La Pasqua nell’arte

È il giorno della resurrezione, della vita sulla morte. “Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: – è risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete-. Ecco, io ve l’ho detto” disse l’angelo a Maria Maddalena e all’altra Maria secondo il Vangelo di Matteo.

Nel mondo dell’arte la Pasqua è stata raffigurata in molti modi diversi dai più grandi artisti di sempre. Fra le rappresentazioni più note il primato spetta di diritto all’affresco di Piero della Francesco  a Sansepolcro, realizzato fra il 1450 e i 1463. Optò per una composizione assai statica. Osservate bene l’immagine a seguire: dalla parte sinistra desolazione e morte mentre alla destra appare una rigogliosa natura, simbolo di vita e speranza.

 

Piero della Francesca

 

 

Anche Tiziano volle confrontarsi con un soggetto così importante per la cristianità. iniziò a lavorare all’opera che vedete a seguire nel 1520 e la terminò un paio di anni più tardi. In riquadri diversi Cristo risorge e ascende al cielo.

 

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Molto particolare è la Resurrezione di Rembrand nella quale il pittore fa uscire Cristo dal sepolcro mentre viene assistito da un angelo che rischiara le tenebre con la sua luce divina. E’ un olio su tela visibile presso l’Alte Pinakothek di Monaco.

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Nella Resurrezione di Cristo dipinta a olio su tela di Rubens, Nostro Signore esce dal sepolcro in maniera trionfante. I segni della passione sono appena accennati e non hanno intaccato la bellezza del suo Corpo. Con una mano regge presumibilmente il vessillo crociato del quale però si vede solamente l’asta. La corona di spine non è più sul capo ma viene tenuta da due angioletti in volo. La luce emanata da Cristo rischiara la scena e illumina le altre figure presenti.

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Prima di lasciarvi augurando a tutti voi una Buona Pasqua, vi saluto con un mio disegno della Resurrezione di Cristo. Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Il Venerdì Santo dipinto e scolpito

“E Gesù, avendo di nuovo gridato con gran voce, rese lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo; la terra tremò e le rocce si spaccarono” dal vangelo di Matteo.

Il Venerdì Santo è stato raffigurato in tanti modi differenti da un gran numero di artisti. E’ uno dei temi più ricorrenti nel quale si sono cimentati da Raffaello a Lorenzo Lotto, dal Rosso Fiorentino al Pontormo. Anche io ho dato il mio contributo con Pietà scolpite e un gran numero di Pietà, Deposizioni e Crocifissioni disegnate.

Per ricordare questa giornata di lutto così particolare, oggi voglio riproporvi alcune opere molto note che raffigurano i momenti più importanti del Venerdì Santo.

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Questa è la Deposizione di Raffaello Sanzio, nota anche come la Deposizione Borghese. Si tratta di un dipinto a olio su tavola fortemente ispirato dalla probabilmente mia Deposizione del Cristo nel Sepolcro. Certi atteggiamenti dei personaggi sono quasi sovrapponibili a quelli che ideai io. Non è una novità quella che Raffaello spesso e volentieri per così dire si “ispirasse” alle mie opere copiando spudoratamente.

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Questa invece è la Pietà del Rosso Fiorentino che si trova al Louvre. Un dipinto su tavola trasferito poi su tela. Venne dipinta in Francia alla corte di Francesco I per il connestabile Anne de Montemorency. E’ un pietà molto intensa e struggente nella quale il volto del Cristo appare sofferente anche se non appaiono evidenti i segni della crocifissione.

A seguire vi propongo la Crocifissione di Lorenzo Lotto: un olio su tela visibile presso la chiesa di Santa Maria della Pietà in Telusiano, a Monte San Giusto, in provincia di Macerata. Cristo in mezzo ai ladroni è l’unico che ha una posa composta: gli altri due crocifissi presentano atteggiamenti insoliti degni di nota.

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Come ultima vi propongo la Deposizione nel Sepolcro di Tiziano, o meglio, quella di Madrid perché ne realizzò più di una. L’opera venne commissionata da re Filippo I di Spagna nel 1559 e può essere ammirata presso il Museo del Prado, a Madrid. Nocodemo sorregge le spalle del Corpo del Cristo oramai esanime.

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Il Compianto sul Cristo morto più particolare è sicuramente quello ideato e realizzato da Niccolò dell’Arca in terracotta. L’opera si trova nella chiesa di Santa Maria della Vita a Bologna ed è un capolavoro assoluto. Sei figure, a grandezza naturale, si disperano guardando il Corpo di Cristo steso a terra privo del soffio vitale.

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Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta lasciandovi con un dettaglio della mia Pietà Rondanini.

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Opere da tener segrete

Allora come oggi c’era sempre chi cercava nuove idee avute da altri per realizzare opere proprie. Raffaello era uno dei tanti e, poiché amava particolarmente le creazioni mie ma anche per altre ragioni che non sto adesso a raccontarvi, non mi andava proprio a genio.

Fatto sta che quando mettevo mano a un’opera innovativa speravo sempre mi stesse alla larga. Tanto lo sapevo già che dopo un po’ avrei rivisto i suoi personaggi negli atteggiamenti che io avevo studiato e messo a punto con non poco impegno.

Sapete, per evitare che lui ma anche altri artisti contemporanei mi copiassero la composizione della Madonna di Bruges, la tenni nascosta da sguardi indiscreti fino al momento della spedizione a Livorno verso la sua destinazione finale nelle Fiandre.

Scrissi anche una lettera al mi babbo nella quale gli chiedevo di non mostrarla ad alcuno: “Prego voi che duriate un pocho di fatica in questa dua cose, cio è in fare riporre quella cassa al coperto in luogo sichuro; l’altra è quella nostra Donna di marmo, similmente vorrei la faciessi portare chostì in casa e non la lasciassi vedere a persona…io non vi mando e’ danari per queste dua cose, perché stimo sia piccola cosa”.

Nemmeno il Vasari e il Condivi videro l’opera di persona e fanno riferimento all’opera in maniera sommaria e il Vasari né da una descrizione tanto fantasiosa quanto inesatta.

Nonostante tutte le precauzioni prese mi sa tanto che Raffaello comunque riuscì a vederla prima che espatriasse. Ancora mi domando come abbia fatto eppure, la sua Madonna del Cardellino ha la medesima composizione della mia Madonna di Bruges.

Da questa parte dell’esistenza ancora Raffaello non l’ho visto. Non credo gli sia toccato andare all’inferno, troppa grazia ha lasciato per finire in un posto così oscuro. Sicuramente starà da qualche parte dove è sicuro che io mai andrò…già sa che due spiegazioni me le deve.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi racconti.

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La Deposizione nel Sepolcro

La Deposizione nel Sepolcro è una di quelle opere che fanno molto discutere per la sua attribuzione. Si trova esposta alla National Gallery di Londra e il suo stato di incompletezza rende assai difficile risalire con certezza al’autore. Fatto sta che in molti sostengono che sia mia tenendo in considerazione differenti fattori come documenti dell’epoca, copie delle pose dei personaggi da parte di celebri artisti ( quando si tratta di copiare c’è sempre Raffaello in mezzo), disegni, stesura dei colori e scelta della tavolozza.

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Si presume che questa tavola possa essere quella citata in un documento bancario che attesta il fatto che io, il 2 Settembre del 1500, venni pagato dai frati agostiniani sessanta ducati per un dipinto su tavola da collocare in Sant’Agostino a Roma. In un altro registo agostiniano si faceva riferimento a quest’opera come pala d’altare destinata alla cappella di Giovanni Ebu, vescovo di Crotone. In tutti i documenti rinvenuti non c’è alcun accenno al soggetto della tavola però, dato che si trattava di una cappella funebre, una Pietà o una Deposizione mi pare più che appropriata.

Cosa non da poco, gli esecutori delle volontà testamentarie del vescovo Ebu, erano molto vicini a Riario che in quel frangente era proprio il mio protettore. La tavola in questione però mai fu collocata nella cappella di destinazione e restituì i danari ricevuti. Perché non consegnai il lavoro ai committenti? Forse non l’avevo concluso per lasciar spazio a commissioni più importanti? E’ probabile…e la Deposizione della National Gallery è incompleta. Un caso? Forse, ma io al caso mica c’ho mai creduto.

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Nella collezione Farnese, in un inventario del 1644, la tavola compare autografa mia con la dicitura “Christo condotto al sepolcro“. Successivamente venne venduta a Robert Macpharson e poi entrò, anni dopo, alla National Gallery. Fu Zeri il primo a mettere in dubbio che quest’opera l’avessi realizzata io. Successivamente, studi approfonditi condotti da Hirst e da altri esperti, hanno invece confermato la paternità.

Esiste anche un disegno mio conservato al Louvre che raffigura la donna in ginocchio in primo piano. Ci sarebbe da scrivere per ore analizzando tutti i unti che sono stati presi in considerazione per l’attribuzione di questa pala. Voi scervellatevi ancora nel capire se quest’opera sia mia o meno, io mi vado a preparare un caffè ma parecchio corretto visto che la colonnina di mercurio è scesa di parecchio sotto la soglia di guardia.

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San Giovanni

Oggi in quel di Firenze è festa grande e anche i turisti partecipano alla gioia cittadina. Eh già, anche quest’anno siamo arrivati già al giorno di San Giovanni: uno dei più attesi per tutti i fiorentini un po’ perché è il Santo Patrono e un po’ perché si gioca la finale del Calcio Storico proprio qui, davanti alla Chiesa di Santa Croce. Quest’anno se la giocheranno fino all’ultimo cazzotto i Bianchi di Santo Spirito contro gli Azzurri di Santa Croce. Per me alla fine dei conti è un po’ come il derby già che a Santo Spirito ci passai parte della gioventù squartando corpi e studiando  le loro anatomie mentre a Santa Croce oramai risiedo da secoli e secoli.

San Giovanni a Firenze lo potete vedere ovunque. Soprattutto nei dipinti ma anche nelle sculture è una figura ricorrente. I committenti fiorentini ci tenevano al loro Santo protettore e agli artisti più celebri soprattutto del Quattrocento e del Cinquecento chiedevano di inserirlo nelle opere richieste.

Beh anch’io ho scolpito e dipinto San Giovannino ovvero San Giovanni da bimbetto assieme alla Madonna e al suo Figlioletto.

Leonardo da Vinci ne dipinse uno in posa assai inusuale per Giovanni Benci nel 1505 che adesso si può ammirare al Louvre. Il dito levato al cielo indica la Croce di Cristo che trattiene con la mano destra.

 

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Per citarvi tutti i San Giovanni presenti a Firenze non mi basterebbero le prossime quattro giornate. Celebre è anche la Madonna col Cardellino di Raffaello. Accanto alla Vergine seduta ci sono Gesù Bambino e San Giovannino che gli porge un cardellino. Questo dipinto su tavola fu commissionato dal ricco Lorenzo Nasi, un commerciante di tessuti di lana, per regalare alla futura sposa Sandra Canigiani.

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La tela a seguire invece è del Botticelli. Si tratta de La Madonna col Bambino e San Giovannino attualmente conservata nella Galleria Palatina. La dipinse nel 1495 o almeno è quanto sembra perché non tutti sono concordi nell’attribuzione di questa opera all’artista.

 

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Per il momento vi lascio ai vostri impegni quotidiani in questa giornata ricca di eventi qui a Firenze. Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

Giovanni quando se lo vide davanti disse: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!” e a Gesù: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” e Gesù: “Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia”.

Il Venerdì Santo nell’arte

Oggi è Venerdì Santo, il giorno nel quale si ricorda la Passione di Cristo. La condanna, il Calvario, la Crocifissione e la Deposizione sono state raffigurate e scolpite da decine e decine di artisti nel corso dei secoli. Da Giotto a Caravaggio, da Raffaello a Ciseri, da De la Croix a Dalì: in epoche diverse ciascuno ha voluto dare il proprio contributo, spesso su commissione, a questo giorno tanto importante per la cristianità.

Anch’io c’ho messo del mio con le tre pietà scolpite, qualche crocifissione disegnata e molto altro ancora. Se oggi vi parlassi di tutte le opere attinenti alla Passione che sono state realizzate nel corso dei secoli 24 ore non mi basterebbero. Ve ne cito alcune fra le più note tralasciandone molte altre comunque celeberrime.

Fra le Pietà più note sicuramente c’è la mia che realizzai da ragazzo: la Pietà Vaticana. Chi non conosce quel viso della Madonna addolorato ma non straziato? Quel corpo del Cristo poi che sembra aver appena perso il soffio vitale, abbandonato sulle ginocchia della Madre.

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La Deposizione che invece vi propongo a seguire è quella dipinta dal Pontormo ubicata nella Chiesa di Santa Felicita a Firenze. Fu Ludovico Capponi nel 1525 a commissionare al Pontormo la decorazione della cappella di famiglia appena acquistata. L’artista ideò questa pala d’altare, molto studiata e osservata nei secoli a venire. La decorazione dell’intera cappella Capponi venne protetta con pannelli di legno fino alla completa esecuzione. Quando nel 1528 si conclusero i lavori, Firenze rimase affascinata dal lavoro del Pontormo.

 

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Fra le più note deposizioni c’è sicuramente quella dipinta da Raffaello, conosciuta come Pala Baglioni o Deposizione Borghese. Si tratta di  un dipinto a olio su tavola conservato presso la Galleria Borghese a Roma realizzato nel 1507. In basso a sinistra, proprio sopra il gradino roccioso, l’artista volle firmare la sua opera con il suo nome e la data del termine dei lavori: RAPHAEL URBINAS MDVII.

Quest’opera venne commissionata da Atalanta Baglioni per ricordare il figlio ucciso e venne eseguita dopo una lunga elaborazione da parte dell’artista. Sono innumerevoli i disegni che realizzò prima della sua esecuzione che tutt’oggi si conservano sia in gallerie italiane che estere. In origine questa Deposizione si trovava nella cappella della famiglia committente all’interno della Chiesa di San Francesco da Prato. Il successo di questo lavoro fu tale che l’anno seguente Raffaello fu chiamato a Roma da quel gran mecenate e guerrafondaio di Papa Giulio II.

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Questa che vedete sopra è la Crocifissione dipinta a olio su tela dal Tintoretto nel 1565 ed è visibile presso la Scuola Grande di San Rocco a venezia.

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La mia carrellata di opere dedicate al giorno del Venerdì Santo prosegue con la superba Deposizione di Caravaggio conservata presso la Pinacoteca dei Musei Vaticani. Quest’oper venne commissionata da Girolamo Vittrice per la cappella dedicata proprio alla Pietà ubicata in Santa Maria in Valicella a Roma. La Deposizione rimase nella sua collocazione originaria fino al 1797 quando dopo il Trattato di Tolentino, venne tolta dalla Chiesa e trasferita a Parigi da Valadier. Successivamente entrò a far parte del Musée Napoleon ma poi venne restituita nel 1816 e collocata dove tutt’ora si trova.

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Le opere che raccontano gli episodi del Venerdì Santo sono innumerevoli e come già vi ho accennato, menzionarle tutte sarebbe un lavoro certosino che richiederebbe ore e ore di lavoro. La mia carrellata termina qua ma solo dopo avervi mostrato un’opera che mi sta molto a cuore: Ecce Homo di Ciseri. Fu commissionata all’artista dal Governo Italiano nel 1870. Prima di metter mano alla tela, Ciseri realizzò innumerevoli disegni preparatori e studiò a fondo lo schema compositivo.

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Lavorò costantemente all’opera fino alla morte sperando di ottenere l’approvazione da parte di tutti. Così effettivamente fu e dopo l’esposizione postuma pubblica l’opera riscosse molto successo. L’inquadratura scelta per il soggetto è paragonabile a fotografia moderna. In primo piano si vede Pilato di spalle che propone alla folla lo scambio tra Barabba e Gesù. I dettagli più minuti come i bassorilievi sulla colonna in secondo piano, vennero dipinti con la massima attenzione. Ecce Homo è conservato a Firenze nella Galleria di Arte Moderna presso Palazzo Pitti.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta e se ne va ad ammirare lo splendido sepolcro che è stato allestito nella Cappella dei Principi del San Lorenzo, qui a Firenze.

 

 

Perché due miei schiavi sono al Louvre? Ve lo racconto io

Le collezioni presenti nei importanti musei di scultura e pittura presenti nel mondo sfoggiano sempre opere di autorevoli artisti italiani. Non sono pochi i capolavori che nel corso dei secoli sono stati impropriamente sottratti all’Italia. Alcuni però hanno varcato i confini in maniera del tutto lecita e consensuale.

Perché vi racconto queste cose oggi? Beh, spesso mi capita di leggere commenti non troppo lusinghieri sulla mia pagina Facebook relativi ai prigioni che si trovano al Louvre. Vorrebbero fossero restituiti all’Italia ma evidentemente non hanno nessuna idea di come siano arrivati in terra francese. Ebbene, quei prigioni lì hanno varcato i confini da parecchio e non c’è stata alcuna sottrazione illecita.

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Iniziai a scolpire questi due schiavi per la prima versione della Tomba di Giulio II e fui costretto a modificarne alcune parti in corso d’opera a causa di un notevole ridimensionamento di tutto il complesso monumentale. Dopo l’accordo che strinsi con i Della Rovere, successori del Papa oramai defunto, queste due grandi opere non sarebbero più servite al progetto così le abbandonai incompiute nella mia casa romana di Via Macel de’ Corvi.

Dopo il 1546 volli donarle questi schiavi a Roberto Strozzi come segno di immensa gratitudine per avermi accolto in casa sua durante i miei lunghi e travagliati periodi di malattia. Lo Strozzi venne esiliato a Lione e decise di portarsi dietro a proprie spese le sculture. Dopo aver passato un periodo nelle proprietà del connestabile di Montmorency, gli schiavi vennero collocati all’interno delle nicchie del castello di Ecouen, vicino a Parigi.

Addirittura potete vederli dipinti da Jacques Androuet Curceau nella sua veduta Des plus Excellent batiments de France risalente al 1578.

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Nel 1632 gli schiavi vennero regalati al cardinale Richelieu che li trasferì all’interno di un suo castello a Poitier. Lì li vide anche GianLorenzo Bernini qualche anno più tardi, nel 1665.

Nel 1749 vennero portati al Pavillon de Hanovre di Parigi e messi in vendita 44 anni più tardi. Quasi subito vennero requisiti dal governo rivoluzionario ed entrarono a far parte delle splendide collezioni del Louvre un anno dopo ovvero nel 1794.

Tutt’oggi lo Schiavo Morente e lo Schiavo Ribelle fanno bella mostra di sé nel visitatissimo museo del Louvre assieme alla Gioconda di Leonardo da Vinci, alla Crocifissione del Mantegna, all’Amore e Psiche di Canova, alla Deposizione di Cristo di Raffaello, alla Pietà del Rosso Fiorentino, a San Giovannino nel deserto di Raffaello e assieme a molte altre opere italiane arrivate in Francia sia in modo anomalo sia in maniera del tutto lecita.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Troppi angoli bui nella Basilica di San Pietro del Sangallo

Nel 1546, dopo che Antonio da Sangallo il giovane passò a miglior vita, il papa in carica quasi mi obbligò a occuparmi del progetto della nuova Basilica di San Pietro. All’inizio mi rifiutai ma poi cedetti alla sua insistenza. Le difficoltà che avrei dovuto affrontare non erano certo di poco conto e oramai ero già parecchio in là con gli anni.

La parte iniziale del progetto fu eseguita dal Bramante su commissione di papa Giulio II. A lui succedettero i più noti e promettenti artisti del tempo quali Raffaello, Fra Giocondo e Giuliano da San Gallo. Alcuni di loro erano decisamente a favore del progetto a croce latina mentre altri avrebbero una forma a croce greca.

Papa Paolo III si rivolse all’esperienza di Antonio da Sangallo il giovane nel 1535, affinché riprendesse in mano le redini del progetto. La costruzione della basilica proseguì proprio secondo il suo progetto fino alla sua morte avvenuta soli tre anni più tardi.

Avevo settantuno anni quando Paolo III mi diede in mano le redini della Basilica di San Pietro. L’età si faceva sentire ma nonostante ciò il primo gennaio del 1547 venni nominato in via ufficiale sovrintendente della costruzione della Basilica di San Pietro.

Il progetto originario del Sangallo faceva acqua da tutte le parti. Non solo era brutto ma pure poco funzionale e addirittura pericoloso. Non sopportavo il fatto che presentasse nicchie ovunque e un gran numero di ambulacri.

“Tanti angoli bui e nascosti…che offrivano l’opportunità di consumare infamie di ogni genere, come servire da rifugio ai fuorilegge…violentare le monache e commettere altri crimini, tanto che alla chiusura della chiesa sarebbero stati necessari venticinque uomini per frugare in ogni andito”

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che ideò una basilica dalla forma più compatta senza frammentare eccessivamente gli spazi interni.

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La volta della Sistina e le sue difficoltà

La cappella fatta realizzare da Papa Sisto IV a partire dall’anno 1477, nota con il nome di Sistina non a caso, aveva una forma piuttosto regolare. Era lunga tre volte la sua larghezza ed è alta metà della sua lunghezza. La volta a botte che avrei dovuto affrescare con le storie della Genesi era pari a 1200 metri quadrati.

Il lavoro che mi si prospettava dinnanzi era grandioso ma le sfide erano il mio pane quotidiano e non potevo certo sottrarmi. Mica potevo permettermi che un’opera così importante fosse affidata a quel giovanetto di Raffaello?

Le difficoltà che avrei trovato sarebbero state parecchie ma non sarebbero bastate a farmi detenere da quell’opera che avrebbe dato lustro a tutto il papato.

La forma della volta a botte avrebbe deformato le figure e quindi le avrei dovute affrescare di conseguenza. Dal basso la loro illusione prospettica le avrebbe rese proporzionate e la volta avrebbe assunto un aspetto decisamente più curvo.

Fino a quel momento non avuto grandi esperienze con la tecnica dell’affresco se non nella bottega dei Ghirlandaio.

I pigmenti stesi sulla superficie bagnata dell’intonaco hanno sempre un colore diverso da quello che poi assumeranno una volta che la parete si sarà asciugata completamente. L’effetto definitivo poteva essere visto solo a distanza di parecchi giorni dalla sua esecuzione. Insomma, le difficoltà sarebbero state parecchie ma alla fine ogni sforzo, contrattempo e difficoltà ha dato i suoi frutti.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti ricordando gli affreschi della volta della Sistina.

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La Basilica di San Pietro

Ho messo lo zampino anche nella progettazione della Basilica di San Pietro, in Vaticano. Pensate che le fondamenta della più antica basilica risalgono addirittura al 324 d.C. Il complesso fu edificato proprio sul luogo del martirio del Santo ma agli inizi del Sedicesimo secolo l’edificio originario fu raso al suolo per la costruzione della nuova Basilica. L’intenzione era quella di creare una Chiesa talmente grande, sontuosa e impattante da divenire il centro nevralgico di tutta la cristianità. Avrebbe dovuto parlare del potere temporale della Chiesa più che di quello spirituale e incutere timore a chiunque si fosse trovato al suo cospetto.

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La realizzazione della Basilica di San Pietro è stata complessa e lunga. Giulio II chiese aiuto a quel rospo del Bramante… non me ne volgiate ma non l’ho mai sopportato. Lui non terminò la parte strutturale e così i papi che si avvicendarono affidarono l’incarico a una successione di artisti fra i quali c’erano Raffaello, Antonio da Sangallo,il Peruzzi e ovviamente me.

…e poi c’è chi ha la sfrontatezza di dirmi che son stato tirchio. Ma quando mai? Accettai di lavorare al San Pietro come espiazione per i miei peccati e non volli un solo ducato in compenso. Si, ho lavorato gratuitamente per realizzare questo ambizioso progetto.

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Fu Papa Paolo III a commissionarmi i lavori della fabbrica di San Pietro nel 1547. Avevo già 72 anni, età molto avanzata se considerate l’epoca. La stessa cosa m’era stata proposta una cinquantina d’anni prima ma avevo rifiutato. Non è per vanagloria che vi dico che il mio contributo fu fondamentale. Anch’io non terminai il progetto però, oltre alla struttura interna e alla facciata, ideai la cupola ispirandomi a quella che anni prima ideò il Brunelleschi per Santa Maria del Fiore a Firenze.

Tuttavia la mia cupola non è quella esterna che potete ammirare oggi bensì quella interna.

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Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti