Posto vacante in Piazza della Signoria

Questa foto che vedete me l’ha spedita Giorgio Lamberto qualche giorno fa. La conoscevo  già: sapete, di scatti dell’epoca non ce ne sono molti in giro. Da qualche parte me l’ero pure salvata ma, fra tutte le foto ammucchiate alla rinfusa che c’ho, trovarla non sarebbe stato semplice.

In primo piano c’è un’opera che tanto amo:  il Perseo del Cellini ma è il secondo piano a destare il maggior interesse in questo caso. Il posto del David è vacante: già era partito alla volta della Galleria dell’Accademia.

Lo scatto può essere datato fra l’agosto del 1873 e il 1910, quando finalmente sul’arengario di Palazzo Vecchio venne posizionata la copia scolpita da Arrighetti.

Insomma, una foto preziosa che testimonia un’epoca passata anteriore all’avvento delle due Guerre Mondiali.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Fra gli amici anche Benvenuto Cellini

Il Cellini era assai più giovane di me ma come non potevano interessarmi e appassionarmi le sue opere soprattutto in bronzo? Lui da me imparò assai osservando i miei lavori e ne fece tesoro. Ebbe una grande ammirazione per i cartoni della Battaglia di Cascina tanto da definirli poi come la “scuola del mondo”.

Benvenuto mio, io vi ho conosciuto tanti anni per il maggiore orefice, che mai ci si astato notizia: ed ora vi conoscerò per iscultore simile. Sappiate che messer Bindo Altoviti mi menò a vedere una testa del suo ritratto, di bronzo, e mi disse ch’ell’era di vostra mano: io n’ebbi molto piacere; ma mi seppe molto male, ch’ella messa a cattivo lume: che s’ell’avesse il suo ragionevole lume, la si mostrerebbe quella bell’opera ch’ell’è di uomo ch’è fra i sessanta e i settanta, deve e può corrispondere ad uno che i venti ha di poco oltrepassato. 

Questa lettera non la troverete nei tomi che raccolgono le mie né in nessun altro libro dove sono stati raccolti i carteggi che mi riguardano. La riportò solo il Cellini nella sua lunga e interessante autobiografia che, per tanti aspetti, assomiglia di più un auto incensamento. Scrissi questa breve carta al Cellini dopo che quasi per caso vidi una testa colpita da lui e mi piacque assai. Passai davanti casa del Bindo e lui mi invitò a entrare: mi voleva mostrare lo scrittoio al quale teneva tanto. Voltai lo sguardo e vidi quella testa scolpita nel marmo del Cellini: pregevole davvero.

La nostra amicizia, fra alti e bassi, proseguì per molti anni. Addirittura Cosimo I che non sapeva più in che modo convincermi a tornare a Firenze, lo mandò a casa mia a Roma sperando che mi facesse tornare in terra natia facendo leva proprio sulla nostra amicizia. Fece lo stesso anche con il Vasari ma come sempre, Cosimo I, dovette sentirsi dire un secco no per l’ennesima volta.

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Adunche a venir meno

  Qui son morto creduto; e per conforto
del mondo vissi, e con mille alme in seno
di veri amanti; adunche a venir meno,
per tormen’ una sola non son morto.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che da anni si sogna due giorni di fila senza far nulla

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