Maledetti

Maledetti, trafitti dalla passione, l’Amore ci sopravvive e l’Arte ci rende immortali” scriveva qualche anno fa Goethe. Come dargli torto?

Il vostro Michelangelo Buonarroti

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Il Prigione che si Ridesta

Stamani, mentre stavo cercando di fare un po’ d’ordine fra gli appunti per poter cominciare a lavorare a un nuovo progetto editoriale, mi son reso conto che fino a questo momento non vi ho parlato in maniera esaustiva del Prigione che si Ridesta. È uno dei quattro prigioni che da diversi decenni si trova nella Galleria dell’Accademia a Firenze, dopo aver trascorso secoli all’interno della Grotta del Buontalenti, nel Giardino di Boboli.

La figura è tutta in tensione e sembra volersi liberare dal blocco di marmo che la trattiene. Iniziai a scalfire il blocco partendo da uno spigolo poichè l’opera finita avrebbe dovuto occupare una posizione angolare della grandiosa tomba di papa Giulio II.

Mi piace assai ciò che Bonsanti scrisse in merito all’atteggiamento del Prigione che si Ridesta: “lotta violentemente contro il sonno per raggiungere la consapevolezza“. Il sonno alla fine dei conti può avere differenti letture: il Prigione sarà durante una fase di non conoscenza oppure semplicemente tenterà di cedere alle braccia di Morfeo per sottrarsi a un incombete tragedia? Entrambe le interpretazioni sono plausibili. ù

I Prigioni bisogna osservarli tenendo presente l’ottica con la quale li avevo ideati: la raffigurazione della rovina dei saperi del mondo con la morte del pontefice.

Il Prigione che si Ridesta si trovava nel mio studio fiorentino di via Mozza quando lasciai la città definitivamente alla volta di Roma, nel 1534. Dopo la morte, il mi nipote Lionardo cedette quest’opera, assieme agli altri tre prigioni di Firenze e alla Vittoria, al duca Cosimo de’ Medici.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti

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The awakening prisoner

This morning, while I was trying to edit a few of my letters so that I could start working on a new publishing project, I realized that I’ve ner taken the time to discuss my Awakening Prisoner. It is one of the four prisoners that is located in the Galleria dell’Accademia in Florence.  For centuries it was located in the Grotta del Buontalenti in the Boboli Gardens.

The image of the prisoner is quite tense and seems to want to brake away from the marble that holds it in. I began to work on the block of marble starting on its edges because the finished piece of art was supposed to be placed in a corner of the immense tomb for Pope Julius II.

I truly like what Bonsanti wrote about the attitude of my Awakening Prisoner: “he’s violently struggling not to fall asleep in order to achieve awareness.” One can interpret this “falling asleep” in different ways: maybe the Prisoner is in a non conscious phase of sleep or could he be simply trying to give himself up to Morpheus to escape an unfaithful tragedy? Both interpretations are valid.

These Prisoners must be observed keeping in mind how I had intended to have them be seen: the representation of the end of the world’s knowledge due to the eventual death of the pontiff.

The Awakening Prisoner was in my Florentine studio in Via Mozza when I permanently the city toward Rome, in 1534. After the Pope’s death, my nephew Lionardo gave this Prisoner as well as the other 3 that are in Florence as well as the statue of Victory, to Duke Cosimo de ‘Medici.

Yours truly, Michelangelo Buonarroti and my stories

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La scimmietta dello Schiavo Morente

Lo Schiavo Morente è una delle opere più sensuali che scolpii. Avrebbe dovuto essere inserita nel primo progetto della tomba di Giulio II, ubicata fra due nicchie. Questo appellativo di “morente” è cosa non troppo remota. Gli fu affibbiato da Hans Grimm nella seconda metà dell’Ottocento sulla base dell’abbandono della figura che tanto gli ricordava l’iconografia del San Sebastiano.

Le interpretazioni che sono state date nel corso dei secoli a questo Prigione sono innumerevoli. Se il Condivi vede tutti gli Schiavi come le arti mortificate dalla dipartita del pontefice, il Vasari li interpreta come le provincie soggiogate.

La chiave di volta per la lettura di questo Schiavo è proprio la scimmietta che gli scolpii a supporto della gamba sinistra. L’avevate mai vista? Spesso passa inosservata eppure non è un dettaglio di poco conto. Il babbuino, secondo l’antica fonte degli Hieroglyphica di Horapollo, alluderebbe alla sapienza letteraria. Aguzzate la vista: l’animale stringe in mano probabilmente una pergamena arrotolata…un caso? Non direi.

Lo Schiavo Morente in compagnia del babbuino erudito può essere considerato uno dei saperi umanistici addolorato e sconsolato dalla scomparsa di papa Giulio II. Ovviamente questa è una delle tante interpretazioni che hanno dato i miei posteri e io non lasciai indicazioni in merito n eredità se non la scultura stessa.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Sepolture fortunate e promesse non mantenute

Appena terminai di scolpire il Bacco iniziai a cercare subito un’altra buona commissione. Non potevo e nemmeno sapevo stare con le mani in mano. A mio padre avevo scritto che sarei tornato subito a Firenze non appena avessi risolto alcuni problemi con Riario ma così non fu. Non mantenni la promessa ma quel disattendere la parola data fu parte della mia fortuna. La Roma rinascimentale era tutta in fervore e alla ricerca continua di abili pittori, scultori e architetti. Il papato e la sua corte amavano circondarsi di sculture, dipinti, arazzi, fontane e giardini. Era la città ideale per gli artisti e quindi, in quel frangente, lo fu anche per me.

Poco dopo la mia irremovibile decisione di rimanere nella città eterna, mi venne commissionata una Pietà che mi avrebbe portato sull’Olimpo degli artisti più celebrati del tempo mio ma anche di quelli a seguire.

Jean de Bilhères-Lagraulas, un potente cardinale francese, era il mio nuovo mecenate. Lui arrivò a Roma nel 1491 come ambasciatore della corona di Francia presso papa Alessandro VI che lo nominò cardinale un paio di anni più tardi, nel 1493. Non era in perfetta salute e temeva di dover lasciare il mondo terreno prima del previsto. Allora si affannò a cercare qualcuno  in grado di realizzare una Pietà degna della sua sepoltura. Con il cardinale Riario che fece da garante, Jean de Bilhères-Lagraulas affidò a me il compito di scolpire una Pietà. L’opera avrebbe dovuto essere situata sul lato meridionale dell’antica basilica di San Pietro, nella cappella cara alla casa reale francese: Santa Petronilla.

In quella cappella la mia Pietà ci rimase poco. Basti pensare che già prima del 1520 Santa Petronilla fu demolita per fare spazio alla realizzazione della nuovissima basilica di San Pietro. Non ricordo se la Pietà in quella cappella era addossata a una delle pareti e i documenti giunti fino a voi non aiutano di certo a far chiarezza. Fatto sta che da un’accurata ricerca che fu condotta dal grande Micheal Hirst, pare che la Pietà fosse stata posta contro una delle pareti laterali della cappella e non sulla parete di fondo.

Il cardinale Jean de Bilhères-Lagraulas si preoccupò anche che fossi aiutato nella ricerca di un ottimo marmo per la realizzazione di quel gruppo scultoreo. Si prese anche la briga di inviare una lettera al gruppo degli Anziani di Lucca affinché mi agevolassero nell’impresa per l’opera destinata a “una certa Cappella quale noi intendemo fundare in San Piero di Roma nel luocho di Sancta Petronella“.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti con i suoi racconti

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El Dì e la Notte parlano

El Dì e la Notte parlano, e dicono:
Noi abbiàno col nostro veloce corso condotto
alla morte el duca Giuliano; è ben giusto
che e’ ne facci vendetta come fa.
        E la vendetta è questa: che avendo noi
morto lui, lui così morto ha tolta la luce a noi
e cogli occhi chiusi ha serrato e’ nostri,
che non risplendon più sopra la terra.
        Che arrebbe di noi dunche fatto, mentre vivea?

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