Il vecchio pazzo che scrive sonetti: io

Dopotutto scrivere versi mi piaceva. E’ un po’ come riordinare i pensieri sulla carta, fermarli per sempre e tentare di capirli meglio. Molto più di un esercizio letterario ma una necessità per l’animo mio. Ne scrissi assai e forse chissà, qualcuno s’è perso nel tempo che tutto divora e dimentica.

“Voi direte ben ch’io sie vecchio e pazzo a voler far sonetti: ma perché molti dicono ch’io son rimbambito, ò voluto far l’uficio mio” scrissi al Vasari in una breve lettera i 19 settembre del 1544.

Ho scritto versi dedicati a chi non c’era più, a Dio, a Dante, agli amici più cari ma ho composto anche sonetti semplicemente per fissare sulla carta i sentimenti che mi passavano per la testa in quel dato momento. Se non li conoscete, iniziate a leggerli: potreste rimanere piacevolmente sorpresi.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Parole appassionate solo per Tommaso

Ecco a voi una lettera privatissima che scrissi a Tommaso de’ Cavalieri durante gli ultimi giorni del luglio del 1533. La faccio leggere anche a voi tanto oramai è diventata da parecchi anni di dominio pubblico.

Sentivo forte la sua mancanza mentre me ne ero andato a Firenze e lui era rimasto a Roma…spero sia di vostro gradimento e non me ne vogliate se per nessun latro seppi scrivere qualcosa di neanche lontanamente paragonabile a tutto ciò.

A Tommaso che ancora mi manca….

Il vostro Michelangelo Buonarroti sempre più malinconico ma mai domo.

28 Luglio 1533

S(ignio)re mio caro,

se io non avessi creduto avervi in Roma facto certo del grandissimo, anzi smisurato amore che io vi porto, non mi sare’ paruta cosa strana, né mi sarea maraviglia il gran sospecto che voi mostrate per la vostra avere avuto, per non vi scrivere, che io non vi dimentichi.

Ma non è cosa nuova, né da pigliarne ammiratione, andando tante altre cose al contrario, che questa vadi a rrovescio anch’ella perché quello che Vostra S(igniori)a dice a me, io l’arei a dire a quella; ma forse quella fa per tentarmi o per riaccender nuovo et maggior foco, se maggior può essere. Ma ssia come si vuole io so bene che io posso a quell’ora dimenticare il nome vostro, che ‘l cibo di che io vivo; anzi posso prima dimenticare il cibo di che io vivo, che nutri[s]ce solo il corpo infelicemente, che il nome vostro, che nutriscie il corpo e l’anima, riempiendo l’uno e l’altra di tanta dolcezza, che né noia né timor di morte, mentre la memoria mi vi serba, posso sentire.

Pensate, se l’ochio avessi ancora lui la parte sua, in che stato mi troverrei.

 

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