Le mie sculture senesi: quattro su quindici

Le mie sculture senesi non sono note certo quanto il David o i Prigioni ma mi fecero tribolare parecchio. Fu una commissione complicata per diversi aspetti ma alla fine ruscii a portare a termine quattro piccole sculture alte 127 centimetri: il San Paolo ovvero quello che vedete nella foto, San Pietro, San Pio vescovo e San Gregorio papa.

Tutte e quattro le sculture vennero posizionate nelle nicchie laterali inferiori dell’altare Piccolomini del Bregno, all’interno del duomo di Siena dedicato a Santa Maria Assunta. Fu il cardinale Francesco Todeschini Piccolomini ad affidarmi quel lavoro ma il rapporto con lui fu assai complicato tanto quanto fu quello con i suoi eredi.

Il 5 giugno del 1501 firmai il contratto per la realizzazione di 15 sculture ma alla fine, come accennato prima, ne portai a termine solamente quattro. Mi portai dietro quella commissione non finita per tutta la vita. La questione rimase irrisolta con la famiglia Piccolomini molto a lungo e solo dopo la mia morte, il nipote Lionardo sistemò definitivamente la faccenda con gli eredi Piccolomini pagando una somma a risarcimento delle sculture non eseguite.

La committenza Piccolomini mi causò meno dolori di quella della Tomba di Giulio I ma fu comunque problematica, conflittuale, infinita e irrisolta fino all’ultimo giorno della vita mia.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

San Paolo piccolomin.jpg

 

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Al lavoro per Piccolomini e il suo altare senese

Era il giugno del 1501 se ricordo bene quando il cardinale Francesco Todeschini Piccolomini volle affidarmi una commissione: quattordici sculture da inserire nell’altare che già aveva realizzato per lui Andrea Bregno. A dire il vero scolpire figure aventi dimensioni inferiori a quelle naturali non era proprio che m’andasse a genio. Se avessi saputo che da lì a poco avrei ricevuto ben altre commissioni probabilmente non avrei nemmeno accettato. Dato che però non si può prevedere mai ciò che accadrà il giorno dopo, accettai e mi misi subito all’opera per soddisfare le richieste del cardinale.

Piccolomini voleva a tutti i costi che il suo altare fosse realizzato nello spazio di pertinenza all’Arte dei Calzolai all’interno della navata sinistra del Duomo di Siena. Loro dopo un po’ di pressioni accettarono di cedere il posto al cardinale a patto che gli comprasse un altro spaio all’interno della Chiesa. Altro spazio libero però non ce n’era e Piccolomini si dovette arrendere e condividere i metri quadri disponibili con l’Arte dei Calzolai.

In realtà l’intera commissione dell’altare era stata data al Bregno ma dopo il 1486 iniziò a non sentirsi molto bene e decise di lasciare l’opera incompleta per tornarsene a Roma. Il cardinale allora decise di far fare le 14 sculture a quell’insopportabile del Torrigiani che scolpì solo il San Francesco tutt’oggi visibile nella parte alta a sinistra. Perchè abbia lasciato anche lui l’impresa non ne ho idea ma fatto sta che il 19 giugno del 1501, con il banchiere Jacopo Galli che aveva fatto da intermediario, la commissione venne data a me.

Insomma, in quel periodo pareva quasi che fossi l’ultima ruota del carro. A questo progetto lavoravo ma mica con tanta voglia. Era una roba di secondaria importanza e nel frattempo dovevo pensare al David.

Il cardinale Piccolomini successivamente salì sul trono di Pietro col nome di papa Pio III e 26 giorni dopo morì.

Era l’11 ottobre del 1504 quando mi impegnai con gli eredi del papa Piccolomini a terminare il lavoro ma alla fine riuscii a scolpire solo quattro delle quattordici sculture ovvero i santi Pio e Gregorio e gli apostoli Pietro e Paolo.

Per evitare di pagare penali per non aver concluso il lavoro e per non dover ascoltare i mugugni degli eredi Piccolomini vita natural durante, l’arcivescovo i Siena Francesco Bandini Piccolomini sciolse definitivamente il contratto nella prima metà del Cinquecento.

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