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Io nel libro ‘Michelangelo’ di Bredekamp: un’opera ambiziosa, ma non definitiva

In questi giorni ho avuto modo di leggere uno degli ultimi libri a me dedicati usciti prima di Natale: ‘Michelangelo’ di Horst Bredekamp. Un’opera importante ma che mostra a mio avviso alcuni punti deboli che non posso non segnalare.

Come preannunciato da Andreas Beyer sulla fascetta editoriale, il libro ‘Michelangelo’ di Horst Bredekamp edito da Castelvecchi ambisce a imporsi come la monografia definitiva su di me. L’intento è dichiaratamente alto e l’impresa, per vastità e ambizione, merita senza dubbio attenzione. Tuttavia, pur riconoscendo l’importanza del lavoro, non posso evitare di sollevare alcune perplessità di fondo: il libro a mio avviso non riesce a raggiungere pienamente l’obiettivo che si prefigge.

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Punti di forza

Tra i punti di forza dell’opera va innanzitutto segnalata l’ampiezza della visione storico-artistica di Bredekamp. L’autore dimostra una straordinaria capacità di inserirmi all’interno di un contesto intellettuale e culturale europeo di lunga durata, mettendo in dialogo tutta la mia produzione artistica con la teoria dell’immagine, la filosofia naturale, la cultura antiquaria e un’attenta riflessione sul potere delle forme.

Bredekamp insiste sul mio ruolo come pensatore visivo, capace di elaborare attraverso la forma scultorea e grafica autentiche teorie della vita, del corpo e del movimento. In questa direzione il volume si distingue per originalità interpretativa e per il proporre letture non convenzionali, talvolta stimolanti anche quando non pienamente condivisibili.

L’apparato iconografico è ricco e accurato. Mi piace la scelta di aver inserito foto sia a colori che in bianco e nero per mettere in evidenza i dettagli delle opere proposte.

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Punti di debolezza

Accanto a questi meriti, emergono tuttavia limiti significativi. Il più rilevante è senza dubbio la quasi totale assenza della questione delle cave e della scelta dei marmi, trattata come un fattore secondario. La selezione del materiale da scolpire fu per me un momento cruciale del processo creativo. Mi sarei aspettato perlomeno venissero citati correttamente i nomi dei siti di estrazione, che venisse fatta una netta distinzione tra i periodi in cui scelsi di andare a Carrara e quello in cui fui obbligato ad andare a cavare marmi nelle pertinenze di Seravezza, obbligato da papa Leone X de’ Medici.

In alcuni punti ho trovato che alcuni temi trattati siano poco approfonditi. Non si va cenno per esempio alla perdita della coppa del Bacco in tempo remoti e viene solo accennata l’amputazione del Cristo portacroce di Santa Maria sopra Minerva: non viene chiarito infatti né il contesto, né la cronologia, né la responsabilità dell’intervento, lasciando una questione fondamentale completamente irrisolta.

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Particolarmente controversa risulta poi la questione delle attribuzioni dei disegni. Bredekamp si discosta in modo sistematico da una tradizione critica autorevole che comprende lo studio dei disegni effettuati da Charles de Tolnay a Thode, fino a Wilde, attribuendo a mani diverse o addirittura a ignoti numerosi fogli storicamente riconosciuti come miei. In diversi casi, tali disegni vengono ricondotti ad artisti a me vicini o interpretati come copie di originali perduti, realizzate da figure come Giulio Clovio o da Antonio Mini.

Giusto per citarvi qualche esempio, di segni emblematici come il Baccanale dei putti, la testa di Zenobia o le due teste di Cleopatra, una sul recto e l’altra sul verso dello stesso foglio conservato alle Gallerie degli Uffizi, secondo Bredekamp non sono opere di mano mia.

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Un’ulteriore criticità riguarda l’interpretazione del David, descritto come caratterizzato da mani e capo sproporzionati. È vero che realizzai volutamente una testa e mani di dimensioni maggiori, ma ciò non equivale a una sproporzione anatomica in senso stretto. Come dimostrato dalla documentazione scientifica redatta dagli anatomo-patologi Bernabei e Gulisano, sotto la direzione del Polo Museale Fiorentino al tempo diretto da Paolucci, le analisi di anatomia visiva condotte sul David, sul Crocifisso di Santo Spirito e successivamente su quello Gallino confermano una coerenza anatomica tutt’altro che casuale o erronea.

Infine, risulta difficile condividere il rifiuto della mia paternità relativa al Crocifisso di Santo Spirito, posizione che appare in contrasto con una vasta tradizione critica e con dati materiali che meriterebbero un confronto più approfondito.

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Cosa ne penso dunque di questo libro?

Le critiche che ho mosso al volume non tolgono che il libro di Bredekamp sia, nel complesso, un’opera importante e stimolante. Si tratta di un contributo di alto livello e di un libro ben scritto.

Tuttavia, proprio per la sua ambizione di essere una monografia definitiva, l’opera mostra limiti che non possono essere ignorati. In molti punti, il lettore specialista si trova legittimamente in disaccordo con le posizioni dell’autore, che talvolta privilegia l’interpretazione teorica a scapito dei dati storici, materiali e documentari.

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Horst Bredekamp: accenni biografici

Horst Bredekamp (Kiel, 1947) è uno storico dell’arte tedesco tra i principali teorici della Bildwissenschaft. Professore all’Università Humboldt di Berlino, ha sviluppato un approccio interdisciplinare che indaga il ruolo delle immagini come strumenti di conoscenza e di azione. I suoi studi spaziano dal Rinascimento italiano all’arte e alla scienza moderna, con importanti contributi su di me, Leonardo e Galileo. Autore di numerosi volumi tradotti in più lingue, è una figura centrale nel dibattito internazionale sulla teoria dell’immagine.

Per il momento il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta dandovi appuntamento ai prossimi post e sui social. A proposito, il libro Michelangelo lo trovate qua.

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