Foglietti, consigli e raccomandazioni

A differenza di altri artisti perlopiù di epoca moderna, io fui molto famoso, ben pagato e apprezzato anche in vita. Pensate un po’: pochi mesi prima della mia morte sia Cosimo I che papa Giulio III si erano preoccupati di salvaguardare il mio patrimonio artistico formato da carte, lettere, appunti e disegni. Temevano che persone a me vicine potessero impossessarsene subito dopo la mia morte per proporle poi sul mercato.

“E tornando a Michelagnolo, dico che innanzi la morte un anno incirca, avendosi adoperato il Vasari segretamente che ‘l Duca Cosimo de’ Medici operasi col Papa, per ordine di Messer Averardo Serristori suo imbasciadore, che, visto che Michelagnolo era molto cascato, si tenesse diligente cura di chi gli era attorno a governarlo e chi gli praticava in casa, che, venendogli qualche subito accidente, come suole venire a’ vecchi, facessi provisione che le robe, disegni, cartoni, modelli e danari et ogni suo avere nella morte si fussino inventariati e posti in serbo” (cfr. Barocchi 1962 vol I).

Grazie a questo interessamento per così dire speciale, nonostante i roghi che feci io con diverse carte e disegni, sono arrivati fino a voi documenti preziosi. Oltre ai disegni e alle numerose lettere del carteggio diretto e indiretto, spesso in collezioni private ci sono dei fogli assai curiosi che immortalano quasi come se fossero fotografie ante litteram la mia vita quotidiana. A volte son foglietti piccini nei quali ho scritto qualche appunto veloce da portare nel borsellino, sempre a portata di mano. Altre volte invece sono raccomandazioni scritte ai miei servitori, agli amici, ai parenti.

In un foglio in particolare raccomandavo a Pietro urbano di chiudere a chiave le porte e serrare bene le imposte a casa, di andare poco a giro e di mangiare in maniera parca. Insomma, questi foglietti sono uno spaccato della mia vita e sarebbe stato davvero un peccato se si fossero persi nei meandri della storia.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Foto di Andrea Iemolo

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Popolo ingrato che solo a’ iusti manca di salute

Dal ciel discese, e col mortal suo, poi
che visto ebbe l’inferno giusto e ‘l pio
ritornò vivo a contemplare Dio,
per dar di tutto il vero lume a noi.
    Lucente stella, che co’ raggi suoi
fe’ chiaro a torto el nido ove nacq’io,
né sare’ ‘l premio tutto ‘l mondo rio;
tu sol, che la creasti, esser quel puoi.
    Di Dante dico, che mal conosciute
fur l’opre suo da quel popolo ingrato
che solo a’ iusti manca di salute.
    Fuss’io pur lui! c’a tal fortuna nato,
per l’aspro esilio suo, co’ la virtute,
dare’ del mondo il più felice stato.

Il vostro Michelangelo Buonarroti che oggi comincia la giornata ricordando Dante.

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Il giovinetto Cecchino Bracci

Cecchino Bracci era un giovinetto dalle buone maniere, assai bravo che venne a imparar da me l’arte della scultura. Aveva solo sedici anni quando morì all’improvviso e lasciò vuota la mia casa.

Morì nel periodo in cui ero parecchio indaffarato con la progettazione della Piazza del Campidoglio. Suo zio Luigi del Riccio mi pregò di realizzare una bella tomba per il ragazzo e così ne disegnai una assai semplice ma raffinata. L’esecuzione però la affidai poi con tutta probabilità all’Urbino e se volete vederla potete andare direttamente nella chiesa dell’Aracoeli a Roma.

Scrissi per Cecchino Bracci una cinquantina di versi o meglio, degli epitaffi in rima. Luigi del Riccio s’era messo in testa di pubblicare questi miei scritti unendoli a quelli di altri poeti come il Grazzini e il Giannotti ma mi opposi con tutte le forze. Solo molti anni dopo dopo la mia morte i versi per il Bracci vennero resi pubblici con la pubblicazione di tutte le poesie mie.

 

 – Se qui cent’anni t’han tolto due ore,
un lustro è forza che l’etterno inganni.
    – No: che ‘n un giorno è vissuto cent’anni
colui che ‘n quello il tutto impara e muore.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi discorsi quasi quotidiani

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I fratelli Ghirlandaio mi pagavano pure

Forse ai vostri tempi sarei stato considerato un bimbetto prodigio. Il mi babbo mi voleva a tutti i costi far studiar grammatica perché secondo lui solo così avrei trovato un lavoro da omo serio. Invece nulla, non ne volevo sapere nemmeno a son di botte. Lui mi ci mandò per forza ma ero più testa dura di lui: volevo scolpire, disegnare, imparare a macinare i colori.

Ebbene, alla fine vinsi io e mi mandò a bottega da Domenico e Davide di Tommaso di Currado Bigordi, meglio noti alle cronache come i fratelli Ghirlandaio. Proprio in quel frangente stavano lavorando agli affreschi di Santa Maria Novella a Firenze.

In genere i bimbetti come me mica venivano pagati: l’insegnamento che apprendevano era tutta la loro ricompensa!

Invece io venivo pagato, poghino ma venivo pagato. Era un onore non da poco visto che i Ghirlandaio godevano di un’ottima fama. Il primo aprile del 1488 il mi babbo stipulò un contratto con i due sottoscrivendo che avrei dovuto fare quello che mi comandavano e sarei rimasto fino a quando non avessi imparato perbene i rudimenti della pittura. Quanto mi davano? 24 fiorini spalmati in tre anni. Non sarà stato tanto ma mi pareva una gran fortuna.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che con l’approssimarsi della data del su’ compleanno ha voglia di ricordare i tempi andati.

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Sposalizio della Vergine realizzato dai fratelli Ghirlandaio nella Cappella Tornabuoni in Santa Maria Novella. Come macinavo bene i colori io… ah!