Quand’el superchio ardor troppo l’accende

  Ben doverrieno al sospirar mie tanto
esser secco oramai le fonti e ‘ fiumi,
s’i’ non gli rinfrescassi col mie pianto.
    Così talvolta i nostri etterni lumi,
l’un caldo e l’altro freddo ne ristora,
acciò che ‘l mondo più non si consumi.
    E similmente il cor che s’innamora,
quand’el superchio ardor troppo l’accende,
l’umor degli occhi il tempra, che non mora.
    La morte e ‘l duol, ch’i’ bramo e cerco, rende
un contento avenir, che non mi lassa
morir; ché chi diletta non offende.
    Onde la navicella mie non passa,
com’io vorrei, a vederti a quella riva
che ‘l corpo per a tempo di qua lassa.
    Troppo dolor vuol pur ch’i’ campi e viva,
qual più c’altri veloce andando vede,
che dopo gli altri al fin del giorno arriva.
    Crudel pietate e spietata mercede
me lasciò vivo, e te da me disciolse,
rompendo, e non mancando nostra fede,
e la memoria a me non sol non tolse,
. . . . . . . . . . . .

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

foto di Stefano Palma

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