La testa del vecchio profeta

Cercando fra i miei disegni, stamani ho trovato questo che vedete a seguire. Pochi tratti mi bastarono per tracciare a carboncino questo volto meditabondo che pare stia ragionando sulle sorti del mondo. Si tratta di uno studio dal naturale caratterizzato da un tratteggio essenziale ma potente che riesce comunque a raccontare tutto ciò che volevo raccontare attraverso quegli occhi, quella bocca, quella faccia segnata dal tempo e dalle fatiche vissute.

Riuscite a riconoscere questo signore? Ebbene, adoperai lo schizzo per caratterizzare il profeta Zaccaria, nella volta della Cappella Sistina e con molta probabilità lo realizzai attorno al 1508. Sono tipici di quel periodo i miei disegni poco elaborati ma particolarmente espressivi.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti per il momento vi saluta…ah, a proposito, lo studio di Zaccaria fa parte del tesoro degli Uffizi, Firenze.

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Un video per raccontarvi il marmo ieri e oggi

Guardate qua cosa ho trovato in rete per voi: un bel video prodotto da Rai Storia che racconta la storia del marmo: dall’estrazione alla lavorazione di ieri e di oggi. Se non avete idea di cosa sia la vita di cava, di come venga lavorata una scultura e cosa voglia dire l’estrazione selvaggia e senza regole di oggi, questo video ve la spiegherà meglio di qualsiasi parola scritta o pronunciata.

Vangi, Mitoraj, De Hann e altri artisti vi racconteranno la loro esperienza, il loro lavoro fra Pietrasanta, Seravezza e Carrara. Buona visione

Il vostro Michelangelo Buonarroti

Prostrato a terra

 Sol io ardendo all’ombra mi rimango,
quand’el sol de’ suo razzi el mondo spoglia:
ogni altro per piacere, e io per doglia,
prostrato in terra, mi lamento e piango.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Mostra in arrivo: Michelangelo e l’assedio di Firenze

Era il 12 agosto del 1530 quando Firenze s’arrese alle truppe imperiali dopo dieci mesi d’assedio. In quei giorni difficili, la città resistette anche grazie ai bastioni e alle protezioni che avevo organizzato nella zona di San Miniato: un punto strategico fondamentale per difendere la città dall’invasore.

La mostra a Casa Buonarroti

Questa premessa ve l’ho voluta fare per annunciarvi in pompa magna una mostra di prossima apertura a Firenze ovvero Michelangelo e l’assedio di Firenze (1529-1530). La mostra aprirà al pubblico il 21 giugno e chiuderà i battenti il 10 ottobre 2017, presso Casa Buonarroti a Firenze.

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La storia

Dopo essere già stato consultato in veste di architetto militare fra l’estate e l’autunno del 1528, con l’obbiettivo di rendere le fortificazioni di Firenze più resistenti, l’anno successivo venni nominato ufficialmente generale governatore et procuratore. Che abbia sempre parteggiato per la repubblica non è un mistero e con quell’incarico ebbi l’occasione di fare qualcosa di utile per la città.

Il percorso espositivo

Durante questi mesi di esposizione, potrete ammirare i venti disegni della collezione di Casa Buonarroti con i progetti per le fortificazioni. Quei progetti non vennero concretizzati sia per il poco tempo a disposizione che per gli elevatissimi costi. Nella mostra saranno presenti anche altri disegni, libri, dipinti e molto altro ancora per testimoniare il periodo dell’assedio e quello della seconda repubblica fiorentina.

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Durante l’assedio vennero realizzate parecchie opere pittoriche come la Sacra Famiglia di Andrea del Sarto e la Madonna col Bambino e San Giovannino, probabilmente dipinta dal Pontormo. Anche queste opere saranno presenti nella mostra Michelangelo e l’assedio di Firenze (1529-1530).

Informazioni varie 

Michelangelo e l’assedio di Firenze  (1529-1530)
a cura di Alessandro Cecchi
Firenze, Casa Buonarroti, 21 giugno-10 ottobre 2017

Biglietto d’ingresso
€ 6.50 intero; € 4.50 gruppi e scuole secondarie di secondo grado
€ 3.00 scuole primarie e secondarie di primo grado

Orario di apertura:
dalle 10.00 alle 17.00. Chiuso il martedì

Info: Casa Buonarroti, via Ghibellina, 70, Firenze, tel +39 055 241 752; fax + 39 055241698
fond@casabuonarroti.it
http://www.casabuonarroti.it/it/2017/05/15/michelangelo-e-lassedio-di-firenze/

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La volta si svela e Raffaello approfitta

Iniziai a decorare la volta della Sistina probabilmente alla fine dell’estate del 1508. Nell’agosto di due anni dopo, 1510, già ero a metà dell’opera. Il papa partì alla volta di Bologna ma si dimenticò di darmi i 500 ducati pattuiti, che mi sarebbero serviti per proseguire il lavoro. I danari per acquistare i colori erano a mio carico e, senza quelle palanche, dovetti interrompere gli affreschi.

La lettera

Io resto avere 500 ducati di pacto fatto guadagniati, e altrectanta me ne doveva dare el papa per mectere mano nell’altra parte della opera, e llui s’è partito di qua e non m’à lasciato ordine nessuno, i’ modo che mi trovo sanza danari, nè messo m’abbia a fare. Se mi partissi, non vorrei che sdegniassi e perdermi el mio; e stare, mal posso. Così scrivevo al mi babbo raccontandogli le preoccupazioni quotidiane.

Agosto 1510: Giulio II estasiato e Raffaello approfitta

Quando rimossi i ponteggi, il papa rimase estasiato dalle pitture che avevo condotto fino a quel punto. A quanto pare anche Raffaello rimase assai colpito tanto che sono evidenti i brani di pittura che mi ricopiò pari pari nella decorazione della volta nella Stanza di Eliodoro così come nella scena dell’Uscita dall’Arca. Non è difficile individuare in quei due lavori suoi riferimenti alla mia Creazione di Adamo e al pennacchio della Giuditta.

Il vostro Michelangelo Buonarroti che prima di salutarvi, vi propone un’immagine ripresa dalla vela soprastante la lunetta di Zorobabel.

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Vi aspetto al cinema

Già ve l’ho detto un mesetto fa ma preferisco ricordarvelo: dal 19 al 20 giugno andate al cinema. Non è un imperativo ma un affettuoso consiglio. “Michelangelo. Amore e Morte” è l’ultimo capolavoro della Nexo Digital.

Cercate il cinema più vicino a casa vostra, accomodatevi su quelle morbide poltroncine e godetevi lo spettacolo. Un film documentario ben fatto, con immagini di qualità eccelsa che vi mostrano da vicino i dettagli dei lavori miei.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti in attesa di vedersi raccontato anche al cinema attraverso gli scritti del Vasari.

Nell’attesa godetevi i trailer…meraviglioso pure quello.

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Io e quel terribile Papa Carafa

Oggi vi propongo questo intervento di Antonio Forcellino all’Accademia di San Luca di Roma che vale la pena ascoltare. In occasione del 450° anniversario della mia morte, l’Accademia di San Luca organizzò un importante incontro per celebrare la mia produzione artistica e alcune particolarità della vita mia.

Forcellino affronta il mio rapporto con gli Spirituali e le forti tensioni che c’erano fra me e papa Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa. Carafa era un tremendo censore, un austero inquisitore e con lui rischiai sul serio di finire alla forca. Fu proprio papa Carafa ad accentrare il potere inquisitorio sotto il potere papale con l’istituzione della Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione con la bolla del 21 luglio del 1542.

Guardate questo video e comprenderete qualcosa di fondamentale anche sulla mia produzione artistica, in particolare sul cambio di posizione del Mosè e sugli affreschi paolini.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

La superbia se stessa si divora

Voglio iniziare la giornata e la settimana intera con qualche verso che misi nero su bianco qualche anno fa per omaggiare la vita semplice, quella dei contadini e delle loro bestie. Insomma, un invito a riscoprir la terra, il sole e l’acqua per non perdere di vista dietro a tanti sbrilluccichii e chimere, ciò che davvero conta dall’inizio alla fine di questi giorni nostri.

  Nuovo piacere e di maggiore stima
veder l’ardite capre sopr’un sasso
montar, pascendo or questa or quella cima,
e ‘l mastro lor, con aspre note, al basso,
sfogare el cor colla suo rozza rima,
sonando or fermo, e or con lento passo,
e la suo vaga, che ha ‘l cor di ferro,
star co’ porci, in contegno, sott’un cerro;
    quant’è veder ‘n un eminente loco
e di pagli’ e di terra el loro ospizio:
chi ingombra ‘l desco e chi fa fora ‘l foco,
sott’a quel faggio ch’è più lor propizio;
chi ingrassa e gratta ‘l porco, e prende gioco,
chi doma ‘l ciuco col basto primizio;
el vecchio gode e fa poche parole,
fuor dell’uscio a sedere, e stassi al sole.
    Di fuor dentro si vede quel che hanno:
pace sanza oro e sanza sete alcuna.
    El giorno c’a solcare i colli vanno,
contar puo’ lor ricchezze ad una ad una.
    Non han serrami e non temon di danno;
lascion la casa aperta alla fortuna;
po’, doppo l’opra, lieti el sonno tentano;
sazi di ghiande, in sul fien s’adormentano.
    L’invidia non ha loco in questo stato;
la superbia se stessa si divora.
    Avide son di qualche verde prato,
o di quell’erba che più bella infiora.
    Il lor sommo tesoro è uno arato,
e ‘l bomero è la gemma che gli onora;
un paio di ceste è la credenza loro,
e le pale e le zappe e’ vasi d’oro.
    O avarizia cieca, o bassi ingegni,
che disusate ‘l ben della natura!
    Cercando l’or, le terre e ‘ ricchi regni,
vostre imprese superbia ha forte e dura.
    L’accidia, la lussuria par v’insegni;
l’invidia ‘l mal d’altrui provvede e cura:
non vi scorgete, in insaziabil foco,
che ‘l tempo è breve e ‘l necessario è poco.
    Color c’anticamente, al secol vecchio,
si trasser fame e sete d’acqua e ghiande
vi sieno esemplo, scorta, lume e specchio,
e freno alle delizie, alle vivande.
    Porgete al mie parlare un po’ l’orecchio:
colui che ‘l mondo impera, e ch’è sì grande,
ancor disidra, e non ha pace poi;
e ‘l villanel la gode co’ suo buoi.
    D’oro e di gemme, e spaventata in vista,
adorna, la Ricchezza va pensando;
ogni vento, ogni pioggia la contrista,
e gli agùri e ‘ prodigi va notando.
    La lieta Povertà, fuggendo, acquista
ogni tesor, né pensa come o quando;
secur ne’ boschi, in panni rozzi e bigi,
fuor d’obrighi, di cure e di letigi.
    L’avere e ‘l dar, l’usanze streme e strane,
el meglio e ‘l peggio, e le cime dell’arte
al villanel son tutte cose piane,
e l’erba e l’acqua e ‘l latte è la sua parte;
e ‘l cantar rozzo, e ‘ calli delle mane,
è ‘l dieci e ‘l cento e ‘ conti e lo suo carte
dell’usura che ‘n terra surger vede;
e senza affanno alla fortuna cede.
    Onora e ama e teme e prega Dio
pe’ pascol, per l’armento e pel lavoro,
con fede, con ispeme e con desio,
per la gravida vacca e pel bel toro.
    El Dubbio, el Forse, el Come, el Perché rio
no ‘l può ma’ far, ché non istà fra loro:
se con semplice fede adora e prega
Iddio e ‘l ciel, l’un lega e l’altro piega.
    El Dubbio armato e zoppo si figura,
e va saltando come la locuste,
tremando d’ogni tempo per natura,
qual suole al vento far canna paluste.
    El Perché è magro, e ‘ntorn’alla cintura
ha molte chiave, e non son tanto giuste,
c’agugina gl’ingegni della porta,
e va di notte, e ‘l buio è la suo scorta.
    El Come e ‘l Forse son parenti stretti,
e son giganti di sì grande altezza,
c’al sol andar ciascun par si diletti,
e ciechi fur per mirar suo chiarezza;
e quello alle città co’ fieri petti
tengon, per tutto adombran lor bellezza;
e van per vie fra sassi erte e distorte,
tentando colle man qual istà forte.
    Povero e nudo e sol se ne va ‘l Vero,
che fra la gente umìle ha gran valore:
un occhio ha sol, qual è lucente e mero,
e ‘l corpo ha d’oro, e d’adamante ‘l core;
e negli affanni cresce e fassi altero,
e ‘n mille luoghi nasce, se ‘n un muore;
di fuor verdeggia sì come smeraldo,
e sta co’ suo fedel costante e saldo.
    Cogli occhi onesti e bassi in ver’ la terra,
vestito d’oro e di vari ricami,
il Falso va, c’a’ iusti sol fa guerra;
ipocrito, di fuor par c’ognuno ami;
perch’è di ghiaccio, al sol si cuopre e serra;
sempre sta ‘n corte, e par che l’ombra brami;
e ha per suo sostegno e compagnia
la Fraude, la Discordia e la Bugia.
    L’Adulazion v’è poi, ch’è pien d’affanni,
giovane destra e di bella persona;
di più color coperta di più panni,
che ‘l cielo a primavera a’ fior non dona:
ottien ciò che la vuol con dolci inganni,
e sol di quel che piace altrui ragiona;
ha ‘l pianto e ‘l riso in una voglia sola;
cogli occhi adora, e con le mani invola.
    Non è sol madre in corte all’opre orrende,
ma è lor balia ancora, e col suo latte
le cresce, l’aümenta e le difende.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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Chi m’ha tolto giovinezza, onore e roba mi chiama ladro

Il 24 ottobre del 1542 scrissi forse la lettera più lunga di tutto il mio carteggio. Nonostante alcune sue parti siano molto note e citate spesso, il destinatario è un monsignore anonimo. Ve la riporto a seguire per farvela leggere e comprendere meglio quante noie abbia avuto per la sepoltura di Giulio II. Pure di strozzinaggio m’accusava questo tale.

Ve l’ho detto, non sbuffate: è lunga quanto un romanzo ma vale la pena conoscerla per capire le mie tribolazioni terrene.

Monsignor, la Vostra Signoria mi manda a dire che io dipinga et non dubiti di niente.

Io rispondo che si dipigne col ciervello et non con le mani; et chi non può avere il ciervello seco, si vitupera però fin che la cosa mia non si acconcia, non fo cosa buona. La retificagione dell’utimo contratto non viene; e per vigore dell’altro, fatto presente Clemente, sono ogni dì lapidato come se havessi crocifixo Cristo.

Io dico che detto contratto non intesi che fussi recitato, presente papa Clemente, come ne ebbi poi la copia et questo fu che, mandandomi il dì medesimo Clemente a Firenze, Gian Maria da Modonna inbasciadore fu col notaio et fecielo distendere a suo modo; in modo che, quand’io tornai e che io lo riscossi, vi trovai sù più mille ducati che non si era rimasto; trova’vi sù la casa dov’io sto, et cierti altri uncini da rovinarmi, che Clemente non gli are’ sopportati.

Et frate Sebastiano ne può essere testimonio, che volse che io lo faciessi intendere al Papa e fare appiccare il notaio; io non volsi, perché non restavo obrigato a cosa che io non l’avessi potuta fare, se fussi stato lasciato. Io giuro che non so d’avere avuti i danari che detto contratto dicie et che disse Gian Maria che trovava che io havevo havuti.

Ma pogniamo che io li habbia havuti, poi che io gli ò confessati et che io non mi posso partire dal contratto, e altri danari, se altri se ne trova, e faccisi una massa d’ogni cosa, e veghasi quello ch’ò fatto per papa Iulio a Bologna, a Firenze e a Roma, di bronzo, di marmo e di pittura, et tutto il tempo ch’io stetti seco, che fu quanto fu Papa; et veghasi quello che io merito.

Io dico che con buona coscienza, secondo la provisione che mi dà papa Pagolo, che dalle rede di papa Iulio io resto havere cinque milia scudi. Io dico ancora questo che io ò auto tal premio delle mie fatiche da papa Iulio, mie colpa, per non mi essere saputo ghovernare, che, se non fussi quello che m’à dato papa Pagolo, io morrei oggi di fame.

E secondo questi imbasciadori, e’ pare che e’ mi abbi aricchito et che io habbi rubato l’altare, e fanno un gran romore et io saprei trovare la via da fargli stare cheti, ma non ci sono buono. Gia’ Maria, imbasciadore a ttempo del Duca vechio, poi che fu fatto il contratto sopra detto, presente Clemente, tornando io da Firenze e cominciando a lavorare per la sepultura di Iulio, mi disse che, se io volevo fare un gram piaci[e]re al Duca, che io m’andassi con Dio, ch’e’ non si curava di sepultura, ma che haveva ben per male che io servissi papa Pagolo.

Allora conobbi per quel che gli aveva messa la casa in sul contratto per farmi andare via et saltarvi dentro con quel vigore; sì che si vede a quel che ucciellano e fanno verghogna a’ nimici, a’ loro padroni. Questo che è venuto adesso ciercò prima quello che io avevo a Firenze, che e’ volessi vedere a che porto era la sepultura.

Io mi truovo aver perduta tutta la mia giovineza, legato a questa sepoltura, con la difesa quant’ò potuto com papa Leone e Clemente; et la troppa fede non voluta conosciere m’à rovinato. Così vuole la mia fortuna! Io veggo molti con dumila e tre mila scudi d’entrata starsi nel letto, et io con grandissima fatica m’ingiegno d’impoverire.

Ma, per tornare alla pittura, io non posso negare niente a papa Pagolo io dipignerò mal contento et farò cose mal contente. Ò scritto questo a Vostra Signoria, perché, quando accaggia, possa meglio dire il vero al Papa; et anche arei caro che il Papa l’intendessi, per sapere di che materia tiene questa guerra che m’è fatta. Chi à intendere, intenda.

Servitore di Vostra Signoria Michelagniolo. Anchora mi occorre cose da dire e questo è che questo imbasciadore dicie che io ò prestati a usura i danari di papa Iulio, e che io mi sono fatto ricco con essi; come se papa Iulio mi avessi innanzi conti octo milia ducati.

I danari che ò auti per la sepultura, vuole intendere le spese fatte in quel tempo per detta sepultura, si vedrà che s’apressa alla somma che harebbe a dire il contratto fatto a tempo di Clemente. Perché il primo anno di Iulio che m’alloghò la sepultura, stetti otto mesi a Carrara a cavare e’ marmi et condussigli in sulla piazza di Santo Pietro, dove havevo le stanze dreto a Santa Catherina; dipoi papa Iulio non volse più fare la sua sepultura in vita et mesemi a dipignere;

dipoi mi tenne a Bologna dua anni a fare il Papa di bronzo che fu disfatto; poi tornai a Roma et stetti seco insino alla morte, tenendo sempre casa aperta, senza parte e senza provisione, vivendo sempre de’ danari della sepultura, che non avevo altra entrata. Poi, dopo detta morte di Iulio, Aginensis volse seguitare detta sepultura, ma magior cosa, ond’io condussi e’ marmi al Maciello de’ Corvi, et feci lavorare quella parte che è murata a Santo Pietro in Vincola et feci le fighure che ò in casa.

In questo tempo papa Leone, non volendo che io faciessi detta sepultura, finse di volere fare in Firenze la facciata di San Lorenzo et chiesemi a Aginensis, onde e’ mi dette a forza licienzia, con questo, che a ffirenze io faciessi detta sepultura di Iulio. Poi che io fui a Firenze per detta facci[a]ta di San Lorenzo, non vi havendo marmi per la sepultura di Iulio ritornai a cCarrara et stettivi tredici mesi et condussi per detta sepultura tucti e’ marmi in Firenze, et mura’vi una stanza per farla et cominciai a llavorare.

In questo tempo Aginensis mandò messer Francesco Palavisini, che è oggi il vescovo d’Aleria, a ssollecitarmi et vidde la stanza et tutti i detti marmi e fighure bozzate per detta sepultura, che ancora oggi vi sono. Veggiendo questo, cioè ch’i’ lavoravo per detta sepultura, Medici che stava a Firenze, che fu poi Clemente, non mi lasciò seghuitare et così stetti impacciato insino che Medici fu Clemente, onde, sua presenza, si fe’ poi l’utimo contratto di detta sepultura innanzi a questo d’ora, dove fu messo che io havevo ricieuti gli otto milia ducati che e’ dicono che io ò prestati a usura.

Et io voglio confessare un peccato a Vostra Signoria, che, essendo a cCarrara, quando vi stetti tredici mesi per detta sepultura, mancandomi e’ danari, spesi mille scudi ne’ marmi di detta opera che m’avea mandati papa Leone per la facciata di Santo Lorenzo, o vero per tenermi occupato et a llui detti parole, mostrando difìcultà; et questo facievo per l’amore che portavo a detta opera, di che ne son pagato col dirmi ch’i’ sia ladro e usuraio da ignoranti che non erono al mondo.

Io scrivo questa storia a Vostra Signoria, perché ò caro giustificarmi con quella, quasi che come col Papa, a chi è detto mal di me, secondo mi scrive messer Pier Giovanni, che dicie che m’à avuto a difendere; e ancora che, quando Vostra Signoria vede di potere dire in mia difensione una parola, lo facci, perché io scrivo il vero. A presso degli omini, non dico di Dio, mi tengo huomo da bene, perché non inghannai mai persona, e ancora perché a difendermi da’ tristi bisogna qualche volta diventar pazzo, come vedete.

Prego Vostra Signoria, quando gli avanza tempo, legghi questa storia et serbimela, et sappi che di gran parte delle cose scripte ci sono ancora testimoni. Ancora quando il Papa la vedessi, l’arei caro, et che la vedessi tutto il mondo, perché scrivo il vero, e molto manco di quello che è, et non sono ladrone usuraio, ma sono cittadino fiorentino, nobile e figliolo d’omo dabbene, et non sono da Chagli.

Poi ch’io ebbi scripto, mi fu fatta una imbasciata da parte dello imbasciadore d’Urbino, cioè che, s’io voglio che la retificazione vengha, che io acconci la coscienzia mia. Io dico che e’ s’à fabricato uno Michelagnolo nel cuore, di quella pasta che e’ v’à dentro. Seguitando pure ancora circa la sepultura di papa Iulio, dico che, poi che e’ si mutò di fantasia, cioè del farla in vita sua, come è detto, et venendo cierte barche di marmi a Ripa che più tempo inanzi avevo hordinate a cCarrara, non possendo havere danari dal Papa, per essersi pentito di tale opera, mi bisognò, per pagare i noli, o ciento cinquanta o vero dugiento ducati, che me gli prestò Baldassarre Balducci, cioè il banco di messer Iacopo Gallo, per pagare i noli [dei] sopra detti marmi; et venendo, in questo tempo, scarpellini da Fiorenza i quali havevo hordinati per detta sepultura, de’ quali ne è ancora vivi qualchuno, et havendo fornita la casa che m’aveva data Iulio, dietro a Santa Caterina, di letti et altre masseritie per gli omini del quadro et per altre cose per detta sepultura, mi parea senza danari essere molto impacciato;

et stringiendo il Papa a seghuitare il più ch’i’ potevo, mi fecie una mattina, che io ero per par[l]argli per tal conto, mi fecie mandare fuora da un palafreniere. Come uno vescovo luchese, che vidde questo acto, disse al palafreniere ‘Voi non conosciete costui?‘, el palafreniere mi disse ‘Perdonatemi, gentilhomo, io ho commessione di fare così’. Io me ne andai a casa e scripsi questo al Papa ‘Beatissimo Padre, io sono stato stamani cacciato di Palazzo da parte della Vostra Santità, onde io le fo intendere che da ora innanzi, se mi vorrà, mi ciercherà altrove che a Roma’. E mandai questa lettera a messere Agostino scalco, che la dessi al Papa, et in casa chiamai uno Cosimo fallegname, che stava meco et facievami masseritie per casa, et uno scarpellino, che oggi è vivo, che stava pur meco, et dissi loro ‘Andate per un giudeo e vendete ciò che è in questa casa et venitevene a ffirenze’.

Et io andai et montai in sulle poste et anda’mene verso Firenze. El Papa, avendo ricieputa la lettera mia, mi mandò dreto cinque cavallari, e’ quali mi giunsono a Poggi Bonzi circa a tre ore di notte e presentornomi una lettera del Papa, la quale dicieva ‘Subito visto la presente, sopto pena della nostra disgrazia, che tu ritorni a Roma’. Volsono i detti cavallari che io rispondessi, per mostrare d’avermi trovato. Risposi al Papa che ogni volta che m’osservassi quello a che era obrigato, che io tornerei; altrimenti non sperassi d’avermi mai.

E standomi dipoi in Firenze, mandò detto Iulio tre brevi alla Signoria. All’utimo la Signoria mandò per me e dissemi ‘Noi non vogliamo pigliare la ghuerra per te contra papa Iulio bisogna che tu te ne vadi, et se tu vuoi ritornare a llui, noi ti faremo lettere di tanta autorità che, quando faciessi ingiuria a te, la farebbe a questa Signoria’. Et così mi fecie et ritornai al Papa; et quel che seghuì sarie lungho a dire.

Basta che questa cosa mi fecie danno più di mille ducati, perché, partito che io fui di Roma, ne fu gran romore con verghogna del Papa; et quasi tutti e’ marmi che io havevo in sulla piazza di Santo Pietro mi furno sacheggiati, et massimo i pezzi piccoli, ond’io n’ebbi a rifare un’altra volta in modo ch’io dico a’ fermo che, o di danni o interessi, io resto havere dalle rede di papa Iulio cinque milia ducati; et chi mi à tolto tutta la mia giovineza et l’honore e la roba mi chiama ladro! Et di nuovo, come ò scripto innanzi, l’imbasciadore d’Urbino mi manda a dire che io acconci la coscienzia mia prima, e poi verrà la retificagione del Duca.

Innanzi che e’ mi faciessi dipositare 1400 ducati non dicieva così! In queste cose ch’io scrivo, solo posso errare ne’ tempi dal prima al poi ogni altra cosa è vera meglio ch’io non scrivo. Prego Vostra Signoria, per l’amor di Dio e della verità, quando à tempo, legha queste cose, acciò, quando achadessi, mi possa col Papa difendermi da questi che dico’ mal di me senza notitia di cosa alcuna e che m’ànno messo nel ciervello del Duca per un gran ribaldo, con le false informazioni.

Tutte le discordie che naqquono tra papa Iulio e me fu la invidia di Bramante et di Raffaello da Urbino; et questa fu causa che non e’ seguitò la sua sepultura in vita sua, per rovinarmi. Et avevane bene cagione Raffaello, che ciò che haveva dell’arte, l’aveva da me.

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti e i suo carteggio

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La discendenza dai Conti di Canossa: tutta colpa di una lettera

Che c’incastro io con i Conti di Canossa? Ebbene, prendetevi una sedia comoda e iniziate a leggere: la storia è lunga e parecchio interessante.

Ascanio Condivi iniziò la mia biografia menzionando proprio ai Conti di Canossa, una nobile famiglia di Reggio. E’ cosa nota che quel testo fu scritto sotto la mia supervisione ma mi guardai bene dallo smentire le origini nobili. In fondo la mia famiglia aveva un passato glorioso ma quando venni alla luce io, era caduta da tempo in disgrazia.

Michelagnol Buonarroti Pittore e Scultore singulare, hebbe l’origin sua da Conti da Canossa, nobile & illustre famiglia del tenitorio di Reggio, sì per virtù propria, & antichità, sì per hauer fatto parentado col sangue imperiale”. Così inizia il Condivi la mia biografia. Ma perché affermava quella cosa? Da dove era nata la diceria che fossi imparentato a quella famiglia lì?

Ebbene, l’8 Ottobre del 1520, il conte Alessandro di Canossa mi inviò una lettera da Bianello a Roma, appellandomi come parente onorando. Tutto nacque da lì: con quella lettera mi venne affibbiata in pratica una discendenza che non mi apparteneva ma della quale mi appropriai con molto piacere.

Parente honorando, son stato in nome vostro visitato da Zoane da Regio depintore, che mi è stato molto grato; ma più mi saria stato caro havervi veduto presentialmente, et che fusti venuto ad cognoscere li vostri et casa vostra.

Et se havessi saputo quando venisti a Carara, saria venuto ad sforzarvi ad venire qui alla caxa, ad cognoscerla et golderla qualchi dì cum noi. Vi offerischo per sempre quello habiamo, el conte Alberto mio fratello et mi; et se per voi possiamo qualche cossa, sempre saremo parati ad farvi apiacere, et vogliamo che vi possiate valere de noi et de tuto quello havemo como noi medemi, cum confortarvi che una qualche volta vogliate venire ad conoscere la casa vostra.

Et altro non mi accadendo dire, in vostra bona gratia mi raccomando. Bemché so non bisogna, vi racomando Zoane presente latore, quale vi è araldo. A Bianello de le Quatro Castelle, a dì VIII octobre MDXX.

Recercando in le cosse nostre antique ho trovato uno messer Simone da Canossa essere stato podestà de Fiorenza, como ho facto intendere al prefato Zoane. Vostro bom parente Alexandro da Canossa, conte ecc. Al mio molto amato et parente honorando messer Michelle Angelo Bonaroto de [Cano]ssa sculptoro dignissimo, in Roma. Rome.

Il conte scrive, fra le altre cose, di aver trovato fra carte antiche il nome di un certo Simone da Canossa che avrebbe svolto il ruolo di podestà a Firenze. In realtà questo Simone da Canossa pare non sia mai esistito ma è proprio su questa affermazione scritta dal conte che si fonda la diceria che fossi un discendente di questa nobile famiglia.

Certo c’ho messo del mio per far credere di appartenere a questa stirpe. O meglio, mi piaceva crederci davvero e ne facevo menzione anche nelle lettere successive indirizzate al mi nipote Lionardo: “…perché noi sian pure cictadini discesi di nobilissima stirpe“.

Dopo la mia morte, la storia della discendenza dai Conti di Canossa, che per altro fa acqua da tutte le parti, fu rafforzata sempre di più. Benedetto Varchi, con la sua pomposa orazione funebre, ribadì il concetto. E’ risaputo che una cosa detta più volte appaia come vera anche se vera, dopotutto, non lo è.

 

Il sempre vostro Michelangelo Buonarroti

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