Michelangelo Pittore

Oggi voglio tornare a parlare di libri belli, di quelli che vale la pena acquistare, leggere, guardare, toccare e poi rileggere tutte le volte che si desidera per cercare cose dimenticate o solo per il gusto di farlo. Se mirate ad approfondire la conoscenza sui miei lavori pittorici, “Michelangelo Pittore” è il volume che fa al caso vostro. Anche questo, alla stregua di “Michelangelo Scultore” , è stato scritto da Cristina Acidini, attualmente alla presidenza dell’Accademia delle Arti del Disegno ovvero la più antica accademia di belle arti del mondo che è stata fondata a Firenze nel lontano 1563.

La Acidini ben conosce i lavori e la vita mia e in questo volume racconta tutto quello che c’è da sapere sulla pittura: dalla copia tratta dall’incisione di Martin Schongauer fino agli affreschi della Cappella Passando per le tavole di attribuzione ancora molto discussa, il Tondo Doni e gli affreschi della Sistina.

Le pagine ricche di informazioni note intervallate da dettagli poco conosciuti, analizza opera dopo opera in maniera puntuale e precisa. Il linguaggio adoperato è assai tecnico ma comunque comprensibile a tutti. Le foto sono parte integrante delle descrizioni e consentono di vedere particolari a distanza ravvicinata come ad esempio i Santi presenti nel Giudizio Universale, gli stacchi delle giornate negli affreschi e altre cose che sicuramente deliziano e arricchiscono sia gli appassionati che gli intenditori.

Michelangelo pittore scandaglia anche collaborazioni, amicizie, vita privata e descrive i retroscena delle varie commissioni pittoriche. Non mancano dati tecnici, informazioni relativi ai restauri (quando è stato pubblicato l’intervento sugli affreschi della Paolina non era stato ancora effettuato), notizie iconografiche e una parte dedicata ai disegni e ai bozzetti più conosciuti e importanti di tutta la mia produzione artistica.

Insomma, un ottimo libro da leggere e tornare a consultare per far tornare alla mente cose magari dimenticate ma importanti. Se desiderate acquistare questo prezioso libro, cliccate qua.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e le sue recensioni di libri che lo riguardano da vicino.

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Lo Sforzesco e il Louvre si metton d’accordo per me

Milano è sempre più vicina a Parigi e non è una questione di moda, fashion e robe simili. Al centro della scena ci siamo io, Leonardo e l’arte. Bello no? Il Castello Sforzesco sta prendendo accordi e collaborando con il Museo del Louvre per l’organizzazione della grandiosa mostra “Anima e corpo. Movimenti del corpo e emozioni dell’anima nella scultura italiana dal 1460 al 1520”.

I cardini di questa prossima esposizione che ha tutti i requisiti per essere una di quelle imperdibili, saranno alcune importanti opere mie. Verranno proposte al pubblico 130 lavori dislocati in due differenti percorsi, provenienti dal Metropolitan di New York, dal Victoria & Albert Museum di Londra, da Berlino, Vienna e dalla collezione appartenente al Castello Sforzesco stesso.

Come accennato verranno allestiti due percorsi diversi con il medesimo tema: uno al Louvre e uno allo Sforzesco. Una sorta di mostra unica che per essere vista in toto richiede l’entrata in due diversi musei in due nazioni confinanti.

Il percorso francese aprirà i battenti nell’aprile del 2020 e terminerà a luglio dello stesso anno. I suoi pezzi forti saranno ovviamente i due schiavi miei. Il percorso italiano aprirà i battenti al pubblico da settembre a dicembre del medesimo anno e avrà come punto di forza la Pietà Rondanini.

Le collaborazioni fra Milano e Parigi però non terminano qua. Ad esempio, in occasione del 500 anno dalla morte del non tanto caro ma comune bravo Leonardo (maggio 2019) arriveranno al Castello Sforzesco importanti prestiti. Sono previste anche mostre interessanti che non hanno come protagonisti né me né Leonardo come quella di Picasso e Toulouse Lautrec.

Per il momento il vostro Michelangelo Buonarroti vi saluta sperando presto rinfreschi…basta poco eh, giusto una piovutina preferibilmente di notte, così di giorno posso andare a spasso senza prendere l’ombrello Chiedo troppo eh?

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Tu sei Pietro e la Croce è il tuo destino

La Cappella Paolina, fin dal momento della sua costruzione, è sempre appartenuta al pontefice in carica e alla sua corte. San Pietro gira la testa verso non solo verso tutti i presenti all’interno dell’ambiente, ma soprattutto verso il pontefice. La posa che diedi proprio al capo del Santo non fa parte dell’iconografia classica fino ad allora adoperata. Il Caravaggio, anni dopo, riprese la posa nella sua tela di Santa Maria del Popolo.

Lo sguardo severo pare infatti rimproverare,senza proferir parola il papa mentre fa il suo ingresso dalla porta che si apre sulla Sala Regia. Un modo per ricordare all’alto prelato che essendo un suo successore, dovrà sopportare il peso della croce.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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You are Peter and the Cross is your destiny

From the moment of its construction, the Paolina Chapel has always belonged to the Pope and his court. St. Peter not only turns his head to all those who are present but above all to the Pope. The pose that gave to Saint Peter’s head has never taken part of classical iconography. Caravaggio years later copied that pose in his painting of Santa Maria del Popolo.

His serious look seems to reprimend the Pope without saying a word while He makes His entrance through the door that opens onto the Sala Regia. It’s a way to remind the Pope that he’s Saint Peter’s successor and will have to bear the weight of the cross.

Your truly, Michelangelo Buonarroti

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Una nuova natura

“Ne le man Vostre vive occulta l’idea d’una nuova natura…Gran miracolo che la natura, che non può locar sì alto una cosa che Voi non la ritroviate con industria, non sappia imprimere ne le opere sue la maestà che tiene in sé stessa l’immensa potenza del vostro stile” mi scrisse l’Abetino in una lettera che mi inviò il 16 settembre del 1537.

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Alcuni dettagli sul Tondo Doni che forse non conoscete

Il Tondo Doni è l’unica opera pittorica su supporto mobile data per certa mia. Esistono altre tavole dipinte attribuite a me ma ci sono pareri contrastanti in merito come ad esempio la Madonna di Manchester o la Pietà per Vittoria Colonna. Questo dipinto mi fu commissionato da Agnolo Doni in concomitanza con il suo matrimonio con Maddalena Strozzi o forse in occasione della nascita dei suoi figli. A ereditare per primo l’opera fu Giovan Battista Doni, uno dei figli della coppia. Da lì in poi l’opera passerà di mano in mano fino ad arrivare alla Galleria degli Uffizi.

Il Tondo Doni però, il 19 Giugno del 1940, con parecchia preoccupazione venne fatto uscire dalla Galleria per essere nascosto nella Villa Medicea di Poggi a Caiano con l’intenzione di metterlo al sicuro durante la Seconda Guerra Mondiale. Pochi mesi dopo, il 23 ottobre del 1940, venne nascosto nel Castello di Poppi, considerato un luogo inespugnabile anche se poi non fu così. L’opera rientrò nel Deposito degli Uffizi il 10 Giugno del 1495 e fu ricollocata nella Galleria qualche anno più tardi ovvero il 24 giugno del 1948.

L’attentato di Via de’ Georgofili del 27 maggio del 1993 avrebbe potuto distruggere per sempre o danneggiare in maniera importante l’opera come avvenne per altri importanti capolavori. Se si salvò fu grazie al vetro anti proiettili che dal 1985, dopo il suo restauro, fu collocato a protezione del Tondo.

L’opera nel corso della storia è stata sottoposta a due restauri importanti: uno nel 1984 effettuato da Ezio Bussegoli, durato un anno e mezzo, e l’altro nel 2003 per mano di Celesia.

Se volete vedere il Tondo Doni in alta definizione e ingrandire i particolari che vi interessa osservare a distanza ravvicinata, cliccate qui. L’azienda di Novara Haltadefinizione, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, ha riprodotto l’opera a una definizione 1600 volte superiore  a quella di una comune macchina fotografica.

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Colpa è di chi m’ha destinato al foco

 Al cor di zolfo, a la carne di stoppa,
a l’ossa che di secco legno sièno;
a l’alma senza guida e senza freno
al desir pronto, a la vaghezza troppa;
    a la cieca ragion debile e zoppa
al vischio, a’ lacci di che ‘l mondo è pieno;
non è gran maraviglia, in un baleno
arder nel primo foco che s’intoppa.
    A la bell’arte che, se dal ciel seco
ciascun la porta, vince la natura,
quantunche sé ben prema in ogni loco;
    s’i’ nacqui a quella né sordo né cieco,
proporzionato a chi ‘l cor m’arde e fura,
colpa è di chi m’ha destinato al foco.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che stamani ha deciso di iniziare la giornata con alcuni dei suoi appassionati e appassionanti versi

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E in cenere mi riduce poco a poco

Qual meraviglia è, se prossim’al foco
mi strussi e arsi, se or ch’egli è spento
di fuor, m’affligge e mi consuma drento,
e ‘n cener mi riduce a poco a poco?
    Vedea ardendo sì lucente il loco
onde pendea il mio greve tormento,
che sol la vista mi facea contento,
e morte e strazi m’eran festa e gioco.
    Ma po’ che del gran foco lo splendore
che m’ardeva e nutriva, il ciel m’invola,
un carbon resto acceso e ricoperto.
    E s’altre legne non mi porge amore
che lievin fiamma, una favilla sola
non fie di me, sì ‘n cener mi converto.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suoi versi appassionati

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Ascanio Condivi e il suo scrivere di me

Ascanio Condivi lo conobbi nel lontano 1545. Arrivò direttamente a Roma dalla sua terra natia marchigiana con tanto entuisiasmo e poco talento. Venne a imparare l’arte della pittura da me ma nonostante ci mettesse parecchia dedizione e passione, quello che usciva fuori dai suoi pennelli non era cosa gradevole alla vista. Se ne accorse da solo e prese la saggia decisione di cambiare il pennello per la penna e fu così che si trasformò in uno dei miei più autorevoli biografi.

La sua “Vita di Michelagnolo Buonarroti” è l’unica che abbia autorizzato personalmente. Inesattezze ce ne sono eccome ma almeno dopo averla letta si ha un’immagine di me non così disastrosa come circolava al tempo: tirchio, scorbutico, invidioso e pure arrogante.

” Era dotato di una vivacissima immaginazione, per cui non era mai soddisfatto delle sue creazioni, parendogli sempre inferiore l’esecuzione all’idea da cui era partito. Come tutti gli spiriti contemplativi. è stato un timido, salvo ne giusto sdegno, quando a lui o ad altri veniva fatta un’ingiuria, e in questo caso ha mostrato più coraggio di chi comunemente è tenuto per coraggioso…” scrisse di me il Condivi a futura memoria.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e le sue innumerevoli biografie

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Io vi prego che voi me lo facciate levar dinanzi

Capitava poi quando ero a Roma che da Firenze mi mandavano garzoni che volevano imparare l’arte della pittura e della scultura. Governavano casa, li mandavo a far commissioni e avevano come ricompensa la possibilità di apprendere le cose del mestiere mio.

Il mi babbo faceva un po’ da intermediario e a volte esagerava prendendosi qualche libertà di troppo. Il nostro rapporto non è stato mai tanto idilliaco e anche i garzoni che mi mandava potevano essere motivo di scontro.

Me lo ricordo come fosse adesso. Una volta mi mandò un ragazzo che a parer suo si sarebbe accontentato anche di badare alla mia mula pur di disegnare qualche ora al mio fianco. Alla fine però si rivelò per essere un peso non così facile da sopportare: voleva disegnare e basta. Oltretutto l’altro garzone s’era ammalato e dovevo accudirlo giorno e notte come un figlio.

Questa è la lettera che scrissi al mi babbo proprio parlando di questo garzone fannullone che mi stava sul groppone.

Roma, 21 Ottobre 1514

Charissimo padre, io vi risposi, de’ chasi di Bernardino, com’io volevo prima achonciar la cosa della chasa che voi sapete; e chosì vi rispondo adesso.

Io mandai prima per lui, perché mi fu promesso infra pochi dì che la s’achoncierebe, e che io cominciassi a llavorare.

Dipoi ò visto che la sarà chosa lunga, e cercho in questo mezo se io ne truovo un’altra al proposito per uscirmene, e non voglio far lavorare niente, se prima non sono achoncio. Però raguagliatelo chome sta la chosa.

Del fanciullo che venne, quel rulbaldo del mulactiere mi g[i]untò d’un duchato prese el g[i]uramento che era restato così d’achordo, cioè di du’ ducati d’oro larg[h]i; e ctucti e’ fanc[i]ugli che vengono qua cho’ mulatieri non si dà più che dieci charlini. Io n’ò avuto più sdegno che se io avessi perduti venticinque duchati, perché vego che è cosa del padre, che l’à voluto mandare in sur un mulo molto onorevolmente.

O[h], io non ebi mai tanto bene, io! L’altra, che ‘1 padre mi disse, e’1 fanciullo insieme, che farebbe ogni cosa e governerebe la mula e dormirebbe in terra, se bisogniassi e a mme bisognia governallo! Manchavami faccienda, oltra quella che i’ ò avuta poi che io tornai! che ò avuto el mio garzone, che io lasciai qua, amalato dal dì che io tornai per insino adesso.

Vero è che adesso sta meglio, ma è stato in transito, sfidato da’ medici, circha un mese, che mai sono intrato in lecto; sanza molte altre noie. Ora ò avuto questa merda secha di questo fanciullo che dice’ che non vole perder tempo, che vole imparare; e dissemi costà che e’ gli bastava dua o tre ore el dì adesso non gli basta tucto el dì, che e’ vuole anche tucta la nocte disegniare. Sono e’ chonsigli del padre.

Se io gli dicessi niente, direbbe che io non volessi che egli imparrassi. I’ ò bisogno d’esser governato, e se e’ non si sentiva da farlo, non dovevono mectermi in questa spesa. Ma son fagnioni, ma sson fagnioni, e vanno a un certo fine, che basta.

Io vi prego che voi me lo facciate levar dinanzi, perché e’ m’à tanto infastidito che io non posso più. El mulacti[e]re à avuti tanti danari che e’ lo può molto bene rimenare in costà; e è amico del padre suo. Dite al padre che rimandi per esso; io non gli darei più un quatrino, ché io non ò danari. Arò tanta patientia che e’ mandi per esso; e se e’ non manda, lo manderò via benché io lo chacciai el sechondo dì via e po’ altre volte ancora, e non lo crede.

De’ chasi della boctega, io manderò a voi costà cento ducati sabato che viene; con questo, che se voi vedete che gli actendino a far bene, voi gli diate loro e che me ne faccino creditore, com’io restai chon Buonarroto quando parti’; quanto che e’ non actendessino a far bene, mectetegli in Santa Maria Nuova a mia conto. Del comperare non è ancora tempo.

Vostro Michelagniolo in Roma.Se voi parlassi al padre del fanciullo, ditegli la cosa chon buon modo, che gli è buon fanciullo, ma che gli è troppo gientile, e che e’ non è acto al servitio mio, e che si mandi per esso. A Lodovicho di Buonarro[t]a Simoni in Firenze.

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Se l’immortal desio

Se l’immortal desio, c’alza e corregge
gli altrui pensier, traessi e’ mie di fore,
forse c’ancor nella casa d’Amore
farie pietoso chi spietato regge.
    Ma perché l’alma per divina legge
ha lunga vita, e ‘l corpo in breve muore,
non può ‘l senso suo lode o suo valore
appien descriver quel c’appien non legge.
    Dunche, oilmè! come sarà udita
la casta voglia che ‘l cor dentro incende
da chi sempre se stesso in altrui vede?
    La mie cara giornata m’è impedita
col mie signor c’alle menzogne attende,
c’a dire il ver, bugiardo è chi nol crede.

Il vostro Michelangelo Buonarroti che stamani cerca di iniziare la giornata con un po’ di poesia, lontano da tutto e da tutti.

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