Le mie sculture senesi: quattro su quindici

Le mie sculture senesi non sono note certo quanto il David o i Prigioni ma mi fecero tribolare parecchio. Fu una commissione complicata per diversi aspetti ma alla fine ruscii a portare a termine quattro piccole sculture alte 127 centimetri: il San Paolo ovvero quello che vedete nella foto, San Pietro, San Pio vescovo e San Gregorio papa.

Tutte e quattro le sculture vennero posizionate nelle nicchie laterali inferiori dell’altare Piccolomini del Bregno, all’interno del duomo di Siena dedicato a Santa Maria Assunta. Fu il cardinale Francesco Todeschini Piccolomini ad affidarmi quel lavoro ma il rapporto con lui fu assai complicato tanto quanto fu quello con i suoi eredi.

Il 5 giugno del 1501 firmai il contratto per la realizzazione di 15 sculture ma alla fine, come accennato prima, ne portai a termine solamente quattro. Mi portai dietro quella commissione non finita per tutta la vita. La questione rimase irrisolta con la famiglia Piccolomini molto a lungo e solo dopo la mia morte, il nipote Lionardo sistemò definitivamente la faccenda con gli eredi Piccolomini pagando una somma a risarcimento delle sculture non eseguite.

La committenza Piccolomini mi causò meno dolori di quella della Tomba di Giulio I ma fu comunque problematica, conflittuale, infinita e irrisolta fino all’ultimo giorno della vita mia.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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29 Giugno: San Pietro e Paolo

Oggi Roma è in festa: come ogni anno il 29 di giugno vengono ricordati i Santi Apostoli Pietro e Paolo. Due persone assai diverse fra di loro ma entrambe fondamentali per la Chiesa. Entrambi annunciarono il Vangelo nella città eterna e vennero martirizzati durante le feroci persecuzioni di Nerone. San Pietro fu crocifisso a testa in giù e poi sepolto nella via Trionfale in Vaticano mentre San Paolo venne infilzato con la spada e sepolto successivamente sulla via Ostiense.

Roma oggi li ricorda entrambi con numerosi eventi come per esempio lo spettacolo dei fuochi d’artificio noti con in nome di Girandola visibili da Piazza del Popolo. Durante la giornata invece verrà animato il lungotevere con un gran numero di stand eno-grastronomici tipici. Non mancheranno le cerimonie religiose per ricordare le vite e il martirio dei santi che Roma ha scelto come propri protettori.

Chi ama la musica potrà recarsi presso il Parco della Musica per ascoltare il repertorio della Saltarella eseguito dal fisarmonicista nonché etnomusicologo Sparagna assieme all’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium.

Buon onomastico a tutti i Pietro e i Paolo e buona festa ai romani. Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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San Pietro riconsegna le Chiavi a Cristo

San Pietro si protende verso Cristo intento a giudicare l’umanità tutta. Con le spalle un po’ abbassate quasi come fossero una sorta di riverenza figurata, gli restituisce la chiave d’oro e quella d’argento. Oramai il mondo è finito e non c’è più bisogno di legare o sciogliere ogni singolo legame sulla terra. Le chiavi, come sta scritto nel vangelo di Matteo, simboleggiano il potere di assolvere i peccati.

Se il Perugino anni prima affrescò con qualche aiuto la Consegna delle Chiavi a San Pietro nel registro mediano, io glie le feci restituire anni più tardi nel Giudizio Universale. Il volto di San Pietro ricorda quello di Papa Paolo III Farnese: il committente del grandioso affresco.

Dietro San Pietro fa la sua comparsa San Paolo con una fluente barba e pare intimorito da Cristo Giudice intento a separare le anime. Se aguzzate bene la vista, dietro Bartolomeo che tiene in mano la sua pelle, c’è Francesco Amadori, molto più noto alle cronache con il nome di Urbino.

“Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre” Matteo 25, 31-32.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che fra pochi minuti uscirà da Santa Croce per farsi un giro fra le meraviglie fiorentine.

Giudizio

 

San Paolo

Questo che vedete è lo studio di una figura assai interessante non così noto come altri disegni. Fa parte di quella che definii la tragedia della mia vita: la tomba di Giulio II. Il complesso scultoreo alla fine riuscii a terminarlo ma quello che ammirate oggi è solo una piccola parte del gigantesco monumento funebre a tutto tondo che avrei voluto fare. Mi mancò il tempo, mi mancarono i denari e alla fine mancò pure il committente.

Nel disegno potete vedere il San Paolo che avrebbe dovuto essere posta sopra il primo cornicione  della originale versione risalente al 1505 della gigantesca tomba di Giulio II. Con tutta probabilità la scultura sarebbe stata il pendant del Mosè e avrebbe dovuto avere le stesse imponenti dimensioni.

San Paolo qui appare come un giovane privo di barba ma probabilmente, quando disegnai il soggetto, ero molto più interessato a stabilire la sua posizione nello spazio piuttosto che delineare con precisione la fisionomia. Quella la avrei approfondita andando avanti con i lavori.

Prima di arrivare a questa lettura del disegno, presso l’inventario scritto a mano del Musée Condé del Castello di Chantilly, lo stesso era presentato come lo studio per uno dei profeti della Cappella Sistina. Successivamente studi più approfonditi hanno messo in luce il fatto che il disegno ha una probabile datazione anteriore agli studi per la volta della Sistina ed ecco che subito si è pensato al San Paolo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi studi

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Al lavoro per Piccolomini e il suo altare senese

Era il giugno del 1501 se ricordo bene quando il cardinale Francesco Todeschini Piccolomini volle affidarmi una commissione: quattordici sculture da inserire nell’altare che già aveva realizzato per lui Andrea Bregno. A dire il vero scolpire figure aventi dimensioni inferiori a quelle naturali non era proprio che m’andasse a genio. Se avessi saputo che da lì a poco avrei ricevuto ben altre commissioni probabilmente non avrei nemmeno accettato. Dato che però non si può prevedere mai ciò che accadrà il giorno dopo, accettai e mi misi subito all’opera per soddisfare le richieste del cardinale.

Piccolomini voleva a tutti i costi che il suo altare fosse realizzato nello spazio di pertinenza all’Arte dei Calzolai all’interno della navata sinistra del Duomo di Siena. Loro dopo un po’ di pressioni accettarono di cedere il posto al cardinale a patto che gli comprasse un altro spaio all’interno della Chiesa. Altro spazio libero però non ce n’era e Piccolomini si dovette arrendere e condividere i metri quadri disponibili con l’Arte dei Calzolai.

In realtà l’intera commissione dell’altare era stata data al Bregno ma dopo il 1486 iniziò a non sentirsi molto bene e decise di lasciare l’opera incompleta per tornarsene a Roma. Il cardinale allora decise di far fare le 14 sculture a quell’insopportabile del Torrigiani che scolpì solo il San Francesco tutt’oggi visibile nella parte alta a sinistra. Perchè abbia lasciato anche lui l’impresa non ne ho idea ma fatto sta che il 19 giugno del 1501, con il banchiere Jacopo Galli che aveva fatto da intermediario, la commissione venne data a me.

Insomma, in quel periodo pareva quasi che fossi l’ultima ruota del carro. A questo progetto lavoravo ma mica con tanta voglia. Era una roba di secondaria importanza e nel frattempo dovevo pensare al David.

Il cardinale Piccolomini successivamente salì sul trono di Pietro col nome di papa Pio III e 26 giorni dopo morì.

Era l’11 ottobre del 1504 quando mi impegnai con gli eredi del papa Piccolomini a terminare il lavoro ma alla fine riuscii a scolpire solo quattro delle quattordici sculture ovvero i santi Pio e Gregorio e gli apostoli Pietro e Paolo.

Per evitare di pagare penali per non aver concluso il lavoro e per non dover ascoltare i mugugni degli eredi Piccolomini vita natural durante, l’arcivescovo i Siena Francesco Bandini Piccolomini sciolse definitivamente il contratto nella prima metà del Cinquecento.

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Ricordando le fatiche della mia vecchiaia

Stasera sono rimasto dentro la Chiesa di Santa Croce. Non avevo voglia di avventurarmi per le strade fiorentine a caccia di sguardi rapiti dalle bellezze create dall’uomo in tanti anni di storia. Come mai? Non ve lo so dire.

Mi sembra di esser tornato al tempo in cui ero impegnato negli affreschi della Cappella Paolina. Mi pareva di non veder mai la fine e più che il lavoro andava avanti e più mi pareva che l’opera si dilungasse oltremodo.

Non ero in forze come quando affrescai la volta della Sistina o la parete del Giudizio Universale. I calcoli ai reni non mi lasciavano trovar poso e a volte dovevo stare a letto per diversi giorni di fila per riprender fiato dagli spasmi che mi provocavano.

La Conversione di Saulo fu l’affresco che conclusi per primo. Mi misi subito a preparare l’altra parete per realizzare la seconda opera: la crocifissione di San Pietro.

Sventura volle che un incendio scoppiato nello stesso anno divorò gran parte della Cappella. Per fortuna che di male andò assai bene e le pitture della Conversione furono risparmiate.

Paolo III morì prima di veder ultimata la sua preziosa commissione. Il successore però non mi concesse di decorare anche le altre pareti rimaste prive di ogni ornamento con storie che raccontassero la vita dei due Santi tanto amati dai fedeli.

Gregorio XIII affidò i decori successivi a Lorenzo Sabatini e a Federico Zuccari.

Il vostro Michelangelo Buonarroti, che difficilmente si arrende nonostante tutto e tutti.

Attualmente la Cappella Paolina è esclusa alle visite pubbliche perché a distanza di secoli dalla sua realizzazione, continua ad essere la Cappella privata del Pontefice in carica.

E’ un peccato che tanta bellezza non possa essere goduta appieno da chi ama l’arte.

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