Non mi bastò l’animo per tornare in terra natìa

Il 22 Maggio di quel lontano 1557, presi carta e penna per scrivere al Vasari. Scrivere lettere era l’unico modo per comunicare senza fraintendimenti con le persone che stavano lontane: io a Roma impegnato nella fabbrica di San Pietro e lui a Firenze, a sopportare il Duca che gli chiedeva di provare a farmi tornare a Firenze.

Non avevo più la forza di tornare in terra natìa e forse nemmeno la voglia. Il lavoro mi faceva rimanere a Roma ma anche il mal della pietra non mi consentiva di coprire lunghe tratte a cavallo. Poi se fossi andato via chi glie lo avrebbe spiegato al papa che avrebbe dovuto sostituirmi con un altro architetto degno di questo nome?

Messer Giorg[i]o amico caro,

io chiamo Idio in testimonio com’io fu’ contra mia voglia con grandissima forza messo da papa Pagolo nella fabrica di Santo Pietro di Roma dieci anni sono; e se si fussi insino a oggi seguitato di lavorare in decta fabbrica come si faceva allora, io sarei ora a quello di decta fabbrica, ch’io ò desiderato per tornarmi costà.

Ma per mancamento di danari la s’è m[o]lto alentata, e allentasi quando ella è g[i]unta in più faticose e dificil parte; in modo che abandonandola ora, non sarebe altro che con grandissima vergognia perdere tucto il premio delle fatiche che io ci ò durate in decti dieci anni per l’amore di Dio. Io v’ò facto questo discorso per risposta della vostra, perché ò una lectera dal Duca, che m’à facto molto maravigliare che Sua S(ignio)ria si sia degniata a scrivere, e con tanta dolceza.

Ne ringratio Idio e Sua Eccellenzia, e quanto so e posso. Io esco di proposito, perché ò perduto la memoria e ‘l cervello, e lo scrivere m’è di grande affanno, perché non è mia arte. La conclusione è questa di farvi intendere quello che segue dello abandonare la sopra decta fabrica e partirsi di qua. La prima cosa, contenterei parechi ladri e sarei cagion della sua rovina, e forse ancora del serrarsi per sempre; l’altra, che io ci ò qualche obrigo e una casa e altre cose, tanto che vagliono qualche migliaio di scudi, e, partendomi senza licenzia, non so come s’andassino; l’altra, che io son mal disposto della vita e di renella, pietra e fianco, come ànno tucti e’ vechi e maestro Eraldo ne può far testimonianza, che ò la vita per lui. Però il tornar costà per r[i]tornar qua a me no ne basta l’animo, e ‘l tornarvi per sempre, ci vole qualche tempo per asectar qua le cose in modo ch’io non ci abbi più a pensare.

Egli è, ch’i’ parti’ di costà, tanto che, quand’io g[i]unsi qua, era ancor vivo papa Clemente, che in capo di dua dì morì poi.Messer Giorg[i]o, io mi rachomando a voi e pregovi mi racomandiate al Duca e che facciate per me, perché a me non basta l’animo ora se non di morire; e ciò che vi scrivo dello stato mio qua è più che vero. La risposta ch’i’ feci al Duca, la feci perché mi fu decto ch’i’ rispondessi, perché non mi bastava l’animo scrivere a Sua S(ignior)ia, e massimo sì presto; e se io mi sentivo da cavalcare, io venivo subito costà e tornavo, che qua non si sare’ saputo.A messer Giorg[i]o Vasari amico karissimo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e le sue lettere

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29 Giugno: San Pietro e Paolo

Oggi Roma è in festa: come ogni anno il 29 di giugno vengono ricordati i Santi Apostoli Pietro e Paolo. Due persone assai diverse fra di loro ma entrambe fondamentali per la Chiesa. Entrambi annunciarono il Vangelo nella città eterna e vennero martirizzati durante le feroci persecuzioni di Nerone. San Pietro fu crocifisso a testa in giù e poi sepolto nella via Trionfale in Vaticano mentre San Paolo venne infilzato con la spada e sepolto successivamente sulla via Ostiense.

Roma oggi li ricorda entrambi con numerosi eventi come per esempio lo spettacolo dei fuochi d’artificio noti con in nome di Girandola visibili da Piazza del Popolo. Durante la giornata invece verrà animato il lungotevere con un gran numero di stand eno-grastronomici tipici. Non mancheranno le cerimonie religiose per ricordare le vite e il martirio dei santi che Roma ha scelto come propri protettori.

Chi ama la musica potrà recarsi presso il Parco della Musica per ascoltare il repertorio della Saltarella eseguito dal fisarmonicista nonché etnomusicologo Sparagna assieme all’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium.

Buon onomastico a tutti i Pietro e i Paolo e buona festa ai romani. Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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I tesori del Vaticano

Fra le cose positive che la rete offre ci sono i contenuti gratuiti da leggere, vedere e ascoltare una, dieci, cento volte. Oggi vi propongo un interessantissimo documentario realizzato in due puntate: I Tesori del Vaticano. 

Il Vaticano è uno degli stati più piccoli del mondo ma il più facoltoso e potente di tutti. Avete la possibilità di entrare seppur virtualmente, negli archivi segreti della biblioteca vaticana, vedere da vicino i lavori di manutenzione che vengono costantemente effettuati nella imponente basilica e scoprire la parte meno nota dei giardini riservati al Papa e alla sua corte.

Concedetevi un po’ di tempo tutto per voi per guardare questo documentario fatto molto bene. Ah, ogni tot minuti c’è un breve spot pubblicitario, pazientate un attimo e vedrete di nuovo scorrere le immagini del filmato: ne vale la pena.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

 

I soldati

Il gruppo dei soldati che vedete, è quello che affrescai per la Crocifissione di San Pietro nella Cappella Paolina per volere di Papa Paolo III Farnese. Nella prima immagine è visibile la porzione dell’affresco prima del restauro mentre, in quella di destra,  a restauro ultimato.

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Di questa porzione di lavoro, esiste ancora il cartone preparatorio originale ed è conservato presso il Museo Nazionale di Capodimonte, a Napoli. Si vedono bene i tre armigeri di spalle che occupano per intero la scena. Il cartone è formato da un insieme di diciannove fogli di carta incollati sopra una tela e nel corso degli anni s’è sciupato assai.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Le divise della Guardia Svizzera

La Guardia Svizzera pontificia è l’unico corpo armato svizzero ancora operativo ed è a servizio del Papa dal lontano 22 gennaio del 1506. Sono in molti quelli che scrivono e sostengono che le divise della Guardia siano il frutto di una mia idea ma, in realtà, le cose non stanno proprio così.

Quando le prime guardie iniziarono ad affiancare il pontefice nel lontano 1506, avevano un abbigliamento assai diverso da quello che sfoggiano oggi. Non è dato sapere come fossero vestiti esattamente ma è ipotizzabile pensare che indossassero capi simili agli altri soldati dell’epoca. Alle origini, la Guardia Svizzera non sfoggiava un’uniforme ben definita. In un documento redatto all’epoca di Giulio II della Rovere, venne annotato che, le spese dei loro vestiti, venivano regolarmente sostenute dal papato. Difendevano il loro protetto con spade e alabarde proteggendo la parte alta del busto con una corazza metallica.

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Le Guardie Svizzere durante il giuramento

Nell’affresco della Cacciata di Eliodoro, Raffaello raffigurò alcuni soldati della Guardia Svizzera al seguito di papa Giulio II della Rovere. Si vedono bene le braghe larghe fino al ginocchio e il farsetto che lambisce i fianchi. Per realizzare questi capi si adoperava la lana e papa Clemente IX, nella seconda metà del Seicento, stabilì che quei tessuti venissero acquistati esclusivamente solo presso il conservatorio delle Ragazze Mendicanti, dove si lavorava proprio la lana.

I colori attuali delle divise vennero scelti da papa Leone X de’ Medici: rosso, giallo e blu ovvero i tre colori della sua casata. Le uniformi nel corso dei secoli hanno subito numerose variazioni fino ad arrivare a quelle che oggi tutti conoscono.

La paternità delle divise viene sovente affibbiata a me ma probabilmente mai mi feci carico di disegnare quei capi. Le divise attuali sono quasi più riconducibili a Raffaello che con i suoi affreschi riuscì a influenzare fortemente la moda del tempo.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Tu sei Pietro e la Croce è il tuo destino

La Cappella Paolina, fin dal momento della sua costruzione, è sempre appartenuta al pontefice in carica e alla sua corte. San Pietro gira la testa verso non solo verso tutti i presenti all’interno dell’ambiente, ma soprattutto verso il pontefice. La posa che diedi proprio al capo del Santo non fa parte dell’iconografia classica fino ad allora adoperata. Il Caravaggio, anni dopo, riprese la posa nella sua tela di Santa Maria del Popolo.

Lo sguardo severo pare infatti rimproverare,senza proferir parola il papa mentre fa il suo ingresso dalla porta che si apre sulla Sala Regia. Un modo per ricordare all’alto prelato che essendo un suo successore, dovrà sopportare il peso della croce.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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You are Peter and the Cross is your destiny

From the moment of its construction, the Paolina Chapel has always belonged to the Pope and his court. St. Peter not only turns his head to all those who are present but above all to the Pope. The pose that gave to Saint Peter’s head has never taken part of classical iconography. Caravaggio years later copied that pose in his painting of Santa Maria del Popolo.

His serious look seems to reprimend the Pope without saying a word while He makes His entrance through the door that opens onto the Sala Regia. It’s a way to remind the Pope that he’s Saint Peter’s successor and will have to bear the weight of the cross.

Your truly, Michelangelo Buonarroti

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La storia della cupola della basilica di San Pietro in Vaticano

 

Nonostante avessi parecchi anni a pesarmi sulla schiena e sulle gambe, continuamente ricevevo nuove e importanti commissioni. Alternavo lunghi periodi di malattia a intense giornate di lavoro. Mi trovavo costretto dagli eventi a lavorare a più progetti nel medesimo momento e non avevo un attimo di tregua ma forse quell’attimo di riposo nemmeno lo desideravo.

La Biblioteca Medicea Laurenziana, Piazza del Campidoglio a Roma e la cupola della nuova Basilica di San Pietro in costruzione: tutti lavori realizzati in tarda età.

Dopo la morte del’architetto Antonio da Sangallo avvenuta nel 1546, papa Farnese in pratica mi impose di sovrintendere alla costruzione dell’intera basilica di San Pietro. Avevo già compiuto da un po’ i settantun anni e per quei tempi era un’età veneranda e non da tutti facilmente raggiungibile. Non mi potei sottrarre da quell’incarico e per di più lavorai a titolo gratuito a quella grandiosa impresa. Il primo gennaio del 1547 venni ufficialmente nominato sovrintendete alla costruzione della Basilica di San Pietro.

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Fino a quel momento erano stati tanti gli artisti che si erano avvicendati: iniziò il Bramante su commissione di Giulio II poi Raffaello, Fra Giocondo e prima di me Giuliano da Sangallo. Presi visione dei progetti precedenti, compreso il modello ligneo realizzato da Antonio da Sangallo il giovane che gli costò ben sette anni di lavoro. Nessuno di quei progetti mi piaceva e li criticai aspramente. Non sopportavo l’idea di vedere all’interno della basilica così tanti ambulacri che potevano dare accogliere e celare dalla vista un gran numero di crimini perpetrati sia dai prelati che da criminali senza voti.

La mia intenzione era quella di stravolgere la pianta ideando una basilica assai più compatta e senza eccessive frammentazioni dello spazio che avesse una forma non troppo dissimile da una croce greca.

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Tracciai un progetto e, dopo aver avuto l’approvazione papale, diedi il via ai lavori veri e propri. Circondato da una schiera di aiuti e in cattiva salute, feci demolire la basilica precedente e alcune parti fatte innalzare dai miei predecessori. Nel 1549 poi mi dedicai a disegnare il tamburo destinato a sorreggere il peso della grande cupola. La cupola disegnata da me aveva una forma emisferica come già il Bramante aveva deciso di realizzare ma non ogivale come invece avrebbe voluto il Sangallo.

La mia cupola si realizzò ma, in un secondo momento (1588-1590) quando oramai ero già passato da questa parte dell’esistenza non terrena, venne realizzata una seconda cupola esterna da Gian Domenico della Porta assieme all’ingegnere Domenico Fontana per risolvere al meglio alcuni problemi di stabilità che erano sorti.

La costruzione vera e propria della cupola ideata da me venne iniziata nel 1557, quando fu terminata la facciata. Ne realizzai un modello in creta e pochi anni dopo i miei aiuti, seguendo mie precise indicazioni, ne realizzarono un modello molto più dettagliato.

Per quanto riguarda la lanterna, per progettarla mi ispirai a quella fiorentina del Brunelleschi. Si ha traccia di questo spunto artistico in una lettera che scrissi al mio nipote Lionardo nella quale gli chiedevo esplicitamente di misurare la lanterna del Brunelleschi.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i sui racconti quasi quotidiani.

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Sepolture fortunate e promesse non mantenute

Appena terminai di scolpire il Bacco iniziai a cercare subito un’altra buona commissione. Non potevo e nemmeno sapevo stare con le mani in mano. A mio padre avevo scritto che sarei tornato subito a Firenze non appena avessi risolto alcuni problemi con Riario ma così non fu. Non mantenni la promessa ma quel disattendere la parola data fu parte della mia fortuna. La Roma rinascimentale era tutta in fervore e alla ricerca continua di abili pittori, scultori e architetti. Il papato e la sua corte amavano circondarsi di sculture, dipinti, arazzi, fontane e giardini. Era la città ideale per gli artisti e quindi, in quel frangente, lo fu anche per me.

Poco dopo la mia irremovibile decisione di rimanere nella città eterna, mi venne commissionata una Pietà che mi avrebbe portato sull’Olimpo degli artisti più celebrati del tempo mio ma anche di quelli a seguire.

Jean de Bilhères-Lagraulas, un potente cardinale francese, era il mio nuovo mecenate. Lui arrivò a Roma nel 1491 come ambasciatore della corona di Francia presso papa Alessandro VI che lo nominò cardinale un paio di anni più tardi, nel 1493. Non era in perfetta salute e temeva di dover lasciare il mondo terreno prima del previsto. Allora si affannò a cercare qualcuno  in grado di realizzare una Pietà degna della sua sepoltura. Con il cardinale Riario che fece da garante, Jean de Bilhères-Lagraulas affidò a me il compito di scolpire una Pietà. L’opera avrebbe dovuto essere situata sul lato meridionale dell’antica basilica di San Pietro, nella cappella cara alla casa reale francese: Santa Petronilla.

In quella cappella la mia Pietà ci rimase poco. Basti pensare che già prima del 1520 Santa Petronilla fu demolita per fare spazio alla realizzazione della nuovissima basilica di San Pietro. Non ricordo se la Pietà in quella cappella era addossata a una delle pareti e i documenti giunti fino a voi non aiutano di certo a far chiarezza. Fatto sta che da un’accurata ricerca che fu condotta dal grande Micheal Hirst, pare che la Pietà fosse stata posta contro una delle pareti laterali della cappella e non sulla parete di fondo.

Il cardinale Jean de Bilhères-Lagraulas si preoccupò anche che fossi aiutato nella ricerca di un ottimo marmo per la realizzazione di quel gruppo scultoreo. Si prese anche la briga di inviare una lettera al gruppo degli Anziani di Lucca affinché mi agevolassero nell’impresa per l’opera destinata a “una certa Cappella quale noi intendemo fundare in San Piero di Roma nel luocho di Sancta Petronella“.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti

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San Pietro riconsegna le Chiavi a Cristo

San Pietro si protende verso Cristo intento a giudicare l’umanità tutta. Con le spalle un po’ abbassate quasi come fossero una sorta di riverenza figurata, gli restituisce la chiave d’oro e quella d’argento. Oramai il mondo è finito e non c’è più bisogno di legare o sciogliere ogni singolo legame sulla terra. Le chiavi, come sta scritto nel vangelo di Matteo, simboleggiano il potere di assolvere i peccati.

Se il Perugino anni prima affrescò con qualche aiuto la Consegna delle Chiavi a San Pietro nel registro mediano, io glie le feci restituire anni più tardi nel Giudizio Universale. Il volto di San Pietro ricorda quello di Papa Paolo III Farnese: il committente del grandioso affresco.

Dietro San Pietro fa la sua comparsa San Paolo con una fluente barba e pare intimorito da Cristo Giudice intento a separare le anime. Se aguzzate bene la vista, dietro Bartolomeo che tiene in mano la sua pelle, c’è Francesco Amadori, molto più noto alle cronache con il nome di Urbino.

“Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre” Matteo 25, 31-32.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti che fra pochi minuti uscirà da Santa Croce per farsi un giro fra le meraviglie fiorentine.

Giudizio

 

Tre parole per un testamento: il mio

Quando arrivai a fare i conti col Padreterno mi resi conto d’aver vissuto come un miserabile ma di danari ne avevo guadagnati assai nel corso della vita. Sotto il letto c’avevo nascosta una cassa piena di monete d’oro ma, alla fine dei conti, che me ne importata? Io dovevo creare e basta: quella era la mia vita. Nemmeno avevo tempo per dedicarmi alle cose che con i soldi si possono comprare. Ben altri sogni erano i miei, ben altri traguardi avevo da raggiungere.

Mi bastarono per far testamento, come ebbe modo di scrivere più tardi il Vasari,  tre parole ” che lasciava l’anima sua nelle mani di Dio, il suo corpo alla terra, e la roba a parenti più prossimi”.

A dire il vero avevo lasciato anche un paio d’anni prima qualche riga scritta anche ai Deputati della Fabbrica di San Pietro. Facevo appello al papa affinché facesse portare a termine la realizzazione del nuovo San Pietro così come io l’avevo progettato. Dopo tanta fatica, tanto impegno e tante arrabbiature gratuite proprio non m’andava giù il fatto che potessero azzardare a cambiare il mio progetto architettonico.

“Ho dato la mia anima per questa basilica e per la gloria di nostro Signore, non sia trasformata..”

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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