte il peggio
a chi l’ultimo dì trascende al primo,
per grazia, etterno appresso al divin seggio
dove, Die grazia, ti prosumo e stimo
e spero di veder, se ‘l freddo core
mie ragion tragge dal terrestre limo.

    E se tra 1′ padre e ‘l figlio ottimo amore
cresce nel ciel, crescendo ogni virtute,
. . . . . . . . . . .

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti e i suoi antichi versi

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